L’impossibilità di ordinare la realtà nel modernismo di Virginia Woolf

“Lunedì o martedì” (Bompiani) arriva in libreria
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23 AUG 20
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"Scegli quel che vuoi, sul Times c’è tutto”, dice una signora alla sconosciuta che, in treno, le siede davanti con aria afflitta e che, poco prima, rispondendo al suo sguardo incuriosito da quel dolore tanto manifesto, le aveva detto “ah, se lei solo sapesse”. E’ il 1919, il Trattato di Versailles è stato firmato, il mondo rivede il futuro e Virginia Woolf, nel suo Un romanzo non scritto, uno dei racconti di Lunedì o Martedì, in libreria da oggi per Bompiani (la prima raccolta di tutti i racconti della scrittrice, tradotti da un solo autore, Mario Fortunato), capisce che, rispetto alla condizione umana, i fatti sono ininfluenti. Gli stessi fatti che oggi imploriamo ai giornali di impiegare responsabilmente per ristabilire la verità e distinguerla dalla post verità (la menzogna, per gli anziani). La stessa verità che, preoccupati, osserviamo diventare subalterna all’opinione e che, invece, vorremmo vedere depositata nelle mani di tutti, credendo che questo basterebbe a liberarci, confortarci, irrobustirci. Alla regia di Virginia Woolf basta uno scambio di sguardi tra due sconosciute molto diverse, separate da un quotidiano inglese, dentro a un treno che sfreccia lungo un’Europa sopravvissuta, per dimostrarci che “la cosa migliore da fare contro la vita è di piegare il giornale in modo che ne risulti un quadrato perfetto”. Agire contro la vita, in questo caso, significa respingere il suo accanimento. All’idea che la consapevolezza e l’informazione ci offrano ristoro e orientamento, Virginia Woolf contrappone l’impossibilità di ordinare la realtà. All’abitudine che l’umanità ha sempre avuto di ricercarsi e decifrarsi nei fatti e nel loro senso, affianca l’intuizione fondamentale sulla vita, che è “un alone misterioso, un involucro trasparente che ci avviluppa”, dalla quale fa discendere una dichiarazione di poetica molto precisa che, nota Mario Fortunato nell’introduzione alla raccolta, è innanzitutto un modo di essere. Il compito che Virginia Woolf si assegna come scrittrice è tanto restituire la vita come qualcosa di irriducibile a una sequenza lineare, a una misura, quanto sollevarci dall’incarico di risolverla.
Chiudere il Times non significa rifiutare la realtà, ma la sua indagine dentro uno schema geometrico. Per Stendhal la ricerca della verità è l’anima del romanzo, per Woolf è un desiderio. Che incidenza hanno i desideri sul reale? “Desiderare sempre la verità”, scrive per tre volte nelle poche righe di Lunedì o Martedì, mentre descrive una realtà che procede per conto suo: il fabbro, i comignoli, le pendici delle montagne, vuole zucchero? No grazie!, le cose che filano infischiandosene del significato di cui le investiamo. Un significato transeunte e, nell’economia del cosmo, trascurabile: il senso del modernismo di Virginia Woolf parte da qui per arrivare al tentativo di restituire la realtà liberata dal progetto su di essa. Quel progetto che chiamiamo verità e che, però, è più forte di noi, poiché “non mutando, ci muta” – così ha detto il critico Andrea Caterini nell’inchiesta sulla letteratura condotta da Filippo La Porta sul portale Wikicritics. La verità non assicura la libertà: qui sta ciò che di più interessante ha da dire Virginia Woolf al nostro tempo, che sconta l’ideologia della verità. Cosa mi darà scoprire se quella macchia è un chiodo o una lumaca, si chiede in La macchia sul muro. Sarò più libera quando lo avrò appurato? La realtà esiste e ci fa sentire in dovere di interrogarla: crediamo che quel dovere si compia con una risposta definitiva e che quella risposta definitiva sia la verità. No, dice Virginia Woolf: quel dovere si compie nella contemplazione. Pensare alla cassettiera, al legno, agli alberi, alle cose che provano che la realtà è impersonale e non dipende da noi. Che la verità è indomabile perché è irregolare. Che abbiamo da esser grati alle nostre mani per il piacere che ci danno facendoci toccare le cose che assemblano la realtà. La letteratura che snobba la contemplazione è “il registro del nostro scontento”. Ed è lo scontento l’inventore della post verità. Simonetta Sciandivasci