Un angelo con la faccia sporca

Stefano Friani

Osannato e detestato in vita, bulimico autore di racconti di successo ma sempre in cerca di gloria: John O’Hara, uno scrittore da riscoprire insieme al suo alter ego Jim Malloy

John O’Hara non è stato certo un uomo facile. Baciato da un successo in vita che per quanto ampio non riteneva commisurato alla sua bravura, dilaniato da un perenne complesso di inferiorità per non aver frequentato le università della Ivy League e per le sue radici irlandesi, prima dei trent’anni aveva già alle spalle il naufragio di un matrimonio burrascoso (ne avrebbe totalizzati tre) ed era già riuscito a farsi cacciare da un’infinita serie di giornali e posizioni più o meno di rilievo. Il ricordo del suo temperamento del resto è tanto unanime quanto lapidario. Era rissoso e aveva orari irregolari, beveva troppo e non le mandava certo a dire. A detta di Fran Lebowitz: “Chiunque lo conoscesse di persona lo detestava”. Lui stesso ci metteva del suo, aveva avviato la collaborazione settimanale con Newsday con un editoriale che attaccava così: “Vediamo di cominciare col piede sbagliato”.

 

Perfino il rapporto col New Yorker, la rivista su cui pubblicò l’imprendibile record di 247 racconti, non fu poi così idilliaco

Perfino il rapporto col New Yorker, rivista di cui modificò irrimediabilmente il canone pubblicando l’imprendibile record di 247 racconti, non era stato poi così idilliaco. Il suo secondo editor, William Maxwell, ricorda per esempio quando ricevette una lunga e puntigliosa lettera a proposito dello stile – il suo stile! – per aver osato suggerire di eliminare una didascalia. Quando poi Clifton Fadiman si azzardò a stroncare il suo Venere in visone, facendo il verso al primo romanzo dell’autore con un caustico “Disappointment in O’Hara”, lo scrittore se la legò al dito, e dopo una seconda recensione negativa, stavolta per Smania di vita, decise di troncare i rapporti col suo principale datore di lavoro fino al 1960. Del resto O’Hara non si limitava alla scontrosità: la critica lo ricorda senza tentennamenti come un vanesio, continuamente sulla difensiva, pignolissimo nel valutare la propria posizione nelle gerarchie sociali e letterarie. Dopo la morte di Hemingway si era convinto che il Nobel gli fosse dovuto – “I want the Nobel prize so bad I can taste it”, scriverà alla figlia – e anzi era talmente sicuro di vincerlo che in questa previsione si comprò in anticipo una Rolls Royce. Si vantava di riuscire a scrivere un racconto per il New Yorker in un paio d’ore, avendo la faccia tosta di chiedere un rimborso se non gli pubblicavano le proposte (i racconti che scriveva per loro erano pensati solo per loro, così sosteneva).

 

Eppure negli ultimi anni, per quanto spassosi possano essere gli aneddoti che lo riguardano (o forse proprio perché troppo spassosi) di John O’Hara si è parlato sempre meno. Chi volesse poi argomentare a favore di una sua attualità rispetto al gusto contemporaneo, istituzionalizzandolo in quell’Olimpo a cui credeva di appartenere a mani basse, dovrebbe faticare non poco tra fiumane di alcol, razzismo nemmeno troppo strisciante e scene di sesso che oggi stupirebbero per franchezza. Non a caso, venti e passa anni dopo la morte, Harold Brodkey si produrrà proprio sul New Yorker in una vera sassaiola alla sua già consunta lapide: O’Hara descriveva eventi più che narrare buone storie, i suoi romanzi erano di second’ordine e la sua capacità critica e di analisi della società era pressoché inesistente se comparata a quella di un Dreiser o di un Faulkner, per non dire di come gli riuscisse impossibile guardare agli odiati wasp con l’empatia del vero scrittore. Aveva passato la sua vita alla ricerca di un’imperitura gloria letteraria e finalmente, grazie a Brodkey, era venuto il tempo di rinfacciarglielo: “Chiunque spenda tutta la sua vita a lavorare per l’immortalità letteraria è uno sciocco”.

 

Un’altalenante animosità con i critici, contraltare perfetto del rapporto che intratteneva con i lettori, i suoi interlocutori privilegiati

O’Hara ci aveva provato per davvero e senza risparmiarsi, con sedici romanzi e quattrocento racconti, macinando successi a Hollywood e a Broadway dove i suoi libri venivano incarnati da Gary Cooper e Elizabeth Taylor, Frank Sinatra e Rita Hayworth, gettando benzina sul fuoco coi suoi corsivi provocatori, senza riuscire però a scrollarsi mai del tutto di dosso l’etichetta snobistica di “scrittore di prima fascia tra quelli di seconda”, anche e soprattutto per il suo insaziabile desiderio di riconoscimenti.

 

Questa altalenante animosità con i critici, contraltare perfetto del rapporto che O’Hara intratteneva con i lettori, i suoi interlocutori privilegiati, diventa infatti davvero significativa se pensiamo a quanto finisca per assomigliare alla stessa conflittualità messa in atto dai suoi personaggi. Il mondo del giornalismo e quello editoriale, lui stesso nell’alter ego-clone Malloy, tutti i litigi e i rapporti di potere e prestigio, le convenzioni sociali e i pregiudizi, appaiono come del tutto identici a loro stessi all’interno della cornice narrativa. O’Hara rimane e rimarrà per sempre il cantore di “quegli oscuri e rispettabili matrimoni che avevano luogo ogni sabato”, un “registratore” delle ciance da cocktail party, un vero e proprio etnologo dell’endogamia dei gruppi sociali americani, e un teorico, in questo senso, della sostanzialità di questo apparato ineffabile. E se le sue insopportabili paturnie diventano le stesse dei suoi personaggi, entrambe sembrano improvvisamente più reali e giustificate, mentre quelle dei suoi critici si fanno via via meno puntuali o al massimo più squisitamente finzionali, alla luce delle sue storie.

 

Il suo esordio, Appuntamento a Samarra, si apre con un andirivieni prospettico tra un marito e una moglie la notte di Natale ed è una specie di lezione sulla stratificazione classista e razzista della società statunitense. Mentre Irma si lamenta della presenza dei dirimpettai ebrei e di quanto declassino la via (sebbene possano permettersi una Buick e abbiano dovuto pagare il doppio rispetto agli altri la casa dove abitano), Lute è scoraggiato dall’impossibilità di fare carriera senza una laurea. Sono due olandesi della Pennsylvania e lui vende macchine per Julian English, capriccioso protagonista del romanzo e titolare di un concessionario di Cadillac. Al contrario di Julian English e della sua bellissima moglie Caroline, Lute e Irma per entrare al circolo di Lantenengo Street sono costretti a sborsare un dollaro, e se lo concedono solo un paio di volte a trimestre. Neri ed ebrei ovviamente non sono ammessi, ma anche per gli italiani o gli irlandesi la situazione non è certo rose e fiori.

 

Per O’Hara i tentativi di arrampicata sociale sono prima di tutto “uno spettacolo impagabile” e in questo senso anche l’onomastica di Julian English è tutto fuorché casuale. E’ il rampollo di un chirurgo in vista, che a un impeccabile cornice domestica e borghese non coniuga però altrettanta sapienza medica. Il narratore ricorda infatti una storia che aveva fatto chiacchierare mezza città: il licenziamento di un’infermiera sorpresa a parlar male del dottore, un segaossa che non era in grado di fare alcunché senza l’aiuto dell’indispensabile e detestato collega di origini irlandesi Mike Malloy. Ma laddove cresce il conflitto sociale e il risentimento, come si sarà capito, proprio lì realtà e finzione finiranno per mischiarsi rendendo la miscela più esplosiva. Il dottor Malloy altri non è che il padre di Jim, aspirante scrittore, giornalista e maschera dell’autore che sarà protagonista di molti racconti e della trilogia di novellas Prediche e acqua minerale

 

Il protestante English, insomma, non gode delle simpatie del proprio creatore. Ultimo erede di una gentry avvitata in una crisi e protagonista di un romanzo centrifugo, l’imbelle English avrà la sfrontatezza di gettare in faccia al parvenu irlandese Harry Reilly un bicchiere di whisky durante un party natalizio, di fatto avviando una catena di eventi che lo porterà alla definitiva rovina. Anche il suo matrimonio patinato si sgretolerà in un’orgia di autodistruzione: dopo essersi inimicato tutti i cattolici della zona, dalla mafia agli avvocati polacchi passando per gli strozzini irlandesi, appena prima della vera fine, la parabola di Julian culminerà in una scena cult dove si scolerà il più grosso whisky & soda che si sia mai visto, direttamente da un vaso da giardino.

 

Il battesimo di Jim, l’apertura della fittizia Gibbsville, la comparsa di New York, i circoli e la vita mondana sembrano quindi un momento talmente definitivo nell’opera di O’Hara da trasformarsi in un gioco quasi ironico col lettore, che in definitiva è chiamato però a origliare le contraddizioni di questi scenari molto più di quanto sia invitato a scorgere i rimandi con la vita dello scrittore che li ha generati. I personaggi di O’Hara sembrano voler essere più che realistici, più che veridici; hanno bisogno di parlare, e nella schiettezza e ineluttabilità delle parole ormai pronunciate suscitano qualcosa che assomiglia forse alla pietà, o a quell’empatia mancante di cui si lamentava Brodkey.

 

Quello costruito dallo scrittore è un diorama in cui, nel secondo romanzo, Venere in visone, è possibile osservare, oltre all’immancabile Jim Malloy, anche l’algida bellezza della vedova English, intenta a sorseggiare un drink a margine di una scena in uno dei “circa ventimila bar clandestini disseminati attorno a Times Square”. E’ un’immagine che dà l’idea di come appaiano di solito i personaggi di O’Hara, sempre con l’aria di essere qualcuno e sempre a bere qualcosa – bevendo male, senza alcuna idealizzazione romantica –, conoscono immancabilmente un posto migliore e chiamano per nome il barista che li serve, le donne con in mano i romanzi di Pearl S. Buck e gli uomini con quelli di Fitzgerald e di Hemingway. Sono tutti volti noti, ma nella maggior parte dei casi la loro fama non si estende “a più di venti isolati verso nord, a quaranta verso sud, a sette verso est e a quattro verso ovest”. Sono pesci in un acquario di cui l’autore tratteggia un ritratto di gruppo, squadernando e ridisegnando la rete e le traiettorie delle loro complesse interazioni sociali: c’è il compare che all’asta fa offerte fasulle per gonfiare il prezzo e il maggiore in congedo che ha un penchant per le ragazzine, la ragazza disinibita che frequenta le bettole di Harlem ma teme di farsi riconoscere dalla cameriera nera, e ci sono gli alberghi dove alle signore è proibito fumare, frequentati assiduamente da mariti in piena crisi di mezza età. Personaggi che bucano la pagina e una fedeltà indefessa alla verosimiglianza del particolare che spesso è stata usata contro lo scrittore.

 

Un etnologo dell’endogamia dei gruppi sociali americani. Lo “spettacolo impagabile” dei tentativi di arrampicata sociale

Ma di fronte a questo tipo di realismo, non appare allora troppo maldestro, se non altro per motivi esegetici, il reiterato accostamento a Fitzgerald, né l’apprezzamento reciproco con Hemingway. Se Fran Lebowitz chiamerà O’Hara il “vero Fitzgerald” è probabilmente a causa di un “realismo dell’apparenza” talmente immanente ai personaggi e alla società raccontata da evitare perfino ogni inclinazione sensazionalistica o romantica del narrato. Il dramma è stemperato, e talvolta si ha l’impressione di una serie di illusioni acustiche, di echi nella testa. Come quando in Venere in visone c’è una lunghissima sequenza in cui si ordina il pranzo, riprodotta con una minuzia che fa sospettare che a quel tavolo sedesse proprio lo scrittore. Stilisticamente il punto fondamentale è la presenza massiccia del sonoro, per cui anche Dorothy Parker aveva avuto un debole, scrivendo del “ritmo quasi incredibile” della narrazione e intravedendo in O’Hara quella qualità da origliatore di conversazioni altrui che lo renderà famoso per i dialoghi: “Agli occhi e alle orecchie di O’Hara non è stato risparmiato nulla, ma egli ha conservato nel cuore una strana e amara forma di compassione”. Ed è quasi come se in questo ascolto si riversasse tutto il suo contributo all’arte letteraria – “Il suo modo burbero per dichiarare amore al mondo”, come ebbe a dire Updike.

 

E la dimostrazione più eclatante di questo approccio impressionista di O’Hara, per cui le voci si rivelano il canale narrativo principale attraverso cui dipingere la società e i suoi conflitti, non può che essere l’auto-racconto, l’immagine del doppio Jim Malloy. Neanche la narrazione di sé, nonostante la prima persona, può essere risparmiata all’imparzialità dell’orecchio. Aspirazioni e pregiudizi, vizi e idiosincrasie, asciugati di ogni impulso auto-compiacente, sono inevitabilmente parte anche di Malloy, che è quasi una voce fra le altre, come se fra i tanti privilegi wasp ci fosse anche il punto di vista del narratore. O’Hara poi non si tira certo indietro: Jimmy Malloy è un angelo con la faccia sporca, come James Cagney, “l’idea che voi americani d’America avete del gangster perfetto”. Uno capace di farsi passare per un ex studente di Yale solo da chi Yale l’ha vista in cartolina. Malloy è uno che indossa abiti di Brooks, che non mangia l’insalata col cucchiaio e che potrebbe diventare un giocatore di polo passabile se solo ci si applicasse per un paio d’anni. Ma è irlandese e gli Stati Uniti sono un paese anticattolico. Spiccicato al suo demiurgo, è un giornalista impermeabile al posto fisso, e dunque uno scrittore, ma anche uno che ha dovuto lavorare per la morte prematura del padre, impossibilitato dalla iella e dalla nascita a frequentare l’alta società. “Qualcuno dovrebbe indire una colletta per mandare O’Hara a Yale”, aveva detto Hemingway sulla voglia di rivincita del collega.

 

Ha raccontato da cronachista di razza la Grande depressione utilizzando come epicentro la bolla di una cittadina mineraria

Jim Malloy è uno che si arrabatta tra incarichi pagati male presso quotidiani e periodici, scrive racconti, sceneggiature e romanzi, un provinciale ai margini del demi-monde newyorkese in costante ascolto e con gli occhi bene aperti che fa un vanto del riuscire a sostentarsi con la sua macchina da scrivere, incontrando le stesse difficoltà del suo creatore nel trovare orecchie altrettanto accorte, altrettanto attente.

 

Il titolo della trilogia a lui dedicata di cui La ragazza nel portabagagli costituisce il primo libro fa riferimento al Don Giovanni di Byron (Vino e donne, allegria e risate, prediche e acqua minerale l’indomani) e il brusco risveglio dopo anni di sbornia è quello della Grande depressione, che O’Hara ha raccontato col piglio asciutto del cronachista di razza utilizzando come epicentro la bolla di una cittadina mineraria. Gibbsville, il cui nome è un riferimento giocoso al suo primo editor del New Yorker Wolton Gibbs, è la versione finzionale della Pottsville, in Pennsylvania, della gioventù di O’Hara. Un’eterna provincia.

 

Gibbsville fa 24.032 abitanti secondo il censimento del 1930, i figli dei ricchi giocano con quelli dei poveri a baseball, perché altrimenti non si è abbastanza per fare una squadra, ma da quando è uscito al cinema The Birth of a Nation giocano anche al Ku Klux Klan. A Gibbsville, chiunque abbia fatto due soldi deve essere grato al carbone, o meglio ancora all’antracite, e per spiegare dove abitano quando vanno in gita a New York, la perifrasi d’obbligo è “abito nella zona carbonifera” o “vicino Pittsburgh”. Per quando arriva la crisi l’antracite ha già fatto il suo tempo e l’epica degli scioperi sindacali degli anni Venti è oramai alle spalle, ma ci sono ancora parecchie persone in grana in giro, e la giornata del 29 ottobre del 1929 in cui la Borsa precipiterà a picco passerà soltanto come “una forte reazione tecnica del mercato” in quell’angolo di America. Altrove, invece, nella New York del proibizionismo ritratta in Venere in visone, alcuni iniziano a ponderare su quale sia il reale valore di ciò che possiedono tra le mura domestiche e in banca, mogli incluse; uomini che frequentavano la Borsa e “tornavano a casa la sera a controllare cosa diavolo diceva John Stuart Mill, anzi, per scoprire chi diavolo era John Stuart Mill” mentre solleciti pastori di anime benedicevano il crollo di Wall Street e di quel sistema di valori così che mariti e mogli potessero riconciliarsi e spendere più tempo assieme. Che la sua Gibbsville corrisponda all’America di oggi o meno, e in quale guisa, in fondo è un problema relativo, se pensiamo alla fortuna che ci ritroviamo a poter ascoltare quelle voci come se fossimo testimoni delle loro pause, delle incertezze e dei cambi di tono, rivelatori di paure e cattiverie.

 

Il National Book Award al suo Ten North Frederick e gli innumerevoli adattamenti in vita, la pubblicazione nella Modern Library e nei Penguin Classics, l’inserimento di Appuntamento a Samarra nel Canone occidentale di Harold Bloom: John O’Hara tutto sommato non se l’è cavata male per essere figlio di una città ai piedi degli Appalachi, dove al massimo “si può togliere il ragazzo dal carbone, ma non si può togliere il carbone dal ragazzo”.

 

L’editor della Paris Review Lorin Stein, prima di venire investito dal ciclone #MeToo, in un pezzo del 2013 sul New Yorker ha sottolineato come i racconti di O’Hara creino dipendenza ancora adesso e possano portare a un binge-reading compulsivo, un tipo di lettura vicinissimo al modo con cui ingurgitiamo stagioni intere di Mad Men, forse per le stesse identiche ragioni. Non è un caso che negli anni Settanta proprio Gibbsville abbia finito per dare il titolo a una serie tv con il buon vecchio Jim Malloy per protagonista. O’Hara è stato capace di creare una cittadina che ha la stessa familiarità della Springfield dei Simpson, un microcosmo che continua a vivere nella testa e nell’immaginazione dei lettori, fatto di persone più che personaggi. E’ anche stato un grande ascoltatore e osservatore dei suoi tempi, dei costumi, ma soprattutto, come tutti i grandi autori, della natura umana, e forse è giusto ricordarlo anche per la sua egolatria e il personaggio larger than life che ha saputo riversare su pagina, ricordando l’epitaffio senza pretese che aveva scelto per la sua lapide appena intaccata dagli anni: “Meglio di chiunque altro, ha raccontato la verità sulla sua epoca, la prima metà del Ventesimo secolo. Era un professionista. Scriveva bene e con onestà”.

 

In questa pagina, la nota biografica su John O’Hara che fa da postfazione al suo La ragazza nel portabagagli, primo libro della trilogia Prediche e acqua minerale, pubblicato da Racconti.

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