Il modello al contrario dell'isola greca

Un'orgia di foto, selfie e narcisismo. È l'effetto Santorini

Antonio Pascale

Darci un taglio. Attraverso le foto pubblicate sui social ci raccontiamo storie che ci vedono vittime o eroi ma mai carnefici. Ma così le città possono morire accecate dalla narrazione. Il caso Napoli, l’Economist, la fine delle fiabe

Quelli di noi che fanno i politici, un giorno sì e uno no, propongono, per uscire dalle sacche depressive, la soluzione turismo. Sole, mare, tramonti mozzafiato e albe che ti fanno girare la testa, rovine greche, romane, medievali, paesini addormentati e lo splendido barocco, oltre ai musei a cielo aperto. Che ci manca? Si potrebbe vivere solo di turismo, dicono, spesso, quelli di noi che fanno i politici. La proposta sulla carta funziona sempre, e pure nelle conferenze, sui media, insomma roba da 90 minuti da applausi.

 

Sulla carta però. Perché presi come siamo dall’eccitazione non pensiamo mai a quello che si può chiamare effetto Santorini. Nota isola greca, nel centro geometrico dell’Egeo, dai pendii modellati da un’eruzione vulcanica che prima la distrusse e poi la ricreò. L’effetto suddetto ci mostra il duplice aspetto del turismo. Da un parte abbiamo i turisti che fotografano continuamente Oia e Fira, nonché se stessi (e i gatti rossi stesi sulla pietra bianca, i muli sulle scale, i tramonti) sullo sfondo delle note case bianche a forma di cubo (di recente l’Economist ha calcolato che l’isola appare 5 milioni e passa di volte nei post su Instagram) e così facendo disegna e sottolinea e amplifica l’immaginario della città.

 

Dall’altra parte i turisti creano notevoli rotture agli abitanti. Perché poi basta allargare con una semplice carrellata all’indietro i contorni di quelle foto ed ecco che appare la triste verità: una marea di persone appollaiata su qualche belvedere che aspetta il tramonto perfetto e l’inquadratura ideale. Capite bene in che guaio ci troviamo quando esaminiamo l’effetto Santorini? Si riscontrano subito le crepe nella trionfa dichiarazione di apertura: appunto, possiamo vivere solo di turismo. Sulla carta così eccitante e risolutiva.

 

A parte che per vivere di turismo bisogna essere benestanti, sennò come lo pago il viaggio. Quindi, come l’uovo o la gallina, c’è da chiedersi: ma viene prima la ricchezza (e l’industria, il poco amato sviluppo) e poi il turismo o viceversa? Poi c’è l’aspetto della sostenibilità. Dobbiamo affrontarlo, Santorini è un po’ Venezia, una po’ ponte Vecchio a Firenze, e vogliamo parlare di Roma nei dintorni del Colosseo? Code, bibitari, colori sgargianti, zoccoli e bermuda non sono ben visti dagli esteti. Insomma, quante foto e quanti fotografi eccitati può sostenere una piccola città prima che gli abitanti esplodano e invochino i marosi per tenere lontani il più possibile i turisti fotografi? Qui naturalmente entrano i gioco molti fattori e la nostra tanto citata impronta ecologica. Parametri che stiamo tentando faticosamente di valutare (poi diciamoci la verità, siamo quasi 8 miliardi, una parte di noi viene dalle retrovie e sta accelerando, dunque per quanti sforzi facciamo un po’ di impronta ce la dobbiamo tenere sul groppone, dai, siamo seri, a zero non ci possiamo arrivare).

 

Ma è solo una parte della crepa. L’altra parte, ben consistente, riguarda il modo in cui i turisti raccontano le città (e sì con le foto, i post su Instagram, le avventure, gli aneddoti) e come e se le città si adeguassero a questi racconti. A volte si immobilizzano. Cristallizzate, come la bella addormentata nella nota fiaba.

 


Basta allargare i contorni di quelle foto ed ecco che appare la triste verità: una marea di persone appollaiata su qualche belvedere. Una città può morire così. Si finisce per vivere solo in funzione dei turisti. Quelli che vengono, si accalcano, fotografano e vanno via


  

Nessun legame è più forte come una storia che funziona. Lo dicono in tanti, soprattutto gli sceneggiatori (è l’arringa finale di Tyrion Lannister nell’ultima puntata di “Game of Thrones”) e del resto il nostro tanto amato io altro non è un brontolone che continuamente cerca di impostare al meglio la sua voce per raccontare la sua storia. Però poi, a forza di raccontare l’aspetto tipico della città, si finisce per semplificare la città stessa. Comprimerla nella formula di successo. Così tanto che i cittadini cominciano a recitare per amore dei turisti quella formula, lasciando in ombra le altre parti che invece servirebbero per un bilancio, cioè un racconto onesto. Quindi alcune città famose rischiano il crollo a causa della stessa fama. Che poi è un modo più raffinato di dire che le città turistiche – quelle titolate a salvare l’Italia dalla recessione – crollano sotto il peso del turismo, e trascinano tutti nella sacca depressiva. Capite il conflitto?

  

A mo di esempio si può analizzare, così non prendiamo il volo per Santorini, ma per Napoli. Una delle città più raccontate. E male anche. Se a Santorini il fotografo cerca il gatto steso, il mulo e il blu dipinto di blu di certi pomeriggi, a Napoli, da sempre, il turista cerca l’eccezionalità.

  

La categoria dell’eccezionalità è il motore che spinge Napoli e che allo stesso tempo rischia di ingolfarlo e farlo sbuffare a dovere. Questa è la città alla quale Pasolini ha dedicato un trattato pedagogico-filosofico, Gennariello – e cito il seguente saggio, incredulo io stesso, ogni volta che posso (sono così tante volte ormai che quasi mi vergogno), perché lo ritengo esemplificativo di un certo modo di pensare alla città: “Benché sia ormai un po’ di tempo che non vengo a Napoli, i napoletani rappresentano per me una categoria di persone che mi sono, appunto, in concreto, e per di più ideologicamente, simpatiche. Essi infatti non sono cambiati. Sono rimasti gli stessi napoletani di tutta la storia. E questo, per me, è molto importante, anche se so che posso essere sospettato per questo delle cose più terribili. […] Ma che vuoi farci, preferisco la povertà dei napoletani al benessere della Repubblica Italiana, preferisco l’ignoranza dei napoletani alle scuole della Repubblica Italiana. […] I napoletani provengono da una cultura antica, mitica, sono disegnati dall’allegria e pieni, colmi di affetto naturale: considero anche l’imbroglio uno scambio di sapere. Un giorno mi sono accorto che un napoletano durante un’effusione di affetto mi stava sfilando il portafoglio, gliel’ho fatto notare e il nostro affetto è cresciuto”. Questa è la storia che racconta Pasolini, con quel sapere nostalgico e con qualche fallacia argomentativa in primo piano (meglio l’ignoranza dei napoletani che quella della Repubblica).

  

Se facciamo i conti significa che se il portafoglio ve lo rubano altrove probabilmente vi sentirete oggetto di violenza, passerete una brutta giornata (chiama in banca, blocca la carte di credito, fai denuncia), se vi accade a Napoli, è motivo di allegria naturale, non ve lo ruba un ladro, cioè un individuo soggetto ai sensi di legge, ma una specie di Tuareg. Qualcuno che, grazie a Dio, non ha mai subìto il cattivo influsso del tempo. La modernità non l’ha mai toccato. Come si rubava una volta… Nessuno per anni ha controllato la veridicità di queste affermazioni, intendo i famosi furti come scambio di sapere, ma hanno contribuito, questo, insieme ad aneddoti simili, ad alimentare la categoria dell’eccezionalità. Quella che ti fa venire voglia di scappare a Napoli appena possibile per fotografare questo famoso ladro di altri tempi, e poi ingolfare Instagram.

 

Finché poi il canale satellitare National Geographic ha cominciato a trasmettere una serie interessante: “Truffato a…”, dove si raccontano i modi di truffare o derubare i turisti nelle grandi città, Mumbay, Buenos Aires, New Orleans, Città del Messico, New York, Roma, Milano e naturalmente Napoli. Porca miseria. Sono sempre gli stessi. Sì, sono innumerevoli ma simili le strategie per distrarre, ingannare e far piangere poveri turisti, per non parlare delle vecchiette. La particolarità che lì, nessuno, scrittore, filosofo ha ragionato sui furti come elemento di scambio di sapere. Solo a Napoli. Del resto in ragione della suddetta categoria, questa è la città nella quale, quando, per smottamenti vari dovuti a piogge persistenti, cedono terrapieni e si aprono voragini, come, per esempio, anni addietro, nel pavimento della chiesa di San Carlo alle Mortelle, qualcuno disse: per forza, Napoli è una città porosa. “Porosa come questa pietra è l’architettura. Struttura e vita interferiscono continuamente in cortili, arcate e scale. Dappertutto si conserva lo spazio vitale capace di ospitare nuove, impreviste costellazioni. Il definitivo, il caratterizzato vengono rifiutati.” Bella vero? E’ chiaro che non appena ascoltate una metafora del genere, voi prenotate il viaggio a Napoli. Già le metafore hanno la loro forza. Pensate a quella di cui sopra, che è stata rielaborata e raffinata da Walter Benjamin e ha Napoli come cassa di risonanza, dai che ne fai di Santorini? Napoli, sosteneva, era unità di uomini e pietre, e nessuna forma (sia essa sociale o architettonica) era pensata per sempre. Napoli è soggetta a un continuo divenire, un transitare da uno stato all’altro, che è proprio il contrario del “Tutto concluso” di Berlino, la città-caserma. In fondo, poteva andare bene così, una considerazione (isolata) di Benjamin. E invece, negli anni la metafora si è moltiplicata. E così il concetto di porosità è diventato uno strumento buono per spiegare tutto.

  


Nessun legame è più forte come una storia che funziona. Lo dicono in tanti, soprattutto gli sceneggiatori. Tutto è un raccontarsi. Nessuno, scrittore, filosofo ha mai ragionato sui furti come elemento di scambio di sapere. E’ successo solo a Napoli


   

Nel lontano 1992, un anno prima dall’inizio del cosiddetto rinascimento napoletano, venne edito da Cronopio un libro di interviste, intitolato, appunto, “La città porosa”. Filosofi (Cacciari), registi (Martone) e altri discutevano di categorie – sociologiche, urbanistiche, antropologiche – facendole rimare con la porosità. Dire Napoli significava declinare concetti in ragione della sua porosità: alto e basso, friabile, verticale, orizzontale. Napoli, dunque, era accogliente, profonda, superficiale, cangiante.

  

A Napoli nessuna cosa procedeva in linea retta, anche gli incroci formavano angoli acuti o ottusi, in ogni caso, non retti, ciò significava sia che potevi pensare a Napoli come avamposto poroso del Mediterraneo, cioè capace di filtrare (e purificare) uomini e cose, sia che in città potevi passare anche con il semaforo rosso perché l’incidenza dell’angolo (acuto o ottuso) ti permetteva di controllare chi veniva alla tua destra o sinistra. Capite il guaio? Se tutto rientra nella nella categoria dell’eccezionalità? Buttate lì una definizione, scattate distrattamente un foto e questa si amplifica, si gonfia a dismisura, diventa metafora di metafora. Cioè, voglio dire, sempre a proposito di porosità, gran parte del territorio italiano è di origine vulcanica, quindi è composto di tufo (soprattutto l’Italia meridionale). E allora, come mai solo a Napoli si produce un numero spropositato di metafore a partire dal tufo? Tuareg, vecchi furti e scambi porosi di sapere.

 

In effetti, a Napoli una cosa non cambia: la capacità di elaborare continue metafore. E’ l’effetto Santorini che si manifesta anche sul versante immaginario. Una città può morire così. Non solo per eccesso di turismo che i politici in vena di applausi spingono a praticare, ma perché, scusate il bisticcio, finisce per vivere solo in funzione dei turisti. Quelli che vengono, si accalcano, fotografano e vanno via. Raccontano una storia, senza sfumature, sempre la stessa. Funziona per quei pochi giorni. I cittadini cominciano a loro volta a recitare in funzione del selfie e della foto: si trasformano in tuareg. Siccome il ruolo è impegnativo, non hanno tempo di analizzare le cose a flash spenti, quando la città, giorno dopo giorno, si abbruma e si sporca. Capite bene il conflitto? E capite a proposito di storie, le tristi analogie con le note questione politiche? Perché anche lì raccontiamo continuamente una storia che ci vede sempre vittime o eroi e mai carnefici, e quindi pure la democrazia potrebbe crollare per eccesso di elettori che fotografano solo quello che vogliano vedere.

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