La febbre dello Strega

Simonetta Sciandivasci

14/06/2020

La febbre dello Strega

Stefano Petrocchi (foto LaPresse)

Maria Bellonci e le sue amiche, la polveriera, le quote rosa, gli esclusi, gli inclusi, i calcoli, i pregiudizi, la rivoluzione gentile degli ultimi anni. Stefano Petrocchi ci racconta e ci spiega il passato, il presente e il futuro del Premio letterario più sanremese d'Italia

Maria Bellonci sapeva di aver creato un gioco bello e diabolico, democratico ed esclusivo, irresistibile, imprescindibile. Lo disse: il Premio Strega è una polveriera dove deflagrano le ambizioni dei più grandi scrittori italiani. Mentre ne studiava la storia per raccontarla nel suo romanzo, “La polveriera” (appunto), Stefano Petrocchi, ragazzo del ’71 e direttore della Fondazione Bellonci, mi racconta di aver trovato un vecchio articolo in cui lo scrittore Gabriele Baldini, secondo marito di Natalia Ginzburg, diceva che l’equivalente contemporaneo dell’Inquisizione era il salotto dello Strega.

“In verità, io e i miei collaboratori lavoriamo molto affinché il Premio sia un’esperienza bella e arricchente per chi concorre. Quando Rimoaldi era ancora viva, dicevamo che eravamo lo Strega dal volto umano”.

 

Anna Maria Rimoaldi, che tutti chiamavano la Zarina o la Rimo, temutissima, istituì la Fondazione Bellonci nel 1986, dopo la morte di Maria Bellonci, della quale fu amica, consigliera, collaboratrice. Lo fece per salvaguardare il Premio e per ampliarne le funzioni, gli scopi. Era una donna difficile, dura, esigente. Una laureata in matematica che prima di dedicarsi completamente alla letteratura, era stata impiegata al Ministero per l’Agricoltura, sceneggiatrice e regista teatrale. In molti videro in lei la macchinatrice, la decisionista, l’artefice di complotti in favore di favoriti suoi. Colei che da una parte internazionalizzò il premio e dall’altra lo gestì come un affare di famiglia, e poiché la famiglia della Rimo era lei stessa, che non ebbe né mariti né mogli né figli, trionfò il suo personalismo. Ma questa è la versione degli scontenti, quelli che si convincevano di non vincere perché non le erano graditi.

 

E invece?

“Anna Maria era una donna giusta, curiosa, instancabile. Leggeva tutto, era impossibile stare al suo passo, ma chi lavorava con lei doveva provarci perché desiderava parlare dei libri che leggeva con le persone che la circondavano. Aveva visione e fiuto infallibili: capiva immediatamente di chi poteva fidarsi e di chi non. Non faceva favoritismi: piacerle era difficile”.

 

Lei le piaceva?

“Di me si fidava. Avevo trovato un modo armonioso di collaborare con lei, e in questo di certo mi aveva aiutato il mio modo d’essere, il fatto che sono più concavo che convesso. Mi adattavo agli spigoli appuntiti del suo carattere”.

 

La lasciava libera d’essere chi era.

“Mi ripagò”.

 

Come?

“Mi diede una casa. Avevo ricevuto un’offerta da un editore e avevo dovuto spostarmi a Milano, abbandonando a malincuore il lavoro in fondazione, che era piuttosto precario. Anna Maria mi lasciò andare, ma dopo qualche mese mi propose di andare ad abitare nell’unico appartamento di proprietà della Fondazione e appartenuto a Maria Bellonci, che a sua volta lo aveva dato a sua sorella, per abitarci. Eravamo sulla terrazza di casa Bellonci e lei mi disse, con grande commozione: ‘Vai a vederlo con la tua ragazza: se vi piace, queste sono le chiavi’”.

 

Alla faccia della gelida zarina.

“Mi aiutò, non lo dimenticherò mai”.

 

Mi sembra in linea con lo spirito d’amicizia che animò Bellonci quando istituì il concorso.

“L’Italia veniva fuori dalla guerra, i premi letterari preesistenti erano il Bagutta e il Viareggio. Lei voleva di più, voleva votare bei libri, dopo anni di democrazia soffocata, e soprattutto voleva parlarne con le sue amiche e i suoi amici. Lo ha raccontato lei stessa: invitava due volte al mese i suoi amici, di domenica. Intorno alle sue torte aveva preso a riunire la società letteraria italiana”.

 

Che all’epoca era animata soprattutto da donne.

“Esatto. Ed erano tutte molto influenti. Scrittrici e intellettuali che non erano mogli di, ma avevano una carriera, una rilevanza propria. Ne dico alcune: Alba De Céspedes, Gianna Manzini, Anna Banti, Palma Bucarelli”.

 

Però quest’anno in finale c’è solamente una donna. Una su sei! Aumentano i finalisti e diminuiscono le donne? Provoco.

“Abbiamo a cuore la partecipazione femminile, abbiamo lavorato e lavoreremo per agevolarla. Quest’anno in sestina c’è soltanto una scrittrice, ma le cinquine degli ultimi due anni sono sempre state a maggioranza femminile (3 autrici su 2 autori), nel 2018 e nel 2019 in dozzina c’era parità assoluta (6 autori e 6 autrici) e due anni fa ha vinto Elena Janeczek. Nella prima edizione dello Strega ragazzi (era il 2016), ha vinto una donna. Lo Strega Europeo lo hanno vinto Ernaux e Petrowskaja. Il comitato direttivo lo presiede una donna, Melania Mazzucco, perché così ha voluto Giovanni Solimine quando, nel 2017, si è insediato succedendo a Tullio De Mauro. Tuttavia, in 73 edizioni, la vittoria è andata a una donna 11 volte e poiché una quota del comitato direttivo è composta, per regolamento, da vincitori del Premio, la maggioranza maschile è stata, finora, inevitabile, e certamente ha avuto un peso significativo sulle scelte dei candidati”.

 

Un peso che avete cercato di riequilibrare?

“Negli ultimi anni abbiamo allargato la giuria a un numero significativo di lettori e giurati all’estero, così se con gli Amici della Domenica le giurate sono presenti al 33 per cento, nel complesso si arriva al 45 per cento. Siamo consapevoli che i risultati non sono ancora soddisfacenti. Non dimentico mai una lettera in cui Goffredo Bellonci racconta che Maria piangeva per la vittoria mancata di Anna Banti con “Artemisia”, nel 1948”.

 

Era la seconda edizione del Premio, gli Amici avevano preferito Vincenzo Cardarelli, l’istituzione.

“L’anno prima, però, aveva vinto “Il tempo di uccidere” di Flaiano, che era tutt’altro che un autore tradizionale. Ci furono, infatti, moltissime polemiche”.

 

Come sempre. È vero che lo Strega rappresenta l’Italia?

“Prova ne è che così come sono poco rappresentate le donne, lo sono anche i meridionali. Soltanto 13 autori del sud hanno vinto lo Strega, mi sembra che questo rispecchi le difformità del nostro paese. Però, le difformità sono correggibili. Lavoriamo anche a questo”.

 

Avete inserito la norma del ripescaggio in quest’ottica?

“Serve a dare una mano a piccoli e medi editori, esiste dal 2015 e la abbiamo applicata per la prima volta quest’anno. Ci è servita a definire un orizzonte di aspettativa nel comitato rispetto alle scelte degli amici della Domenica, a dire loro: noi valutiamo le vostre scelte ma se riteniamo che il panorama culturale italiano non sia rappresentato al meglio, integriamo”.

 

E quali criteri adottate? Qual è un libro che di certo non può mancare allo Strega?

“Rispondo dicendo a cosa credo serva un premio letterario: a rivolgersi a un pubblico. Indicare qual è il valore assoluto dei libri pubblicati in un anno non è la nostra missione. Il canone lo definiscono, nel tempo, gli studiosi. Noi scegliamo libri che ci sembra rappresentino al meglio la narrativa italiana contemporanea, e che per questo possono trovare un pubblico. Quando mettiamo l’accento sul fatto che lo Strega consente al vincitore di moltiplicare le vendite per quattro o per cinque, non vogliamo mettere in luce l’aspetto commerciale della cosa, bensì evidenziare che il premio riesce a far entrare in classifica la narrativa pura. Quando uno Strega ha successo, significa che ha valicato il pubblico di lettori forti ed è stato acquistato anche da chi compra due libri all’anno o addirittura nessun libro”.

 

E crede che in quel momento nasca un lettore? Voglio dire: un non lettore che finisce in libreria per comprare uno Strega è possibile che poi passi dall’altra parte del fiume, e s’assoldi nel malmesso ma bellissimo esercito di lettori?

“Difficile dirlo. Di certo, però, alcuni romanzi che hanno vinto lo Strega hanno creato un pubblico per un certo tipo di narrativa. Penso a “Il Gattopardo”, il primo bestseller italiano, a “Non ti muovere” di Mazzantini,  a “La solitudine dei numeri primi” di Giordano”.

 

Veniamo a questa edizione, e alla sestina che tanto ha fatto discutere. Lei ha dovuto spiegare che non c’era niente di anomalo ed era tutto previsto: se in cinquina non finisce un piccolo editore, ci si riserva di ripescare tra gli esclusi, provenienti da editori medio piccoli, l'autore che ha ottenuto più voti. Però nessuno si aspettava che La Nave di Teseo fosse considerata un grande editore, e questo ha sballato tutti i calcoli. Come mai non avete chiarito prima che La Nave di Teseo è come Mondadori, se fino allo scorso anno era, invece, come Fandango?

“Perché non ci sono criteri fissi. Quando abbiamo visto che La Nave di Teseo entrava in cinquina anche quest’anno, quindi per la terza volta (tre partecipazioni allo Strega, tre cinquine), ci siamo resi conto che ha fatto un percorso tale per cui non ha più bisogno di una tutela particolare da parte nostra, cioè che è un grande editore. Non potevamo saperlo prima, è una valutazione che può essere fatta soltanto ex post. E aggiungo che la cosa potrà tornare a svantaggio solo e soltanto della Nave di Teseo, che l’anno prossimo non beneficerà della possibilità del ripescaggio, essendo diventata un grande editore”.

 

Cosa pensa degli altri premi letterari? Le capita di collaborarci?

“Ciascuno opera nel proprio ambito senza intersezioni. Apprezzo molto il Campiello perché, al pari dello Strega, riesce a far affacciare libri di narrativa di qualità in una classifica dove di norma ci sono youtuber, commissari di polizia, libri di genere. Fatta eccezione per Elena Ferrante e qualche altro caso molto raro e speciale, i romanzi di narrativa pura arrivano in classifica (e quindi vengono letti da un pubblico significativo) grazie ai premi letterari. Più in generale, provo una grande ammirazione per chiunque ne organizzi: non viene detto mai abbastanza quanto impegnativo sia garantirne uno ogni anno, e tutte le volte assicurare che un autore sia celebrato, promosso, intervistato, recensito”.

 

Lei viene considerato un rivoluzionario gentile. È stato sotto la sua direzione che lo Strega ha cambiato regolamento, s’è allargato, s’è fatto più inclusivo, accorto, “umano”. Possiamo fidarci di lei senza contarle i capelli?

“Ho una grande fortuna: posso permettermi di pasticciare un po’ con il Premio e le sue norme perché l’identità dello Strega è talmente riconosciuta che avrà sempre un prestigio. Più che rivoluzioni, sento di dover fare dei cambiamenti che consentano di stare al passo coi tempi a quella che di fatto è una istituzione della cultura italiana”.

 

Prossima rivoluzione in vista? Pardon, cambiamento.

“Discutiamo spesso di abolire il voto vitalizio. Non so se ci riusciremo, ma lo spero: ha fatto il suo tempo”.

 

Discutiamo, chi?

“Io, i miei collaboratori (tutte donne) alla Fondazione, il comitato direttivo e anche i colleghi dello Strega Alberti, che non è uno sponsor, ma un co-organizzatore”.

 

Quando non legge cosa fa?

“Sogno di giocare a basket. Per molti anni l’ho anche fatto, ma poi le caviglie non me lo hanno più permesso”.

 

Quanto è emozionato per la finale del due luglio?

“Come ogni anno. Stavolta più di altre, però, spero che lo Strega aiuti l’editoria, che è stata particolarmente toccata dal Covid”.