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La resa dei reazionari

La crisi non è la fine: riscoprire un po’ di sano realismo per rinnovare democrazia e capitalismo

10 Novembre 2019 alle 06:14

La resa dei reazionari

Dalla cinematografia ai fumetti, dalla musica rap alle serie tv al teatro, “La guerra di tutti. Populismo, terrore e crisi delle società liberali” di Raffaele Ventura (Minimum fax, pp. 309) prende i suoi esempi un po’ ovunque, e li shakera con abbondanti dosi di storia della filosofia e storia delle religioni, innaffi di geopolitica e spruzzi di citazioni letterarie dal grande Canone occidentale. Con vero godimento del lettore. Solo quando arrivi in fondo ti viene il sospetto che il dato più sorprendente lo fornisca tuttavia lo studio commissionato dalla Confederazione italiana agricoltori: nel 2014, l’82 per cento degli italiani era convinto che per uscire dalla crisi bisognasse tornare all’agricoltura.

 

Ora, non è che voglia fare (solo) dell’ironia e sostenere ciò che è lampante: fra quelli che ci hanno governato e ci governano ci sono molte braccia sottratte al lavoro nei campi. Piuttosto, la gravità della crisi dell’occidente è tale che può succedere che un paese – anzi, la seconda potenza manifatturiera d’Europa – pensi che ormai la salvezza possa venire solo dal bucolico ritorno alla vita agreste.

 

Ma non è così, perché non c’è salvezza: soprattutto non dalle parti della decrescita, di una nuova èra solare e di svariate altre utopie (Ventura lo scrive quando Greta se ne stava ancora sola soletta in Svezia). Ciò non vuol dire che le ciminiere della modernizzazione ci abbiano servito un pranzo di gala. Il libro è anzi scritto per mostrare che la vasta opera di neutralizzazione e spoliticizzazione che chiamiamo modernità, alla quale l’occidente ha affidato, in combutta con la crescita economica assicurata dal modello di sviluppo capitalistico, il compito di spegnere, o perlomeno stemperare, i conflitti fra gli uomini, ebbene, quell’opera è franata. “Il motore ideologico che teneva in moto la macchina si è spento, lasciandoci soli con le nostre aporie”. Con un’unica aporia, in realtà, che Blaise Pascal formulava in una brevissima pensée: non potendosi fare che il giusto fosse forte, s’è fatto in modo che il forte fosse giusto. Vale a dire: non c’è giustizia, non c’è ordine che non poggi su una violenza originaria, non c’è società che possa alzare il velo sulla propria storia senza vergognarsene. E andare in frantumi.

 

Quando il velo si alza – e Ventura mostra come questo stia accadendo su molti terreni: dal terrorismo al fenomeno migratorio, dai rapporti internazionali alla regolazione dei diritti civili e sociali – lo Spettacolo finisce, e insieme ai titoli di coda vengono a mancare i titoli di validità: non le risposte ai problemi – formula che si impiega quando si vuol far credere che le soluzioni possono essere meramente tecniche, anodine, pacifiche – ma addirittura la legittimità di proporne, senza che qualunque proposta appaia ingiusta, e non rilanci la guerra di tutti (contro tutti).

 

Il bersaglio grosso del libro di Ventura è l’illusione che il progressismo liberal ha nutrito (e venduto), per la quale la domesticazione fornita dai diritti e dal mercato è sufficiente a dirimere le controversie. Come se conflitti e guerre fossero riducibili a civili ed educati contenziosi. E invece, tanto le forme giuridiche quanto quelle economiche nascondono un grumo di violenza e sopraffazione che nessuna civilizzazione o secolarizzazione potrà mai rendere solubile. Anzi, più spingi sul pedale e più il vento della tua corsa semina indietro tempesta: i conflitti religiosi ritornano, gli squilibri sociali aumentano, la coda dei risentimenti si allunga e i danni collaterali finiscono col rendere ingovernabile il sistema (uno come Bolsonaro non lo digerisci facilmente).

 

“In questo specifico senso – scrive Ventura, a cui non manca un’acuta capacità di provocazione intellettuale – siamo costretti dai tempi a essere reazionari”. In quale senso? Si direbbe: nello stesso senso in cui Ralf Stegner, partner socialdemocratico della Cancelliera Angela Merkel, ha affermato: “The zeitgeist of globalization and liberalization is over”. It’s over: è finita. Illuminismo: ti saluto. Universalismo: addio. E se lo dice l’Spd in Germania, vuoi che non dobbiamo dirlo pure noi, che abbiamo già fatto esperienza di un esecutivo grillo-leghista?

 

Prendiamo il caso italiano, spostandoci però ai piani alti della cultura filosofica (solo per concedere una piccola tregua all’attuale governo). C’è stato un tempo in cui fior di pensatori reazionari – Nietzsche, Schmitt, Heidegger – hanno potuto transitare a sinistra. Ventura ci aggiunge pure Foucault (e un bel po’ di French Theory) e conclude: quel che oggi sta accadendo è che tutti questi signori stanno tornando dove sono nati, cioè a destra. O perlomeno: è destrorso l’effetto prodotto da tutto lo smascheramento che hanno insegnato, da tutta la Destruktion che hanno praticato. E siccome le filosofie della storia di marca progressista sono morte, e siccome pure Marx lo usiamo ormai quasi soltanto per denunciare la falsa ideologia borghese dei diritti umani e della democrazia liberale, quel che resta è un panorama di macerie.

 

Ma allora, fatto tutto questo repulisti di smitizzazioni (che, peraltro, potrebbe pure rivolgersi contro se stesso e finire quindi per togliere il disturbo), qual è il nuovo spirito del tempo il cui soffio dovrebbe oggi ispirarci? Il libro sembra ondeggiare: il “non possiamo non dirci reazionari” di Ventura si accompagna a una sobria ricerca del male minore che è in linea, non contro, buona parte del pensiero moderno, quello più realista. Quello, cioè, che ha sempre pensato il moderno come una formazione di compromesso e che guarda alla crisi non come alla fine di tutto (e alla guerra di tutti) ma come il campo da percorrere costruendo nuove mediazioni. Se è così, perché escludere che capitalismo e democrazia possano mutare, conoscere nuove trasformazioni, nuovi aggiustamenti? E perché trasformazioni e aggiustamenti non dovrebbero essere preferibili a una semplice resa alla reazione (già, perché: forse perché la nuova linea del Piave edificata col bisConte quanto a mediazione e compromessi non è andata tanto per il sottile? Forse. Ma, almeno per il momento, rispettiamo la tregua)?

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