“Mammina cara” è un film del 1981 diretto da Frank Perry e ispirato alla vita dell’attrice Joan Crawford (LaPresse)

Leggere le avvertenze

Annalena Benini

La dipendenza dai medicinali, la grassezza, l’infanzia, la felicità in un pezzo di pane, le bugie. Tutta la verità su una vita di donna dentro un romanzo che torna laggiù, dove tutto ha inizio

Di ogni storia esistono tante versioni, questa è la versione di Matilde.

 

Matilde è la protagonista di “Non superare le dosi consigliate”, romanzo di Costanza Rizzacasa d’Orsogna appena uscito per Guanda. E poiché questo titolo evoca il bugiardino dei medicinali (e i medicinali hanno un ruolo importante nel libro, hanno una relazione intensa e duratura con la protagonista), di nuovo con i medicinali ho deciso di spiegare l’idea di come affrontare questo libro.

  

Quindi: leggere attentamente le avvertenze. Sono soltanto le mie avvertenze, quindi questa è la mia versione di lettrice. Costanza Rizzacasa d’Orsogna, giornalista e scrittrice, ha esercitato il suo potere nello scrivere un romanzo che sembra un memoir (o è il contrario?) e io esercito il mio potere nel leggerlo, e nell’isolarmi da tutto quello che esiste o viene mostrato fuori da queste pagine. Ho deciso di leggere questo romanzo come un romanzo: come la storia di Matilde, come la sua versione di un’esistenza difficile, come una vita che mi appassiona, che mi respinge e che ha illuminato e nutrito molte zone che prima, per me, erano in ombra e che riguardano la profonda connessione tra l’odio e l’amore verso se stessi. Quindi anche del narcisismo di una vittima, della sua capacità di diventare a sua volta carnefice, del bisogno di un carnefice, del bisogno di ricattare e di mentire. Cercherò di non fare confusione con la realtà, con le questioni affrontate sui giornali e sui social (e a Sanremo) sul body shaming, edificanti o non edificanti, sceme o intelligenti. Non voglio parlare della dignità sociale o della bontà o dell’infelicità o della vergogna di chi fatica ad allacciare la cintura di sicurezza in aereo e di chi combatte con il proprio peso o si è arreso agli sguardi di compassione o di fastidio, perché tutta la realtà di cui ho bisogno è adesso contenuta in questo libro.

    


Costanza Rizzacasa d’Orsogna, giornalista e scrittrice, ha scritto un romanzo che sembra un memoir (o è il contrario?). In questo libro la verità illumina e accompagna il racconto. Poi di nuovo si abbandona allo sguardo di una bambina ferita


 

Il mio metodo è leggere, e credere o non credere a quello che leggo. A questo libro ho creduto dalla prima pagina, la descrizione di un rapporto d’amore con il pane, e di un rapporto di amore e di paura con la madre, che ordina ai suoi bambini di alzarsi dal letto la sera a mezzanotte, per cenare insieme al padre che torna dal lavoro. Ogni sera così, per una bambina di otto anni e un bambino di due? E la bambina, Matilde, allunga la mano verso il pane che le dà un senso di calma, di benessere, che le piace tanto. E’ una sensazione di sedazione, penso io che leggo, lo penso perché so che potrei vivere di pane, pizza, grissini, grissini e prosciutto crudo, grissini e gorgonzola, io che sento il piacere fortissimo di tornare a casa certe sere e mangiare soltanto pane e olio, tantissimo pane e olio, e preferirei non essere vista ma in fondo non me ne importa. Quindi credo immediatamente a Matilde, ma una bambina di otto anni non può sapere cosa significa sedazione, cosa significa bulimia, può soltanto allungare la mano verso la mollica del pane che le piace tanto, che la calma.

  

“‘Smettila di appanarti, sei sbutriata!’ grida mamma che mi ha vista mettere in bocca il pane – lei mi vede sempre. Sbutriata, cioè ingorda, una parola del dialetto siciliano, quasi l’unica che so. (…) Nella mia testa il siciliano è una lunga violenta. Intanto mamma afferra dalla mensola una confezione di Dulcolax, ne sgrana un blister e sbatte sul tavolo due compresse gialline, mentre lei inghiotte le altre. ‘Prendi queste’, dice. Il Dulcolax, per chi non lo sapesse, è un lassativo. Mamma me lo dà ogni sera. Se arrivo a tavola che è già apparecchiato, lo trovo a destra del piatto, accanto al bicchiere. All’inizio sono solo due compresse, presto diventeranno un blister”.

  

Matilde, che parla in questo libro sia con la sua voce di bambina sia con quella della donna grassa (per un periodo obesa) che è diventata, che confonde continuamente il tempo, perché anche da quarantenne vuole sempre tornare laggiù, all’infanzia, dove tutto ha avuto inizio, e perché anche l’inferno le sembra il paradiso perduto, è il personaggio a cui credere. Quando racconta la sua verità di figlia in cui la madre vuole specchiarsi ma da cui vuole anche fuggire: con cui vuole competere in bellezza e magrezza dei polsi, la figlia da torturare in nome di un canone di magrezza e perfezione, la figlia di cui andare fieri quando finalmente sfiora l’anoressia e tutti i vestiti le stanno bene, la figlia a cui dire, a volte con amore a volte con disprezzo: cretina. “E poiché nessun’altra mamma chiamava la figlia ‘cretina’ (figurarsi!), ‘cretina’ divenne per me la parola più bella, perché era solo mia. Finché una sera, mentre eravamo in macchina con un’amica della mamma e la figlia di lei, e la bambina, mia coetanea, saltava e strepitava, la madre le gridò: ‘Smettila, cretina!’. E io non potevo credere che avesse usato quella parola bellissima, quella parola che era solo nostra. Scattai in piedi, dentro l’automobile, e gridai: ‘NOOO! Cretina ci sono solo io!’”. E’ questa l’educazione sentimentale di Matilde, che guarda sua madre, il primo modello per una bambina, il primo scontro per un’adolescente, e la vede bellissima, intelligentissima, brillantissima, perfino dolcissima, e adesso vorrebbe abbracciarla ancora, e capisce la sua sofferenza di allora, e che vorrebbe, ancora e sempre, assomigliarle il più possibile per essere amata dal padre.

 

Guarda, papà, non assomiglio alla mamma in questa foto? Mamma non aveva il doppio mento, le ha risposto il padre.

 

La stessa mamma che compie quarant’anni e non vuole vedere i suoi due figli per due settimane (“E noi non capivamo, temevamo che non stesse bene, e toccò a papà spiegare che in un certo senso era così, perché la mamma aveva compiuto quarant’anni e ripensava a tutto ciò che non aveva avuto per avere noi”).

 

Non è un percorso di guarigione, questo, non c’è la liberazione di un lieto fine, ma c’è la liberazione del racconto, e ogni parola utilizzata rivela un altro equivoco o un’altra ossessione: non c’è salvezza, ma c’è tutta la sgradevolezza necessaria per mostrare con le parole    il tormento lungo una vita. Quello che più conta è che la storia di un tormento non è mai un’unica storia, e non consegna mai un’unica colpa: la bambina vittima di una madre che le impone i lassativi ogni sera (madre a sua volta vittima e carnefice della propria vita e della vita di chi le sta accanto) si trasforma nella carnefice di se stessa, di suo fratello ridotto a capro espiatorio e poi a angelo del focolare, immobilizzato nella sua esistenza perché condannato a salvare tutti, condannato a controllare tutti e a dimenticarsi di sé. Anche carnefice di suo padre a cui chiede un amore esclusivo che non avrà mai (lui vittima e carnefice di sua moglie, dei suoi figli adulti, e forse anche delle donne che via via lo accompagneranno nella vita, ma a chi legge interessa Matilde, la vita di Matilde, il peso di Matilde, le molestie su Matilde).

 

Vittime e carnefici si stringono insieme in una danza che Costanza Rizzacasa d’Orsogna riesce a raccontare come funesta ma anche irrinunciabile, e in cui Matilde si ostina a cercare allegria, protezione e consenso. Consenso per i successi professionali, protezione dai guai finanziari, allegria per le disavventure dovute alla dipendenza dai lassativi, che ha reso il bagno di casa in   frequentabile per molti anni di giorno e di notte. Che diventa un ricordo famigliare dolce e allegro, perché è quello che si possiede, e il fatto di averlo vissuto tutti insieme lo rende importante: dimostra che è vero, che c’è stato un tempo in cui eravamo piccoli e ridevamo delle nostre catastrofi, e ci sarà ancora.

   

Ci vuole coraggio a mostrare la verità, e anche a mostrare la necessità e la voluttà di mentire. Mentire a tutti, non solo alla farmacista preoccupata per la continua richiesta di medicinali. Matilde non ha un’unica storia, non è soltanto una vittima che tende la mano per farsi salvare. Ma ha il potere di chi racconta, e sceglie la strada da far prendere all’eroina della sua storia.

 

Non si è per sempre bambini innocenti e inconsapevoli, ma si torna sempre a quell’innocenza per perdonarsi tutto, e per chiedere perdono a tutti.

 

“Me lo ricordo, Leo, bambino sensibile e normale, sorridente quand’ero io disadattata. Poi è stato travolto. Mamma, papà, nonna, io, Elvira e il fallimento. Ora ha acciacchi come un vecchio, porta i tutori giorno e notte e le solette su misura”: il fratello minore, che adesso ha quarant’anni e dorme con molti maglioni uno sopra l’altro, e ha il frigorifero sempre vuoto, è stato travolto, la verità cammina insieme a questo modo, affettuosamente noncurante, infantilmente lieve, con cui Matilde lo ringrazia e gli chiede perdono e ancora gli chiede di farle spazio, di essere lei al centro. E lascia intravedere un’altra possibile verità: diventare lei stessa la madre, e quindi definitivamente la protagonista della vita quando smette di essere romanzo.

 

Matilde è una donna ambiziosa, narcisista, infelice, spendacciona ma ossessionata dall’idea di essere derubata, una donna che controlla gli scontrini e che chiede al fratello di rimpinguarle il conto in banca. Matilde suscita compassione, simpatia, ma non soltanto. E l’amore per gli uomini è ancora completamente l’amore chiesto in elemosina, l’amore di quando era piccola, l’amore per le persone che non daranno amore in cambio, che permetteranno di tornare in fretta a casa, sul divano, davanti al frigorifero, davanti al vero amore.

 


“E poiché nessun’altra madre chiamava la figlia ‘cretina’, ‘cretina’ divenne per me la parola più bella perché era solo mia”. Guarda, papà, non assomiglio alla mamma in questa foto? Mamma non aveva il doppio mento, le ha risposto il padre


  

“Per tutta la vita, in lavoro e in amore, mi sono messa in situazioni simili, dove chiedevo qualcosa – un pagamento, affetto, soprattutto affetto – e poiché lo chiedevo, poiché lo elemosinavo, mi veniva negato”. Matilde crede di avere diritto a un risarcimento eterno.

 

In questo libro la verità accompagna il racconto, e lo illumina di consapevolezza, poi di nuovo si abbandona allo sguardo di una bambina ferita, e cerca in tutti i modi di consolarla, le racconta qualche bugia.

 

E’ questo del resto che facciamo noi esseri umani: barcolliamo tra consapevolezza, rimozione, menzogna, senso di colpa e perdono, tutto dentro la nostra versione della storia. Il valore di questo libro è proprio mostrarci le molte facce di Matilde, andare oltre il disagio della grassezza (che pure è raccontata con grande precisione, in tutti i dettagli più crudi e più umilianti, comprese le bugie per annullare all’ultimo momento gli appuntamenti di lavoro e non doversi mostrare con quei chili addosso, con quel cibo dentro, con quel vuoto intorno): cercare insomma uno sguardo più complesso, problematico, infilarsi negli angoli di una mente, negli angoli di un ricordo, fermarsi quanto è necessario dentro la voluttà di un dolore. Consolarlo con un panino. Anzi, confessare tutta la felicità per quel panino. Confessare tutto l’amore per quella bambina che mangiava la mollica del pane vergognandosene. E tutto il desiderio di rivalsa contro quella vergogna.

Di più su questi argomenti:
  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.