Piacentini l'architetto del secolo
Illuse il Duce di essere lui l’architetto supremo. Così ebbe gloria e potere. E plasmò 28 città italiane. La sua è una biografia della nazione
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27 AUG 19
Ultimo aggiornamento: 11:09 AM

La sede dell'Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di guerra a Roma (1925-1937) considerata tra i migliori progetti di Marcello Piacentini
La biografia di una nazione di norma si affronta attraverso le vite degli uomini illustri che l’hanno fondata o cambiata irrimediabilmente, ma se i casi classici delle biografie di Napoleone scritta da Max Gallo o quella di Garibaldi scritta da Denis Mack Smith o anche l’opera in tre volumi di Renzo De Felice su Mussolini sono, alla fine dei conti, storie nazionali narrate in modo piuttosto ovvio, quella invece pubblicata da Paolo Nicoloso, Marcello Piacentini. Architettura e potere: una biografia (Gaspari Editore, Udine, euro 24,50) riesce per una volta a riempire di significato quell’aggettivo svuotato che è oggi il termine “straordinario”. Nicoloso infatti, che da moti anni studia a fondo la storia dell’architettura e dell’urbanistica comprese fra le due guerre mondiali, ha voluto rovesciare il suo precedente Mussolini architetto (Einaudi 2008) – una storia dei lavori pubblici del ventennio fascista – nella biografia dell’architetto che più di tutti ha lavorato allora e che – questa la tesi di fondo – ha voluto illudere il duce di essere lui l’architetto supremo, facendo propri i suoi slogan e idee di città per ingraziarselo ottenendo così il massimo riconoscimento pubblico, mentre viceversa quasi tutto restava nelle saldissime mani piacentiniane. Nel farsi interprete di Mussolini, cui permetteva di aggiungere segni e schizzi ai suoi progetti in bella copia, Piacentini si faceva interprete non già della tanto mitizzata politica culturale del fascismo, quanto piuttosto di tutte le oscillazioni opportunistiche e propagandistiche di un regime camaleontico in cui la “camaleontesca adattabilità” piacentiniana (definizione di Roberto Farinacci che lo attaccava da destra, come anche gli strapaesani Maccari e Longanesi) ha brillato più di tutte. Di conseguenza, avendo vissuto in un periodo storico in cui l’architettura rivestiva un ruolo centrale nell’organizzazione del consenso politico e della costruzione identitaria di uno stato ancora giovane, la sua azione instancabile in ben 28 città italiane, senza uguali per capacità organizzative, il suo trasformismo professionale e stilistico si sono imposti con una potenza tale da incarnare la biografia di tutta la nazione, specie i difetti: conflitto d’interessi, traffico d’influenze, furbizia professionale, opportunismo politico, nepotismo, mancanza di idealismo, corruzione. Colpe che non sono appartenute solo al fascismo: tra i meriti del volume c’è infatti anche quello di dimostrare che Piacentini non ha fatto altro che adattarsi alle condizioni di tutti i regimi politici, da quello monarchico liberale precedente fino a quello repubblicano a guida Dc successivo. Nonostante qualche rara sbavatura moralistica, Nicoloso segue in questo il suo maestro Giorgio Ciucci, che oltre trent’anni or sono si proponeva di indagare più le ragioni che hanno permesso l’affermazione di questo tipo di professionalità, senza esprimere un giudizio morale sul suo operato. Analogamente a quanto ha fatto Mario Lupano, autore nel 1991 della prima e finora unica monografia sull’architetto romano, responsabile inoltre della donazione di tutto il fondo Piacentini all’Università di Firenze per ottemperare a un’antica battuta di Aldo Rossi, che dopo la sua Triennale del 1973 stroncata da Bruno Zevi sull’Espresso proprio per la presenza di un disegno raffigurante un edificio milanese del nostro, disse “bisognerebbe piuttosto studiarlo, Piacentini”.


Un periodo in cui l’architettura rivestiva un ruolo centrale nell’organizzazione del consenso e della costruzione identitaria


Il suo talento principale fu quello di saper aggirare i concorsi pubblici, con contatti diretti e persuasivi con il ceto politico e non solo


Il suo trasformismo professionale e stilistico si sono imposti con una potenza tale da incarnare la biografia di tutta la nazione


Il trio Piacentini, Sironi, Martini partorisce il Palazzo di Giustizia di Milano come sintesi delle arti operata dai primatisti del proprio campo