Immagine dalla pagina Facebook della Fondazione Maimeri

Il colore puro è una fabbrica da artisti (e molto altro). Cosa fa Fondazione Maimeri

Paola Bulbarelli

Nata negli anni 90, realizza progetti di promozione di arte contemporanea. A Firenze inaugura il 7 dicembre la mostra ‘Ex voto, per arte ricevuta’, in collaborazione con il carcere di San Vittore

Parlare di colore, esplorarlo, capirlo. Farne un libro e intitolarlo “Il colore perfetto”. E quale sarà mai quello perfetto? Tutti, basta che siano puri. “Per mio nonno fu un’intuizione consapevole, per mio padre inconsapevole ma, per entrambi, alla base stava la purezza, un vero e proprio pallino”, racconta al Foglio Gianni Maimeri, terza generazione della Fratelli Maimeri, una delle prime fabbriche italiane di colori e vernici per Belle arti, nata nel 1923 alla Barona, quartiere industriale di Milano sud. La purezza di tono data un unico pigmento era la chiave della qualità. “Siamo gli unici che produciamo una gamma di punta di poco più di 80 colori ma con 80 pigmenti, perché ogni colore ha il suo”. Nessuna mescolanza, nessun miscuglio. “La partenza sono state un’idea e un’esigenza di mio nonno omonimo, Gianni Maimeri, uno degli artisti più rappresentativi del periodo a cavallo delle due guerre. Tutta la vita ha fatto l’artista producendo una quantità di opere che sono nei musei e nelle più importanti collezioni in Italia e all’estero”. Da lì, il bisogno dei colori: non qualsiasi ma studiati ad hoc. “I colori nell’arte erano prodotti con grande maestria e sapere, poi nei primi del ’900 con l’industrializzazione si sono stravolte le procedure subordinandole in modo prepotente alle esigenze industriali. Mio nonno ha voluto tornare al passato, ma con le competenze del presente e del futuro. Si è chiesto se era possibile creare dei colori puri con processi di produzione estremamente sofisticati che l’industria poteva garantire , ma senza alterazioni, cosa che invece era avvenuta con le scelte imposte dai chimici industriali”. Vinse la sfida. Famosissimi i tubetti con un assortimento limitato a una gamma di cento colori. “La strada che indicò è la stessa che seguiamo oggi che porta ad avere un prodotto unico a livello internazionale. La perfezione del colore è qualcosa che è molto legato agli aspetti culturali, tradizionali. Così come la percezione: così diversa nel ’500, nel ’700 o nel 2000, o rispetto al mondo occidentale e  orientale”.

 

In pratica, l’arte nel sangue ha dato vita a qualcosa di vincente anche nell’industria. “Mio nonno proveniva da una famiglia legata all’imprenditoria e alla ricerca scientifica, ha portato in Italia l’Helvetica diventata poi Breda, una delle fabbriche metallurgiche del tempo. Lo spirito di imprenditore lo ha spinto”.  Non un caso che l’azienda crebbe nel tempo, fino a superare la crisi del ’29. Dallo stabilimento nell’ex cascina alla Barona, nel 1968 la Maimeri si trasferì nel comune di Mediglia, sempre vicino a Milano. “Mio padre non era un artista ma un innovatore. La nuova fabbrica era all’avanguardia: si dotò, già in quel periodo, di un impianto per la depurazione delle acque, lontana a venire anche da un punto di vista legislativo, e poi un sistema automatico di movimentazione delle merci e di un sistema informatizzato con schede meccanografiche”.

 

La terza generazione ha vissuto una consapevolezza diversa. “Mi sono reso conto che il valore più grande era il rapporto tra l’arte e l’industria. E ho pensato che l’unica ipotesi percorribile fosse quella di dare vita a una fondazione che potesse mantenere vivo e promuovere il lato artistico e culturale di questa storia. La Fondazione Maimeri è nata negli anni ’90 e da allora, via via, ha iniziato a realizzare sempre più progetti di promozione, sia in Italia che all’estero, di arte contemporanea. Non solo quindi legata alla figura di mio nonno, alla parte documentale, archivistica e storica ma soprattutto contestualizzandola nell’oggi. Con artisti prevalentemente italiani, quel filone che viene presentato al Mac, un concept che abbiamo ideato noi per cercare di abbattere le barriere che spesso confinano l’arte a dimensioni molto esclusive e elitarie. Integriamo i progetti con il contribuito di altre forme di espressione che talvolta sono più attrattive e aiutano a completare l’esperienza di visitare una mostra o un’inaugurazione con la partecipazione di musicisti, attori, performer, ballerini”. Dalla nascita, sono molti i progetti realizzati, più di cento. “Ne abbiamo in corso diversi. A Firenze inaugura il 7 dicembre la mostra ‘Ex voto, per arte ricevuta’ al museo Marini”. Un altro progetto molto caratterizzante per Fondazione Maimeri, perché collega il mondo dell’arte a una dimensione sociale più ampia, riguarda una collaborazione con il carcere. “Lo stiamo sviluppando con il carcere di San Vittore e vede coinvolta anche la Triennale: è un’idea forse visionaria di trasformare il carcere in un luogo in cui arte, cultura e bellezza possono diventare un elemento di facilitazione e miglioramento nel percorso del reintegro dei detenuti. Il 12 dicembre parte un’istallazione in piazza del Duomo, in galleria Santa Redegonda, una di Domenico Pellegrino. E un altro con il Fatebenefratelli”. In tutto questo, Gianni Maimeri ha trovato anche il tempo per il libro. “L’incarico l’ho avuto dal Saggiatore, scrivere un libro sul colore. Ho immaginato un viaggio cromatico attraverso incontri che ho avuto con talenti che nel loro lavoro, nella loro professione e esperienza hanno un rapporto molto stretto con l’uso o la comprensione del colore. Ho parlato con Gualtiero Marchesi, Gillo Dorfles, Lamberto Maffei, Stefano Boeri, Steve McCurry, Bob Krieger, Angelo Crespi. Un colore puro è in grado di esercitare nei confronti di chi lo osserva una stimolazione emotiva nella convinzione che la memoria del colore legata a un’emozione persiste di più di ogni altro elemento si scolpisca nella memoria”.

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