I quanti di Rovelli non spiegano il mondo

Giuliano Ferrara

Nel suo ultimo libro il fisico-divulgatore descrive una realtà centrata sulla vacuità della relazione, scompaginata o inquadrata con l’assistenza di Shakespeare e di un antico testo buddista. Forse sarebbe stato meglio chiedere aiuto a Lucrezio

    Dove vuole andare a parare Carlo Rovelli? Il suo nuovo libro Adelphi racconta la teoria dei quanti, la meccanica quantistica, a partire da Werner Heisenberg e da una sua intuizione degli anni Venti maturata in un’isola, Helgoland, già sacralizzata dal proprio nome, dalla natura e da Goethe, ci mancava l’idea che il mondo fisico è nel come lo si osserva, idea geniale e feconda di applicazioni decisive della tecnica e scienza moderne in ogni campo. Ah, ecco dove voleva andare a parare, la divulgazione di una teoria che ha rivoluzionato la fisica classica almeno alla pari della relatività generale di Einstein, che rimproverava ironicamente ai quantisti di ipotizzare un Dio che gioca a dadi. Benissimo. Rovelli è uno scrittore notevolissimo, uno sfacchinatore della conoscenza però leggero come una piuma, e un sacco di gente sarà felicemente messa di fronte a un sapere nuovo, a una nuova filosofia della scienza che inquadra o scompagina il mondo fisico nella metafora della “relazionalità”, un assoluto relativista che non sa di esserlo, uno dei tanti grandi ossimori di scienza e filosofia. Le cose non hanno fondamento se non in relazione tra loro e con chi le osserva, e chi le osserva, mente e spirito compresi, è parte di una struttura naturale fatta di informazione e di evoluzione combinate. Questo il messaggio.

     

    D’accordo, più o meno, a parte i quanti che per me e forse anche per il malizioso Rovelli restano un’acquisizione potente quanto il suo mistero (l’ultima parola del testo è appunto “mistero”). Tuttavia il senso dell’opuscolo, ben scritto e pensato, intelligente e molto scaltro, è un altro. Il mondo scompaginato o inquadrato da Rovelli, con l’assistenza di un testo buddista del II secolo, centrato sulla vacuità della realtà ultima, il solito incantevole Nirvana, si può infilare in una parafrasi dalla Filosofia del diritto di Hegel: tutto ciò che è reale è relazionale, tutto ciò che è relazionale è reale. Hegel aveva eliminato o ricompreso gli oggetti e i fenomeni nel soggetto e nello spirito assoluto, Rovelli fa fuori oggetti e soggetto e ricomprende tutti nella divinità nirvanica della vacua, vuotissima, relazione.

    Dopo i quanti e la fissazione di un carattere inafferrabile e relazionale della realtà, l’osservatore è ricompreso nell’osservazione, mente e spirito non sono qualitativamente altri rispetto alla materia e alla struttura fisica, appunto relazionale, del mondo naturale. Io non vedo, non tocco, non esperisco una realtà fuori di me se non in metafora convenzionale, in quanto mente e spirito sono parte della natura e sottomessi alla catena dell’informazione rilevante e dell’evoluzione; io e il mondo esterno siamo in pari grado esperiti dalla vuota, astratta, ma determinante relazione che sola ha per sé il titolo di realtà effettuale, realtà effettuale della non-cosa.

    Mah, è tutto molto suggestivo, il relativismo del fotone e dell’elettrone sembra risolvere, elevandoli a un nuovo livello, i dubbi che lasciano il relativismo epistemologico della cosa-in-sé, il relativismo storico, etico e altri relativismi, e tutto come al solito converge con l’io che è un fascio di percezioni, con Hume (che però non si può più citare perché era razzista), con la verità che è una truffa come la certezza convenzionale, e il bello dei quanti è che servono a tutto, guai a privarsene, tranne che a dare conto del mondo come è e come appare, che sarebbe un compito derivativo e inessenziale delle idee umaniste. Rovelli cita a sostegno del relativismo a specchio della realtà relazionale il Prospero del Bardo, “la vita è della stoffa di cui sono fatti i sogni”, e questo gli fa onore, sebbene mi sia difficile vedere i versi di Shakespeare come frutto di “informazione indiretta rilevante e evoluzione”, mi sembrano figli di ispirazione poetica soggettiva. Chissà perché non affronta Lucrezio, il materialismo atomista epicureo che aveva trovato un posto agli dèi, sia pure lontano e scomodo, e all’anima, e ignora le mura fiammanti del mondo come il dolce e crepitante Inno a Venere (Aeneadum genetrix, hominum divomque voluptas…).

    • Giuliano Ferrara Fondatore
    • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.