John William Waterhouse, “Eco e Narciso” (particolare), 1930 (Liverpool, Walker Art Gallery)

La solitudine del nuovo Narciso

Mattia Ferraresi

Al centro della scena contemporanea c'è un soggetto condannato a guardarsi allo specchio. Ma, al contrario del suo mitologico predecessore, è convinto che si tratti di un premio, non una sciagura. Un estratto del saggio di Ferraresi

Pubblichiamo un estratto dell'ultimo libro di Mattia Ferraresi, “Solitudine. Il male oscuro delle società occidentali”, edito da Einaudi Stile Libero e in libreria dal 25 febbraio 2020. 


  

La preoccupazione ossessiva dell’individuo per sé stesso ha favorito l’emergere su larga scala di un atteggiamento narcisista. Non che la tendenza a rimirarsi fosse un inedito della vicenda umana. Ma il narcisismo che caratterizza la scena contemporanea si pone come una virtù. Il modo di vita a cui esso dà forma è promosso dalla cultura popolare e dalla pubblicità, viene favolosamente retribuito dalle grandi corporation e monetizzato sui social media.

Il Narciso della mitologia greca è un personaggio tragico, condannato ad amare soltanto sé stesso come punizione per non aver accettato di concedersi a nessuno dei suoi pretendenti.

La fissazione per la sua immagine è un terribile sortilegio, uno stato di schiavitù mentale che lo porta alla morte. La sua solitudine è una sventura. E’ un maledetto, non un influencer.

 

Il soggetto che domina la scena dell’occidente odierno ha ricevuto una specie di punizione divina, ma crede che si tratti di un premio. E’ convinto che il suo essere concentrato sulla propria immagine e sulla realizzazione delle proprie potenzialità sia una forma di emancipazione, un lodevole superamento delle strutture e delle autorità oppressive che lo hanno tenuto fin qui incatenato. Gerarchie, regole, strutture, convenzioni, valori, patriarcati, professori, preti.

Che cosa esattamente voglia è espresso nella frase più usata dalle soubrette, dagli youtuber, dai bagnanti tatuati e dai tronisti di ogni latitudine: essere sé stesso. E non contempla che quel sé stesso che tanto desidera interpretare possa rivelarsi deludente, magari perfino oscuro e temibile. L’atto medesimo di riappropriarsi dell’io è vissuto come un gesto rivoluzionario, un virtuoso momento di ribellione contro un potere costituito intimamente ingiusto.

 

Lo storico americano Christopher Lasch ha raccontato i tratti del narcisismo contemporaneo in un saggio intitolato La cultura del narcisismo, pubblicato nel 1979. Secondo lo studioso, la sproporzionata preoccupazione dell’io per le sue voglie e i suoi capricci è una degenerazione inevitabile dell’individualismo. E’ questo a dominare le “società borghesi”, espressione che testimonia la provenienza di Lasch dalla cultura marxista e, contemporaneamente, strappa il problema del narcisismo alla dimensione esclusivamente americana. La portata della metamorfosi è ben più ampia.

 

“Il nuovo narcisista è perseguitato non dalla colpa, ma dall’ansia. Non intende imporre le sue certezze agli altri, ma vuole dare un significato alla propria vita. Liberato dalle superstizioni del passato, dubita anche della realtà della sua stessa esistenza”, scrive Christopher Lasch

Seguendo un’intuizione che proviene dall’antichità, l’autore sostiene che “ogni società riproduce la sua cultura, le sue norme, i suoi assunti impliciti, i suoi modi di organizzare le esperienze nell’individuo, in una forma della personalità”. La forma della personalità del nuovo narciso non è più quella dell’“uomo economico” che sembrava essere sopravvissuto alle burrasche ideologiche del Novecento. L’uomo socialista era strutturalmente definito dai rapporti economici, ma anche la sua controparte liberale era inserita in uno schema non dissimile. Basta pensare che i primi due presidenti americani approdati alla Casa Bianca dopo la caduta del Muro, George H. W. Bush e Bill Clinton, sono stati eletti uno dietro la promessa – poi disattesa – di non alzare le tasse, l’altro al termine di una campagna trascinata dallo slogan “It’s the economy, stupid!” Entrambi parlavano all’uomo economico, di cui Lasch, con un paio di decenni di anticipo, aveva previsto la progressiva scomparsa. E’ l’“uomo psicologico”, che impera nei nostri tempi, “il prodotto finale dell’individualismo borghese”.

 

“Il nuovo narcisista è perseguitato non dalla colpa, ma dall’ansia. Non intende imporre le sue certezze agli altri, ma vuole dare un significato alla propria vita. Liberato dalle superstizioni del passato, dubita anche della realtà della sua stessa esistenza”, scrive Lasch. Sono le fattezze di un soggetto che, pur essendo l’erede dell’individualismo di stampo illuminista, ha portato quel modello sulle soglie della dissoluzione. E’ “acquisitivo” quanto il suo predecessore, ma nel senso che “i suoi desideri non conoscono limiti, egli non accumula in previsione del futuro, come faceva l’individualista acquisitivo dell’economia politica ottocentesca, ma esige una gratificazione immediata e vive in uno stato di inquietudine e di insoddisfazione perenne”.

 

Qualunque operatore di marketing impegnato nel cogliere le abitudini delle giovani generazioni sa che queste preferiscono le esperienze agli oggetti: vogliono immortalare piatti in un ristorante stellato e fare birdwatching in Perù, manifestare contro il riscaldamento globale davanti al Palazzo di vetro e andare alla ricerca di sé stessi in India. Mettono mano al portafogli per soddisfare le momentanee esigenze del proprio io interiore. Poi si lamentano perché non riescono a comprarsi una casa, come hanno fatto i genitori quando avevano la loro età. Lasch sostiene che il tratto narcisistico ha travalicato i confini del semplice edonismo ed è diventato uno stato patologico, un disordine della personalità collettivo che ha generato un nuovo, disturbato soggetto.

 

Come il suo mitologico predecessore, il nuovo narciso è una figura tragica, ma non ne ha contezza. E non ha nemmeno gli strumenti per sperare di acquisire tale consapevolezza. Cruciale è la perdita del senso del passato e del futuro, che lo colloca in mezzo ai flutti di un eterno presente. Per Lasch, “il narcisista non ha interesse per il futuro, in parte perché il passato lo interessa pochissimo. Incontra grosse difficoltà a interiorizzare le esperienze felici o a crearsi un patrimonio di ricordi cari a cui attingere negli ultimi anni della sua vita, che anche nelle migliori condizioni portano tristezza e dolore. In una società narcisistica – una società che mette in crescente risalto e incoraggia le caratteristiche narcisistiche – la svalutazione culturale del passato non riflette soltanto la miseria delle ideologie prevalenti, che hanno perso il controllo della realtà e abbandonato il tentativo di dominarla, ma anche la miseria della vita interiore del narcisista”.

 

L’“edonismo orientato al presente” di cui parlava David Riesman negli anni Sessanta ha partorito nei decenni successivi forme sempre più estreme di sradicamento dalle dimensioni del prima e del dopo. Per il nuovo narcisista, il tempo già trascorso è un fardello del quale fortunatamente è riuscito a liberarsi. Deride chi vive guardando nello specchietto retrovisore ed è convinto che “non si può tornare indietro”. Guarda con occhio turistico, museale i pezzi di storia che incontra sul suo cammino. Se vede una cattedrale medievale in una città europea la fotografa per dire “io ero qui”, ma gli rimangono oscure le motivazioni per cui è stata edificata. Percepisce pallide tracce del passato soltanto in quanto bene di consumo, ammantato del glamour e del senso di autenticità di cui il presente appare sempre mancante. Il citazionismo dei tempi andati è una costante dell’espressività narcisista.

Gli anni Sessanta di Mad Men appaiono attraenti se vissuti con i vestiti sartoriali e le battute fulminanti di Don Draper, e Stranger Things offre una visione onirica e pop degli anni Ottanta, il decennio-feticcio per gli appassionati del genere nostalgico. Con queste epoche mitizzate non si cerca un legame, magari per trovare chiavi per decifrare il presente, ma si instaura un rapporto di pura voluttà estetica.

 

Il futuro abbandonato affiora sulle bocche dei giovani soltanto per formulare uno slogan accusatorio: “Ci hanno rubato il futuro”. Lo sbandierano gli ambientalisti in sciopero scolastico che imputano agli adulti la colpa di aver lasciato un pianeta malconcio e prossimo al collasso. Ma più in generale è il ritornello di chi lamenta la scomparsa di una dimensione a cui non si è mai davvero dedicato. Il futuro compare soltanto come assenza, oggetto depredato dall’avidità altrui, non come luogo della speranza e della progettualità umana.

Gli sferzanti giudizi di Lasch sulla condizione egoriferita, individualista e, in un’ultima analisi, solitaria dell’uomo contemporaneo non sono passati inosservati. Qualche mese dopo la pubblicazione di La cultura del narcisismo, il presidente Jimmy Carter gli ha chiesto di aiutarlo a preparare quello che sarà ricordato come uno dei discorsi presidenziali più significativi della storia recente.

 

L’arguzia venata di odio, cifra stilistica del linguaggio dei social, è concepita per umiliare e tramortire gli avversari in modo diretto, mentre l’ostentazione di corpi perfetti immortalati su scenari da sogno è una studiata dimostrazione di superiorità sulle mediocri esistenze altrui

Nel mezzo della crisi petrolifera del 1979 Carter aveva inizialmente pensato di rivolgere agli americani una riflessione rassicurante sul tema dell’energia. Poi, intuendo che i problemi che quella congiuntura portava alla luce erano più profondi e inafferrabili, ha deciso di convocare nella residenza di Camp David una serie di rappresentanti della società civile, intellettuali, politici locali, leader religiosi e semplici cittadini per ascoltare le loro osservazioni sulla natura di una crisi che non era riducibile alla dimensione geopolitica. Da quei dieci giorni di incontri è nato il discorso della crisis of confidence, pronunciato il 15 luglio del 1979 in prima serata, nel quale Carter presentava una “minaccia fondamentale alla democrazia americana”. “Non parlo delle nostre libertà civili e politiche. Quelle resisteranno. E non mi riferisco alla forza esterna dell’America, una nazione che questa sera è in pace ovunque nel mondo, e gode di ineguagliato potere economico e forza militare. La minaccia è quasi invisibile. E’ una crisi di fiducia. E’ una crisi che colpisce il cuore, l’anima e lo spirito della nostra volontà nazionale. Vediamo questa crisi nei crescenti dubbi sul significato delle nostre vite e nella perdita di una unità d’intenti per la nostra nazione. L’erosione della nostra fiducia sta minacciando la stoffa politica e sociale dell’America”.

 

Le parole di Carter risuonano nella notte americana come un avvertimento: per una volta, il presidente non incoraggia e non lenisce, non si presenta come consolatore dell’anima collettiva afflitta ma come profeta di una sventura incombente. E questa sventura – la crisi di fiducia – ruota attorno al chiudersi del singolo nel proprio guscio, al ripudio delle autorità, delle strutture sociali, delle istituzioni, delle chiese e di tutti i contesti che vivono esclusivamente della fiducia che le persone si accordano l’un l’altra.

 

E’ in queste entità collettive, secondo Carter, che emerge il significato del vivere; senza, tutto si fa più solitario e rarefatto. Ciascuno, assecondando gli istinti prevalenti, si rinserra nel suo spazio privato dove ciò che ha conta più di come agisce, salvo scoprire che “accumulare beni non può colmare il vuoto di una vita senza fiducia né scopo”. Il discorso di Carter è una condanna laschiana alla pulsione narcisista che tenta di colmare un vuoto esistenziale. La critica dello storico aveva colto in anticipo i meccanismi dei social media, che altro non sono che strumenti di amplificazione di atteggiamenti e dinamiche già in atto nella società. Le vite perfette esibite con soddisfazione su Instagram e l’acrimonia che mediamente regna negli scambi via Twitter sono testimonianze di una postura narcisista ormai interiorizzata: l’altro, al quale i social promettono di collegarci, esiste nella misura in cui ribadisce la superiorità dell’io. L’arguzia venata di odio, cifra stilistica del linguaggio dei social, è concepita per umiliare e tramortire gli avversari in modo diretto, mentre l’ostentazione di corpi perfetti immortalati su scenari da sogno sono studiate dimostrazioni di superiorità sulle mediocri esistenze altrui.

Celebrità e influencer fanno leva sul sentimento dell’invidia, poi si scandalizzano costernati per l’odio che circola in rete. Lasch aveva capito che l’edonismo contemporaneo è un paravento che nasconde rapporti di potere: “Gli americani non sono diventati più socievoli o solidali, come vorrebbero farci credere i teorici dell’eterodirezione e del conformismo: sono soltanto diventati più esperti nello sfruttare, a proprio vantaggio, le convenzioni delle relazioni interpersonali”. Una cultura permeata dalla sensibilità narcisista tende a trasformare ogni relazione nell’occasione per mostrare la propria superiorità. “In una società in cui il mito del successo è stato privato di qualsiasi significato trascendente, l’unico metro di misura dei propri risultati è costituito, per qualunque individuo, dai risultati altrui”.

 

L’apoteosi del narcisismo contemporaneo è sinteticamente racchiusa in uno dei fenomeni espressivi più rilevanti degli ultimi decenni: il selfie. Che cos’è il selfie, in estrema sintesi? Ammirare gli altri mentre si guardano allo specchio. Non è uno scatto privato, non è destinato ad alimentare quel repositorio di ricordi che Lasch considera fondamentale per l’edificazione di una personalità equilibrata, ma è concepito per la condivisione. Il suo motto potrebbe essere: guardami mentre mi guardo. E’ un complicato gioco di specchi per spiegare il quale i critici hanno giustamente scomodato Lewis Carroll o Roland Barthes che, molto prima della mania della fotocamera frontale dello smartphone, aveva spiegato come il soggetto in posa diventi subito parte di una “recita sociale”. E assumendo la chiave interpretativa di Lasch, il successo del selfie ha una spiegazione semplice: è il meccanismo perfetto per il nuovo narcisista, che interpreta e presenta ogni cosa in relazione a sé. Ai tempi del critico americano vigeva già la concezione narcisista, mancavano soltanto i mezzi tecnici per realizzarla visivamente su scala globale.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.