Usare il buon senso per difendersi da chi filosofeggia troppo sulla pandemia

Alfonso Berardinelli

Roberto Esposito e quelli che spiegano tutto con teorie vecchie

Le conseguenze sociali e psicosociali della pandemia hanno offerto fin da subito e fino a chissà quando materia abbondante per filosofi acchiappatutto, ai quali la cronaca non interessa come realtà di fatto da osservare e studiare, ma come pretesto per teorizzare, o meglio per echeggiare all’infinito le proprie teorie. Ho fatto appena in tempo a occuparmi di un lungo articolo miseramente filosofico uscito tre settimane fa su Internazionale e firmato da Paul B. Preciado, noto pensatore “transfemminista” di cui non so nulla, e ora mi capita subito un’altra variazione sul tema senza fondo: “Stato di emergenza come controllo totalitario”. A parlarne su Repubblica è questa volta il nostro “italian thinker” Roberto Esposito il quale, con prontezza più sovrumana che ammirevole, ha appena pubblicato da Einaudi un libro intitolato Immunitas.

 

Vedo che la fabbrica filosofica (ma anche letteraria) marcia con la pandemia a pieno regime. Non ci si limita a qualche occasionale articoletto. Si pubblicano trattati di filosofia sociale pandemiologica. Come è possibile tale velocità produttiva? Confesso la mia invidia ma mi pare che si ripetano teorizzazioni ready made applicabili a qualunque fatto con il minimo dispendio di energie. Invece di incontrare fatti che provocano teorie adeguate, si incontrano teorie già note, che spiegano qualunque fatto: forse teorie qualunque.

 

Ma non voglio essere ingiusto. Teorie e filosofie funzionano così: fanno diventare o sembrare mostruosamente intelligente chiunque se ne serva senza aver mai pensato di persona alla cosa teorizzata. Ne so qualcosa, purtroppo. Appartengo a una generazione che di questo ha fatto esperienza in gioventù. Negli anni Sessanta-Settanta, ai quali non penso affatto con indulgenza, bastava parlare da marxisti e da strutturalisti per spiegare tutto e apparire geniali. In questo, soprattutto il marxismo (meglio se coerente all’estremo) è stato fondamentale e ha fatto scuola. Infatti qualunque teoria risulta perentoriamente autorevole, nonché ricattatoria e minacciosa, se viene presentata con un carattere di urgenza morale e politica.

  

Oggi il “foucaultismo” o pensiero variamente spremuto dai testi di Michel Foucault, ha preso il posto del marxismo, almeno nelle élite di massa. In effetti chi non accetta o critica Foucault passa immediatamente, non dico per un “nemico del popolo”, locuzione desueta, ma nemico di ogni minoranza discriminata, diffamata, maltrattata: dagli immigrati ai carcerati, dagli psicopatici ai genialmente liberi e creativi. Con Foucault non nascono partiti e movimenti, ma tesi di dottorato e qualche sterile scontro di piazza con la polizia, meglio se provocato per dimostrare che la polizia è la polizia e che “in fondo”, “in ultima analisi”, viviamo in uno stato di polizia, cosa molto parzialmente vera.

  

Divago perché ho letto l’articolo di Roberto Esposito su Repubblica e so che dice sempre le stesse cose. Quali cose? Per esempio: “l’immunizzazione non riguarda solo la sfera medica. Anche quella sociale e politica. Cosa sono chiusura, confinamento, distanziamento, se non dispositivi immunitari trasferiti dal corpo dell’individuo a quello della società? E la mascherina non è la metafora, incollata sul volto di tutti, dell’esigenza immunitaria? Cosa è, da dove nasce, dove ci sta portando questa sindrome immunitaria che sembra unificare tutti i linguaggi del nostro tempo?”. E poi: “immunitas è il contrario di communitas”. E via latineggiando e risalendo a suggestive etimologie. A forza di erudizione filologica e antroposofica da un lato si dice che fin dall’antico Egitto il potere sovrano è sempre stato sovrano, dall’altro si dice il contrario: che mai come oggi il problema è attuale e attuale l’emergenza e che prima mai si era vista una cosa simile, fatta eccezione per il nazismo e lo stalinismo.

  

Esposito denuncia la “desocializzazione” in atto, il crollo della società che lui chiama abusivamente comunità: due cose che da più di un secolo la filosofia sociale e la filosofia (lo sanno anche i liceali) avevano giustamente distinto e contrapposto. Ma le nostre società non erano già da tempo desocializzate? Alcune persone semplici e incolte notano invece che mai ci si è sentiti tutti così vicini e comunitari come da quando si gira in mascherina. La paura del contagio è comune e accomuna. Direi che è una paura ovvia che viene dal basso più che dall’alto, se è vero che la pandemia ha fatto morire e fa morire migliaia di persone…

  

Comincio a essere quasi certo che la migliore arma critica contro infatuate e sofisticate teorie siano il common sense e il buon senso, tanto calunniati dai filosofi perché ne sono privi. E’ questo che li ha resi nei secoli uno dei bersagli preferiti della satira.

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