L'icona della scorrettezza

Mattia Ferraresi

Un documentario racconta vita e maschere di Jordan Peterson, il profeta più odiato dalla cancel culture

Il mese scorso gli impiegati di un cinema di Brooklyn si sono rifiutati di proiettare un documentario su Jordan Peterson, professore canadese diventato oggetto di culto globale per il popolo dei frustrati dal politicamente corretto, dai pronomi neutri, dall’indifferenza sessuale, dalla cancel culture, dalla caccia al maschio bianco. Hanno detto che il contenuto del documentario li “metteva a disagio”, cosa che involontariamente ha mostrato i motivi per cui Peterson è diventato un fenomeno di massa. Il boicottaggio del personale di sala sembra una trovata pubblicitaria perfetta per far conoscere una pellicola indipendente su un personaggio controverso, ma non lo è, è tutto vero, ed era successo già a Toronto e in alcune altre città americane. E’ finita così che i giornali hanno parlato più delle proteste indignate dei ragazzi woke che del documentario, circostanza che meriterebbe una rilettura delle tesi di Daniel Boorstin sugli pseudo-eventi, cioè eventi senza contenuto che traggono il loro valore esclusivamente dal fatto di essere raccontati dai media. Era il 1962, nella preistoria della televisione, e il critico americano aveva già capito molto di quel che sarebbe venuto dopo. Ma in questo e in molti altri casi la dinamica dello pseudo-evento funziona al contrario: è il tentativo di oscurare un fatto che gli dà risalto, che genera attenzione. E’ la dura legge del de-platforming, che dona visibilità aumentate alle vittime se la cancellazione dalle piattaforme non avviene in modo totale, con un’opera di censura completa. Per una conferma del fenomeno si può consultare il caso di Errol Morris, che è stato vittima di un caso di cancellazione per il suo documentario su Steve Bannon, intitolato American Dharma. Distributori e opinion-maker che molto probabilmente non avevano visto il documentario lo hanno accusato di intelligenza con il diavolo trumpiano, la distribuzione è stata congelata e il famoso regista che ha ritratto fra gli altri il generale McNamara e Donald Rumsfeld è stato bacchettato a dovere, ma l’operazione ha finito per generare l’effetto opposto. Il documentario è circolato fuori dai grandi circuiti, il distributore s’è trovato e al New Yorker, che nella vicenda del boicottaggio di Bannon era in prima linea, è toccato fare un’intervista a in cui Morris, con i suoi soliti modi garbati, ha detto che sono tutti fuori di testa.

 

In alcuni cinema hanno boicottato un film che non santifica il professore canadese. Un classico: chiedere, per conferma, a Errol Morris

L’evento reale contenuto nello pseudo-evento in questione è un documentario che ha il sommo pregio di non suggerire cosa pensare di questo chiacchierato professore-icona. La regista Patricia Marcoccia ha avuto la bravura, il fiuto e anche – va detto – la notevole fortuna di iniziare a seguire Peterson nel 2015, quando era soltanto un professore di psicologia dell’università di Toronto che si era distinto fino a quel momento per avere insegnato alcuni anni ad Harvard e per aver scritto un opus magnum di oltre 600 pagine sulle “architetture delle credenze” di cui nessun lettore laico ci aveva capito nulla, e pure gli specialisti avevano fatto una certa fatica a orientarsi.

 

Marcoccia si era interessata a Peterson per via della sua amicizia con l’artista Charles Joseph, che nella West Coast canadese realizza arte indigena. Così ha iniziato a conoscerlo, a entrare in rapporto con la moglie e i figli, a seguirlo nella sua casa tappezzata di inquietanti quadri a tema totalitario – ci sono gigantografie di Lenin, ritratti di Marx, manifesti della propaganda del Terzo Reich – e a conversare con lui di qualunque tema. Tutto questo è andato avanti fino al 27 settembre 2016, il giorno in cui è cambiato tutto. Quella sera Peterson ha postato su YouTube un video in cui criticava aspramente, ma in modo argomentato, la legge canadese sulla discriminazione che ha criminalizzato l’uso di espressioni scorrette sull’identità di genere. Apostrofare qualcuno con un pronome da questi non approvato, arrecando “in modo intenzionale oppure no” un’offesa, era diventato un reato. Nel giro di 48 ore il professore di psicologia ossessionato dalle origini del totalitarismo e dalla ricerca delle ragioni per cui gli uomini combattono fra loro, anche brutalmente, si è trasformato nell’eroe (o antieroe, a seconda del punto di osservazione) della nuova guerra culturale, quella che si combatte a suon di pronomi e safe space, di intersectionality e stati di permanente offesa, mettendo le basi per la creazione di una macchina mediatica enorme in cui i quasi due milioni e mezzo di iscritti al suo canale YouTube sono soltanto una piccola parte del tutto. Peterson riempie piazze e palazzetti tanto nel nuovo quanto che nel nuovo continente, con il suo libro 12 Rules for Life è diventato il saggista canadese più letto di sempre, dibatte di capitalismo e marxismo con Slavoj Zizek, viene scortato nelle università di tutto il mondo, mette online decine di ore di lezione nelle quali offre una lettura psicologica della Bibbia, un esercizio a metà fra Roberto Calasso e Kanye West. Peterson ha trovato il modo di monetizzare i social justice warrior, come dice lui.

 

Dicono che la regista, Patricia Marcoccia, ha fatto un documentario “equilibrato”, ma lei preferisce l’aggettivo “onesto”

Marcoccia ha rapidamente cestinato la commovente storia dell’amicizia con l’artista indigeno e ha approfittato del suo punto di osservazione per raccontare l’incredibile ascesa di questo intellettuale che chiaramente ha toccato un nervo scoperto nella dibattito culturale e ha offerto una dimora a milioni di orfani politici che erano stanchi dell’ideologia del correttismo ma non sapevano come dirlo. Il risultato è The Rise of Jordan Peterson, 90 minuti senza voiceover né intervistatore in cui la vicenda dell’autore canadese viene raccontata innanzitutto dal protagonista stesso. Riflettendo su quello che è successo negli ultimi tre anni, l’uomo Peterson racconta e cerca di spiegare il fenomeno Peterson, e questa specie di seduta psicanalitica genera inevitabilmente un gioco di maschere in cui il narratore e il soggetto narrato si confondono. Questo aspetto dà un valore unico al documentario. Non si sentiva nessun bisogno di vedere ancora una volta Peterson parlare da un palco, arringare, discettare, dibattere con il suo modo compassato, lucidare la sua logica argomentativa, litigare con un transessuale a caso: di quella roba è pieno l’internet. Era interessante, invece, tentare di cogliere la persona che si agita dietro alle quinte del teatro, scoprire che è piena di dubbi, di difetti, capace di rancore e di perdono, uno che soffre la solitudine, che lotta sempre con la depressione, la stessa che ha afflitto a lungo sua figlia, è un uomo che indossa pantaloncini orrendi, che può essere estenuante per la pedanteria e il desiderio di capire ogni grammo di realtà che gli si fa incontro, cosa che la moglie sottolinea in modo amorevole e divertito. Marcoccia, insomma, propizia un breve incontro con una persona, non soltanto con il personaggio. Non è poco.

 

L’intera critica a Peterson fa leva sull’idea che l’immagine presentabile sia una finzione per coprire la sua natura xenofoba e fascista

Anche il contesto è ben illuminato. Perché, come dice uno degli intervistati, “Peterson è stata la scintilla, Trump il fuoco”. La rapida sequenza dell’uscita dal closet del politicamente corretto e dell’elezione di Trump ha determinato una congiunzione astrale che può essere spiegata in molti modi, ma la regista sembra implicitamente sceglierne uno: Peterson nell’ambito della cultura, dell’accademia, e Trump in quello della pseudo-politica, hanno interpretato qualcosa che stava accadendo. Un moto di frustrazione, una forma di risentimento, uno smarrimento, qualcosa di indefinito e forse indefinibile che in entrambi i casi ha avuto la capacità non solo di intercettare ma anche di mobilitare. Nel caso di Peterson non ha mobilitato dei deplorables (copyright Hillary Clinton) degli Appalachi in piazze dove si cantava “build the wall”, “lock her up” e altri slogan da tre parole (quattro sono già troppe). Ha convinto milioni di studenti a seguire ore e ore di lezioni complicate, dense di citazioni e note a piè di pagine, a leggere Jung e a cercare di capire come fare una resistenza minimamente sensata al clima da totalitarismo morbido che vedono nelle università. In lui hanno trovato non una valvola di sfogo, ma un maestro. Qualcosa di simile a un padre. E infatti il suo slogan più famoso non è una sciocchezza fumosa tipo “stay hungry, stay foolish”, è “clean your room”. Riordinare la camera da letto per riordinare i pensieri: la rivoluzione inizia da lì.

 

La pellicola non dà soddisfazione a chi vorrebbe ridurre tutto a tifoseria. Marcoccia racconta una persona, non solo il personaggio

E’ un documentario petersoniano? Roba per membri della alt-right e ultrà della transfobia? E’ materiale di propaganda? Difesa di un incitatore di violenza? Serve una buona dose di malafede per sostenerlo. I recensori lo hanno definito per lo più “equilibrato”, aggettivo che alla regista non piace per niente, ché lei voleva fare piuttosto un documentario “onesto”, e a conti fatti si può dire che è riuscita nel proposito. Il protagonista è Peterson che legge se stesso, vero, ma ci sono anche gli attivisti trans che lo boicottano, c’è il collega transgender che per primo lo denuncia all’amministrazione dell’università, il vecchio amico che si risolve a scrivere un articolo contro di lui, ci sono i critici che lo accusano di essere un agitatore neonazi che in modo scaltro ed erudito getta benzina su un fuoco con il quale dice di non aver nulla a che fare. La parte più complicata della legacy di Peterson è proprio questa: una buona sezione della destra xenofoba che vive online lo ha incoronato simbolo di una causa che lui asserisce di odiare profondamente, ai suoi eventi compare sempre una dose di cappellini rossi Maga, ma che si fa quando uno diventa simbolo di qualcosa suo malgrado? E’ innocente o complice quando circondato dai fotografi accetta di farsi immortalare con un pupazzo di Pepe the Frog, il simbolo incoronato dalla alt-right con intenzione di trollaggio ma poi diventato serio? Quanto contano le intenzioni e quanto le conseguenze oggettive? Questo è probabilmente l’aspetto più delicato dell’intera vicenda. L’architettura concettuale dei suoi critici si poggia, in fondo, su un solo punto di Archimede: il professore mente sapendo di mentire. C’è lo show, il tono professorale, l’abito presentabile, ma in realtà è uno xenofobo, neonazi, maschilista, razzista e retrogrado che viene dalla stessa fogna da cui sono emersi gli elettori di Trump, quelli della Brexit ecc. E’ una gigantesca truffa. In quest’ottica, l’immagine di presentabilità che si è costruito è un terribile peggiorativo: è il sofisticato strumento dell’inganno. Questo tipo di approccio presuppone che chi critica possa leggere le intenzioni interiori mentre rifiuta come ingannevoli le apparenze esteriori. In sintesi: non fatevi fregare da quello che dice, il problema è quello che è. Un modo piuttosto curioso di usare la ragione: è come se dicessero che per conoscere un autore non bisogna leggere i suoi libri, ma quelli del critico che lo odia e che ha scritto malissimo di lui.

 

Marcoccia fa la scelta meravigliosamente azzeccata di non tentare nemmeno di sciogliere questo nodo. Ma nemmeno tiene all’oscuro gli spettatori di questo livello della complicazione. Li mette a parte, li conduce, sceglie il linguaggio della spiegazione quando sarebbe forse più semplice adagiarsi su quello della persuasione e della tifoseria. Dalla sala (non boicottata) non si esce né petersoniani né social justice warrior, si esce con il senso che il mondo è un posto complicato, che una persona ha dentro di sé contemporaneamente ragioni e torti, che nell’universo politico-culturale qualcosa sta succedendo, e di cosa si tratti non è ancora chiaro, ma qualcuno ha un istinto o una sensibilità più sviluppate per afferrare i cambiamenti e ne diventa in qualche modo profeta, con tutto il carico di complicazioni che il profetare sempre comporta. Agli opposti alfieri della alt-right e della cancel culture tutto questo non interessa minimamente, osservano l’uscita di The Rise of Jordan Peterson imbracciando i loro slogan. Gli uni dicono: “purché se ne parli”; gli altri ribattono “purché non se ne parli”.

  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.