Terry Jones (a sinistra) e Michael Palin (foto LaPresse)

Addio a Terry Jones, tra i fondatori dei Monty Python

Maurizio Stefanini

Oltre 50 anni fa nasceva il gruppo comico più colto e titolato di sempre. Sketch e film demenziali, con genio

I Monty Python perdono un altro componente: è morto a Londra all'età di 77 anni Terry Jones, attore e musicista gallese che era stato anche autore di molti dei testi che hanno reso celebre la surreale comicità del gruppo inglese in tv, al teatro e al cinema. Jones soffriva da quattro anni di demenza senile. "Fuori due, ne mancano quattro", è stato il saluto di commiato dei Monty Python superstiti, John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle e Michael Palin, che con il consueto humor feroce allude al fatto che il gruppo aveva già perso un altro componente, Graham Chapman. 

 

Per capire cosa hanno rappresentato i Monty Python ripubblichiamo un inserto di una decina di anni fa da Maurizio Stefanini, scritto per i 40 anni del gruppo comico.

 

Domenica 5 ottobre 1969: le ore 23 inglesi, che sarebbe poi la mezzanotte italiana. In Italia impazza l’autunno caldo. In testa alla serie A è la Fiorentina, anche se poi lo scudetto lo vincerà il Cagliari; in testa alla hit parade Georges Moustaki con “Lo straniero”. Ma il giorno prima è morto Natalino Otto, mito musicale degli anni Quaranta e dei libri di Fenoglio. Negli Stati Uniti si manifesta contro la guerra del Vietnam. In Svezia da quattro giorni è diventato primo ministro Olof Palme. In Germania tra 17 giorni Willy Brandt si insedierà Cancelliere alla testa di un governo tra socialdemocratici e liberali. Alla Rai, giorno canonico degli sceneggiati, è appena andata in onda la seconda puntata di “Giocando a golf una mattina”, per la regia di Daniele D’Anza e con Luigi Vannucchi: l’uno e l’altro specializzati in gialli parapsicologici. Minestra abituale… Alla Bbc, invece, qualcuno annuncia “qualcosa di completamente differente”. “And Now for Something Completely Different!”.

  

All’inizio, per la verità, non sembra troppo. Con due ufficiali che muovono modellini di carri armati su una cartina, è di scena infatti la Seconda guerra mondiale: che con la generazione nata negli anni Trenta e Quaranta ormai arrivata alla maturità è diventata uno spettacolo per famiglie, dal musical “Tutti insieme appassionatamente” al disneyano “Pomi d’ottone e manici di scopa”. Ma lo sberleffo demenziale che segue va ben oltre l’antinazismo formato Mary Poppins, con l’inventore di barzellette Ernest Schribbler che muore dalle risate per la sua ultima battuta, subito trasformata in arma segreta dall’Armata Britannica per lanciare una micidiale offensiva contro i crucchi. La farsa è a cura di sei giovanotti, che anche nel logo riciclano in modo bonario un mito del conflitto. “Monty”, come il familiare diminutivo di Bernard Montgomery: primo visconte di El Alamein, e ispiratore del nome sia del famoso cappotto con gli alamari a cornetto al posto dei bottoni sia del cocktail la cui proporzione, 15 parti di gin per una di Martini, era secondo Hemingway lo stesso rapporto di forze col nemico che il generale esigeva prima di attaccare: 15 a 1. “Python”, invece, è il pitone: accoppiata assurda, ma che in inglese ha dato luogo addirittura a un aggettivo. “Pythonesque”: come da noi si dice che un personaggio è “alla Nanni Moretti”, o un modo di fare “alla Stanlio e Ollio”. “Pythonesque”, ad esempio, è una partita di calcio allo stadio olimpico di Monaco tra due barbute nazionali di filosofi. Scende prima in campo trotterellando quella tedesca, col capitano “Novi” Hegel in abiti ottocenteschi e cilindro, subito seguito dal baffuto Nietzsche, da Jaspers in cravatta e da Leibnitz in parrucca. “La Germania gioca 4-2. Leibnitz in porta. In difesa Kant, Hegel, Schopenhauer e Schelling. All’attacco Schlegel, Wittgenstein, Nietzsche e Hegel. Al centrocampo Beckenbauer e Jaspers. La presenza di Beckenbauer è una vera sorpresa…”. Dall’altra parte, i greci in toga, capitanati “dal vecchio centromediano Eraclito”. “Platone al centro, Socrate centrattacco e Aristotele libero”. “Aristotele sembra oggi in grandissima forma”, insiste il cronista. C’è anche la terna arbitrale: Confucio, Sant’Agostino e San Tommaso, gli ultimi due con relative aureole. Fischio d’inizio, e il pallone resta malinconico e intoccato al centro, mentre i filosofi si aggirano metidabondi per il campo, facendo ampi gesti. Il che non impedisce peraltro a Nietzsche di essere ammonito, “per aver discusso con l’arbitro” e averlo accusato “di non avere una libera volontà”. Infine, a due minuti dal termine si vede riscaldarsi per una sostituzione Marx, in tutta rossa e col Capitale in mano. “A quanto pare, l’allenatore Lutero ha deciso di passare al gioco d’attacco”. Ma a un minuto dal termine è Archimede che salta in mezzo al campo, gridando “Eureka!”. Finalmente dà un calcio alla palla triangolando con Socrate, per poi passare a Eraclito, e cross finale da Archimede a Socrate, che insacca di testa. Il tutto davanti ai tedeschi che sono rimasti immobili, e che però poi mentre i greci esultano subito “accendono delle discussioni”. “Hegel afferma che la realtà è solo un’aggiunta a priori dell’etica non naturalistica. Kant attraverso il suo imperativo categorico afferma che ontologicamente esiste solo nell’immaginazione. E Marx reclama il fuori gioco. Ma Confucio risponde con il fischio finale. E la Germania, che aveva battuto l’Inghilterra di Bentham, Locke e Hobbes in semifinale, è stata sconfitta da un solo goal”.

 

Oppure, “pythonesque” è la scena dell’ebreo che in una notte minacciosa scrive sulla parete “Romani eunt domus”, e viene sorpreso da un centurione che lo prende furibondo per un orecchio e lo minaccia con il gladio alla gola. “Che hai scritto?”. “Vuol dire: Romani andate a casa”. “Romani… che declinazione è, romani?”. “Andate… andate è un ordine quindi…”. “Imperativo: I”. “Ma quanti sono i romani?”. “Ite” (…) “Bravo: adesso scrivilo cento volte”. E tutta la città al mattino è piena di scritte “Romani ite domum”. “Vedrai che adesso non lo dimentichi più”. “Pythonesque” è la storia dell’uomo della società per la donazione di organi che bussa alla porta del donatore. “Salve, possiamo avere il suo fegato?”. “Cosa?”. “Il suo fegato”. “Eh?”. “E’ un grosso organo glandolare nel suo addome… sa, è marrone e rossastro, è una specie di…”. “Sì, lo so che cos’è, ma insomma… insomma io lo uso!”. “Avanti signore, la smetta! Non faccia tante storie, su, forza!”. “Mi lasci!”. “Ecco qua, e questo cos’è?!”. “La tessera di donatore di fegato”. “E le sembra poco?”. “Sentite, non posso darvelo adesso: c’è scritto ‘in caso di morte’!” “Nessuno di quelli ai quali abbiamo tolto il fegato è mai sopravvissuto”. Seguono urla inumane, mentre un paio di forbici luccicano minacciose, e si intravede anche qualche frattaglia schizzare fuori. “Pythonesque” è l’uomo del “Carro da fieno” di Constable che va a bussare a un quadro di Tiziano, chiedendo a Gesù di far venire il Padre, con la lunga barba bianca. “Ci hanno appena trasferiti accanto a una sala piena di opere di Brueghel. Pattinaggio e caciara tutta la notte. Comunque sono passato per dirti che c’è stato uno sciopero alla sala impressionisti”. E l’agitazione si estenderà a tutta la National Gallery, anche se poi al momento in cui le statue devono decidere se unirsi, per alzata di mano, l’unanimità è evitata dalle braccia mozze della Venere di Milo. “Pythonesque” sono i Cavalieri della Tavola rotonda al seguito di re Artù che si avvicinano a una grotta cosparsa di ossa e nebbie inquietanti. “Guardatemi le spalle!”. “Sono belle!”. Troppo tardi!”. Appare un piccolo coniglietto bianco, che quando cavalieri in armatura lo attaccheranno li sbranerà saltando da uno all’altro e mandando schizzi di sangue…

 

Il “Monty Python’s Flying Circus”, dopo quella prima puntata della barzelletta bellica, sarebbe andato avanti per altre 44, divise in quattro stagioni. La compagnia, invece, avrebbe continuato a lavorare assieme fino al 1983. Sketch, e film che in apparenza sembrano collezioni di sketch assolutamente sgangherati. Eppure “Brian di Nazareth”, dopo essere uscito nel 1979, in Italia poté arrivare solo nel 1991: una censura superata in durata solo dal film finanziato da Gheddafi su al-Mukhtar. Si disse per pressione della chiesa, su quella storia di una specie di doppio cialtrone di Gesù, che addosso al Messia va a sbattere in continuazione, salvo a fare poi la fine dello Spartacus di Kubrik. Alla rovescia: “Sono io Spartaco”, gridano l’uno dopo l’altro gli schiavi quando Crasso chiede chi sia il ribelle per crocefiggerlo: “Sono io Brian”, gridano l’uno dopo l’altro i condannati a morte quando arriva la notizia che Brian è stato graziato. Gian Luigi Rondi parlò di “goliardia infima e volgare da buttare via”. Ma non è che la sinistra sessantottina ci faccia una figura migliore, con i pasticcioni del Fronte popolare di Giudea sempre a perdere tempo con inconcludenti assemblee e comunicati, mentre a ogni acclamazione plebiscitaria salta regolarmente fuori una vocetta petulante: “Io no!”. E quando al “Senso della vita”, Quentin Tarantino ha detto che la scena del ciccione continuante a mangiare fino a quando una mentina di troppo non lo fa esplodere in uno schizzo di vomito è “nauseante” perfino per lui. Questa goliardia è stata però da altri accostata a un “flusso di coscienza” alla Joyce. E altri ancora evocano la rivoluzione che i Beatles avevano fatto nella canzone, trasposta al mondo della comicità. Infatti, George Harrison collaborò con i Monty Python. I Beatles, però, erano ragazzotti di classe operaia: bravi con gli strumenti, ma in fondo un po’ terra terra.

 

Tre dei Monty Python venivano invece da Cambridge: Graham Chapman Medicina, John Cleese Diritto e Eric Idle Inglese. Altri due da Oxford: Terry Jones Inglese e Michael Palin Storia moderna. E il sesto, l’americano Terry Gilliam, all’Occidental College di Los Angeles, dove in compenso aveva seguito ben tre corsi differenti: prima Fisica, poi Belle Arti, infine Scienze politiche. Il gruppo comico più titolato e colto probabilmente di tutti i tempi, come si vede pure dall’orgia di citazioni che spuntano in continuazione fuori dietro l’apparente sgangheratezza dei loro testi. “Forse sia voi che io / altro non siamo / che uno scherzo di Dio”: recita la canzone nei titoli di testa del “Senso della vita”, a metà tra Sant’Agostino e Bette Davis. Mentre alla fine c’è un Tristo Mietitore stile “Settimo Sigillo” che bussa a una porta, senza riuscire all’inizio a spiegare la propria presenza. “Sìì? E’ venuto per la siepe? Senta, sono davvero spiacente…” “Io sono il Tristo Mietitore”. “Chi?” “Il Tristo Mietitore”. “Sì, capisco…”. “Io sono La Morte!”. “Sì, beh, il fatto è che abbiamo degli ospiti americani a cena, stasera…”. “Chi è caro?”. “Pare sia un certo signor La Morte, venuto per la mietitura. Non credo che ci serva, per il momento…”. Ma la moglie ordina invece di farlo entrare. “Non lo lasciare fuori dalla porta, caro, fallo accomodare…”. “Entri dentro a bere qualcosa”.

 

Ci vogliono quasi tre minuti prima che i ciarlieri convitati capiscano che quel figuro nero con la falce non è un “contadino dei dintorni” parlante rauco “per colpa del clima”. E allora iniziano le domande esistenziali. “Non è straordinario? Parlavamo della morte appena cinque minuti fa”. “Sì, proprio così. Dicevamo se la morte è veramente la fine?”. Ma le chiacchiere più o meno dotte non aiutano a rinviare l’ultimo appuntamento. “Voialtri non capite”. “No, evidentemente no”. “Chiudi il becco! Sta’ zitto, americano! Non fate altro che parlare voi americani. Parlate, parlate, lasciate che io dica una cosa. Io devo dire una cosa. Voi siete morti ormai”. “Posso farle una domanda?”. “Cosa?”. “Come facciamo tutti quanti ad essere morti assieme?”. “La mousse di salmone”. “Cara, non avrai mica usato del salmone in scatola?”. Come i Beatles, però, anche i Monty Python dopo il consensuale divorzio si lanciarono in carriere, più o meno fortunate. Gilliam, in particolare, è diventato un estroso regista, autore di film visionari come “Brazil”, “Le avventure del Barone di Münchausen”, “La leggenda del Re Pescatore”, “L’esercito delle 12 scimmie”. Terry Jones si è messo a scrivere film per bambini e a girare documentari storici divulgativi per la Bbc. John Cleese è diventato visiting professor alla Cornell University e, dopo aver scritto e interpretato “Un pesce di nome Wanda”, ha collaborato agli ultimi film di James Bond e di Harry Potter, oltre a doppiare il Re Harold di “Shrek”. Eric Idle ha fornito la sua voce nei Simpson. Michael Palin ha girato documentari di viaggio che gli hanno valso la commenda dell’Ordine dell’Impero Britannico. Graham Chapman è morto nel 1989, dopo aver fatto outing sulla propria omosessualità. In teoria quest’ultimo evento avrebbe dovuto escludere le rimpatriate, ma nel 1998 i cinque superstiti celebrarono invece assieme il trentennale del gruppo con un evento in cui si portarono appresso le ceneri di Chapman.

 

Appunto, alla Monty Python. D’altra parte, gran parte del loro repertorio è ormai reperibile su YouTube, dove hanno lanciato un canale apposta che pompa l’altro boom dei dvd. Nel 1993, ai sei membri dei Monty Python sono stati dedicati i nomi di sei asteroidi appena scoperti: 9617 Grahamchapman, 9618 Johncleese, 9619 Terrygilliam, 9620 Ericidle, 9621 Michaelpalin e 9622 Terryjones. Due anni prima all’intero gruppo era stato intitolato il linguaggio di programmazione Python. E dal 1996, quando c’è stato il boom di Internet, da uno sketch dei Monty Python è stato preso il nome della spam: le e-mail pubblicitarie non richieste, che intasano la posta elettronica. Spam, da spiced ham, prosciutto speziato, è un tipo di carne in scatola particolarmente diffuso durante la Seconda guerra mondiale e subito dopo, che viene propagandato a squarciagola con un coro ossessivo da un gruppo di vichinghi in una locanda. “Spam/ Spam/ Spam”, fino a quando i due avventori non danno di testa. Curiosamente, alla carne Spam è legato nel 2009 pure un altro anniversario: i sessant’anni dalla “Pelle” di Curzio Malaparte, che descriveva diffusamente quella “marmellata di maiale”, mangiata dai soldati americani a pranzo e a cena e disperatamente cercata dagli italiani affamati.

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