Canova, l'uomo che plasmò il moderno attraverso il filtro dell'antico

Giuseppe Fantasia

13/10/2019

A Palazzo Braschi a Roma, fino al 15 marzo, una mostra dedicata all'artista che, arrivato a Roma a ventisei anni, nel giro di poco tempo conobbe la fama diventando il più celebre tra gli scultori Neoclassici

Roma. Quando, nel 1779, Antonio Canova (1757-1822) arrivò a Roma, aveva solo ventisei anni, ma nel giro di poco tempo conobbe la fama diventando il più celebre tra gli scultori Neoclassici. Come spesso accade quando uno ce la fa, soprattutto se non si è del posto in cui si ha successo (Canova era nato a Possagno, in provincia di Treviso), a scatenarsi sono tutta una serie di invidie e gelosie da parte di chi ha avuto esiti completamente opposti. In quel periodo Roma, nonostante i rivolgimenti storici, riuscì a mantenere il suo fascino inalterato e tra continue rivoluzioni e restaurazioni, conservò soprattutto il ruolo di capitale delle arti. Canova seppe approfittarne, o meglio, cercò di sfruttare al meglio la situazione dimostrando a tutti, anche ai suoi nemici, il suo genio creativo. Sono gli anni in cui realizza il Monumento sepolcrale di Clemente XIV ai Santi Apostoli, un’opera che, come le altre, ognuna a suo modo, lasciò il segno, è il caso di dirlo, in tutte le corti come nelle principali dimore dell’aristocrazia europea. Tutti lo volevano, e lui, nei limiti e nel tempo consentiti, cercava di accontentarli.

 

“Proprio perché fu consacrata a Roma, custode per eccellenza dell’antico e del bello”, spiega al Foglio Giuseppe Pavanello, curatore della mostra Canova. Eterna bellezza, ospitata a Palazzo Braschi fino al 15 marzo prossimo, “la sua fama si diffuse così velocemente e resse tanto a lungo: pochissimi artisti ne hanno goduta altrettanta in vita”. Nel rapporto fra l’artista e la città, però, non mancarono i paradossi. “Cattolicissimo e politicamente neutrale - aggiunge il curatore - Canova era però protagonista della corrente artistica abbracciata dai rivoluzionari e ufficializzata da un imperatore anticlericale”. Probabilmente fu anche per questo motivo che non trovò dove collocare la sua colossale statua della Religione nella Roma restaurata di Pio VII, anche se proprio a Roma si concluse felicemente la vicenda di un altro lavoro, l’Ercole e Lica, destinato prima a Napoli, poi a Verona e infine tradotto in marmo grazie a Giovanni Raimondo Torlonia. Non è un caso, poi, che questa mostra sia allestita in un palazzo intitolato alla famiglia di Pio VI Braschi, il papa in carica quando il giovane scultore arrivò in città.

 

Prodotta dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Arthemisia e organizzata con Zètema Progetto Cultura, la mostra è realizzata in collaborazione con l’Accademia Nazionale di San Luca, la Gypsotheca e il Museo Antonio Canova. Il robot nel cortile, che è la più contemporanea riproduzione in scala reale del gruppo scultoreo di Amore e Psiche, viene dimenticato presto grazie a un allestimento di grande impatto visivo con oltre 170 opere dell’artista e alcuni artisti a lui coevi che possono essere ammirati con una candela elettrica che ricorda, in qualche maniera, il lume di torcia con cui l'artista, a fine Settecento, mostrava le proprie opere agli ospiti, di notte, nel suo atelier di via delle Colonnette. Studio che nel giro di poco tempo, divenne una delle tappe romane del Grand Tour, a dimostrazione che a Roma era lui lo scultore più celebre del suo tempo, il più coinvolto nella gestione e nella salvaguardia del patrimonio culturale, ricoprendo cariche di solito riservate all’aristocrazia o al clero. Nel 1802, infatti, il papa lo nominò “Ispettore delle Belle Arti” con pieni poteri su tutto, compreso il controllo sui beni che si volevano esportare. Per calmierare il mercato, lo scultore acquistò di tasca propria gli antichi cippi Giustianiani, allora messi in vendita, e li donò ai Musei Vaticani, e oggi in mostra potrete ammirane uno.

 

La mostra affronta poi anche il rapporto tra lo scultore e la letteratura del suo tempo: una piccola sezione è dedicata alla relazione tra Canova e Alfieri, la cui tragedia Antigone, andata in scena a Roma nel 1782, presenta più di uno spunto di riflessione in rapporto alla rivoluzione figurativa canoviana. Troverete anche la rappresentazione di un episodio della più bella favola dei greci, secondo Voltaire, l'Amore e Psiche stanti, un gesso di Canova, tema oggetto di particolare attenzione da parte di numerosi artisti, pittori soprattutto, alla fine del Settecento, ma che solo Canova riuscì a reinventare connotandolo di significati filosofici. Da non perdere – oltre alle trenta fotografie in bianco e nero di Mimmo Jodice che ritraggono i suoi marmi – sono il Fauno nudo e a gambe aperte, la Maddalena Penitente proveniente dall’Hermitage assieme all’Amorino alato e alla Danzatrice con le mani sui fianchi. Opere che, a guardarlo oggi, così, tutte insieme, anche con le copie dei suoi capolavori inamovibili ed esposti alla Galleria Borghese (Paolina Borghese) o alla Galleria Nazionale (Ercole e Lica), dimostrano uno dei motivi per cui ebbe successo. Riuscì a far rinascere l'antico nel moderno e a plasmare il moderno attraverso il filtro dell'antico. “L’antico – citando le sue parole - bisogna mandarselo in sangue sino a farlo diventare naturale come la vita stessa”.