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L’algoritmo non è un critico letterario, anche se ha salvato Molière

L’"Enrico VIII" e "L’Avaro" alla prova dell’intelligenza artificiale

1 Dicembre 2019 alle 06:00

L’algoritmo non è un critico letterario, anche se ha salvato Molière

L’algoritmo ha fatto anche cose buone e (ottimismo) altre ne farà. Tra le cattive, o almeno discutibili, c’è l’analisi letteraria a scopo di smascheramento di un falso. Questa settimana sono stati sottoposti a vaglio algoritmico “Enrico VIII” di Shakespeare e l’opera intera di Molière, in entrambi i casi per fornire l’inconfutabile prova che quanto si mormora da sempre, e cioè che l’uno sia farina del sacco di un altro, il drammaturgo elisabettiano John Fletcher, e l’altra sia o un abile copia incolla di opere minori o il lavoro di un altro, Pierre Corneille, praticamente un Cyrano – un ghost writer, se preferite. Nel caso di “Enrico VIII”, l’algoritmo ha confermato che no, non è di Shakespeare; nel caso di Molière, invece, c’è la certezza assoluta che il suo teatro lo abbia scritto una sola persona, ma non che quella persona sia lui (anche se, con buona approssimazione, sì, e pure questa è una notizia, persino bella: l’algoritmo approssima). Cafiero e Camps, i due studiosi che hanno fatto ricorso all’algoritmo per autenticare “L’avaro” e gli altri, sono stati chiari: “I lavori teatrali di Molière dimostrano d’esser stati probabilmente scritti da una sola persona”. Tra le ragioni per cui di Molière hanno sempre dubitato tutti, i suoi contemporanei per primii, c’era il basso livello della sua istruzione, la sua vita così frenetica da mal conciliarsi con l’idea autistica che abbiamo dello scrivere (o fai come Franzen e ti rintani per mesi in uno stanzino con un materasso per terra e una finestra e basta, oppure scriverai robetta) e pure il fatto che non era una persona molto a modo, era un gigione, un attore, un mondano che per fare teatro aveva rinunciato a seguire le orme paterne (papà Molière lavorava per la famiglia reale francese, allegria). Che ghiotta occasione si sono persi, i signori accademici: pensate che soddisfazione, per loro, rimuovere dal trono di genio assoluto della drammaturgia francese un buzzurro di poche letture e piazzarci qualcuno di più presentabile, raffinato, colto. E invece.

 

Shakespeare non ha avuto altrettanta fortuna, ed è stato sbugiardato dal calcolo architettato da Petr Plechac, ricercatore dell’Accademia di Scienze di Praga, di cui ha dato notizia Rivista Studio e che consisterebbe in una raffinatissima operazione di comparazione di occorrenze, stile, ritmo delle battute di molte opere shakespeariane. Non che sia peregrino che questi due signori fossero dei cialtroni, o non fossero chi e come ci è stato detto che erano, ma: conta? Fossero morti ieri l’altro ci sarebbe da farsi scrupolo per le royalty, ma così non è. Certo, l’onor di cronaca è l’onor di cronaca, la verità è la verità (anche se un verso rap bello dice che “La verità non serve” e se non possiamo ammetterlo in un’aula di tribunale, nella fiction, che appunto è fiction, avrà o no un qualche diritto di cittadinanza?). E allora va bene, facciamo che conta sapere se “Amleto” l’ha scritto lo stesso incredibile esser umano che ha scritto “Enrico VIII”: ne dobbiamo affidare l’ analisi a un algoritmo? Ehi, algoritmo, ma tu hai mai letto un libro in vita tua? Va bene che i critici letterari (i pochi superstiti) godono del medesimo rispetto di cui godono i vaccini, ma siamo sicuri di voler (poter) appaltare lo studio di un autore a un cervello fatto di pixel? Siamo certi che metta in conto, quel cervello, che un grande scrittore dice una e una sola cosa per tutta la vita, ma la dice in centinaia di modi diversi, per studiare e valutare i quali è necessario aver campato coi piedi piantati a terra e sapere che a volte posare lo sguardo su un tramonto perbene è sufficiente per abiurare e stravolgere poetiche, estetiche, vocabolari, posizioni, forme e contenuti? Sapete quel nervosismo sottile e costante che v’arreca lo straniamento di ritrovarvi Marracash consigliato da Spotify, dopo che avete ascoltato Tupac Shakur? Ecco, lo dovete al medesimo meccanismo al quale qualcuno vorrebbe far fare il mestiere di Harold Bloom.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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