Tutte le sfumature del nero

Ugo Nespolo

Dalla Rivoluzione francese all’abolizione della schiavitù, fino all’emergere del concetto di negritudine. Esotismo e modernità in una nuova iconografia. Una grande mostra al Musée d’Orsay, a Parigi

Sfiniti e sfibrati per il vacuo girovagare tra risaputi biennalismi, esposizioni autoctone o transnazionali sovente monotone quanto indisponenti fatte di esili ripetizioni indifferenti, ci si ritrova canuti e apatici alla presenza dei neverending estetismi, gratuiti e laccati, frutto bacato della morente era del “tutto va bene”, creatività farcita di schegge di teorie minime e assenza assoluta di incidenza nel sociale. Proprio per tutte queste ragioni e molte altre ci si appassiona subito alla grande mostra in corso a Parigi al Musée d’Orsay: Le modèle noir – de Géricault à Matisse. Esposizione che nasce con ambizioni forti e ci riporta con toni perentori a farci riconsiderare l’arte per alcune delle sue principali vocazioni originarie, tra cui quella di comunicazione privilegiata e influente e relative connotazioni sociali e politiche chiare.

 

Tutto prende il via al Wallach Art Center della Columbia University a New York con la mostra Posing Modernity, concepita e curata dalla studiosa e ricercatrice Denise Murrell che da tempo sta ponendo a confronto la storia dell’arte con quella delle idee, forzando una connessione stretta tra estetica, politica e questione raziale.

 


L’arte e le sue vocazioni originarie, la comunicazione privilegiata e influente e le relative connotazioni sociali e politiche


 

Mi pare che l’accento più originale e vigoroso sia quello posto dalla Murrell sulle enormi potenzialità espressive e immaginative scaturite nel panorama delle arti visuali con la presenza della figura nera dal tempo dell’abolizione franco-americana dello schiavismo ai giorni nostri.

 

Laurence Des Cars, presidente del Musée d’Orsay e Jacques Martial, già attore e regista e ora presidente del Memorial ACTe di Pointe-à-Pitre in Guadalupa (centro caraibico d’espressione e memoria dello schiavismo e istituzione che ospiterà la terza tappa della mostra), scrivono nella dotta prefazione al monumentale catalogo mettendo in evidenza come quest’esposizione nella sua configurazione parigina si articoli cronologicamente dalla fine del Diciottesimo secolo ai giorni nostri, legandosi strettamente alla storia politica e sociale della Francia. Dalla Rivoluzione francese all’abolizione della schiavitù nel 1848, dalla rivolta di Santo Domingo nel 1791 sino all’emergere del concetto di negritudine volano circa due secoli, testimoni privilegiati di tensioni, lotte, dibattiti che prefigurano la nascita di una modernità democratica della quale il mondo delle arti si è fatto carico e nutrito. Nasce in qualche modo un’iconografia e un’identità nera.

 

Ci si chiede allora chi siano questi uomini e donne che hanno nel tempo incrociato la traiettoria di artisti, pittori, poeti, scrittori, chi sono poi questi personaggi anonimi e dimenticati dalla grande narrazione delle avanguardie.

 

L’apparizione nel 1976 e ’79 dei due primi volumi di L’immagine del nero nell’arte occidentale, pur avendo iniziato a siglare un patto franco-americano per l’indagine sulle domande poste dalla storia dell’arte e dalla storia nera, non aveva avuto rilevanti risvolti espositivi, anche se la Corcoran Gallery di Washington e il Brooklyn Museum di New York avevano realizzato la mostra Facing History. The Black Image in American Art 1710-1940, mostra che però aveva avuto almeno il merito di saper spezzare il silenzio sulla questione.

 

Altri esempi significativi di mostre sull’argomento s’erano visti nel tempo. Pensare a Black Chronicles alla National Portrait Gallery di Londra, a Black is Beautiful – Rubens to Dumas alla Nieuwe Kerk di Amsterdam o ancora a Magiciens de la Terre a Parigi nel 1989, concepita da Jean-Hubert Martin, mostra di grande successo come del resto Primitivism al Moma di New York. Per la prima volta oggi, però, la Francia e Parigi in particolare mettono in scena un evento complesso e critico capace – proprio in questi tempi di tribolate migrazioni – di far luce su negazioni e ipocrisie intorno alle questioni razziali e porre la cultura tutta di fronte alle oggettive responsabilità spesso evitate o sfumate nel tempo e nella rilevanza.

 

L’esposizione del Musée d’Orsay pur conservando una potente struttura unitaria la si può immaginare come suddivisa in periodi storici diversi. Dall’abolizione della schiavitù sino alle prime avanguardie novecentesche in un percorso che trascina lontano dall’ombra quei valori estetici e sociopolitici che in anni recenti sono stati messi in luce dai Black Studies e dagli intellettuali progressisti nel mondo intero.

 


Matisse e il trionfo dell’Harlem Renaissance, movimento nato dopo la pubblicazione del libro “The New Negro”


 

Una prima fase indicata tra il 1788 e il 1848, ricca di avvenimenti e di grandi trasformazioni nel tessuto sociale, anni in cui si evidenzia negli artisti l’attrazione e il fascino dell’esotico, del corpo nero, novità e mistero, forza muscolare e rivolta iconografica intenzionale. Tra le opere brilla il magnifico ritratto di Madeleine (detto precedentemente Portrait d’une Négresse) dipinto da Marie-Guillemine Benoist nel 1800. L’artista, allieva nel 1786 di Jacques-Louis David, dopo aver sposato nel marzo del 1793 il banchiere Benoist d’Angers abbandona lentamente l’influsso neoclassicista per dedicarsi a una pittura di genere che sfocerà nel Salon del 1800 con la presentazione di questo ritratto realizzato dopo sei anni dall’abolizione della schiavitù. L’opera desta scalpore per la regalità della modella atteggiata nella posa classica destinata a dame e nobiltà. Molti troveranno la cosa inaccettabile.

 

Il 2 luglio 1816, al largo della Mauritania, la fregata Méduse affonda, per la stupidità del suo comandante, schiantandosi sulle secche del Banc d’Arguin. Théodore Géricault sconvolto dalla vicenda disumana dei naufraghi abbandonati in mare su una zattera senza speranza di sopravvivenza dipinge forsennatamente un grande quadro seguendo anche i consigli di uno dei pochissimi sopravvissuti Alexandre Corréard. Tra morte e putrefazione, teste di giustiziati, e membra sezionate che recupera nel vicino ospedale, egli ritrae tre personaggi di colore dei quali in tutta evidenza è l’uomo nero che sventola brandelli di stracci per segnalare a un’invisibile nave lontana la loro disperata presenza. Géricault recluta personaggi e modelli tra gli attori di Madame Saqui e in particolare il Nègre Joseph venuto da Santo Domingo a Marsiglia e poi a Parigi dove era stato ingaggiato nella truppa acrobatica di un circo in quanto africain.

 

In mostra un modello di studio iniziale per la Zattera e due straordinari ritratti di Joseph del 1818-19 indicati come Etude d’homme. La fama del modello Joseph sarà grandissima se dopo la tragica morte del giovane Géricault, il 26 gennaio 1824, a 33 anni egli viene richiesto da molti artisti parigini, menzionato in articoli e nelle opere nel corso del secolo, persino inserito nel dizionario Larousse. E la mostra parigina presenta opere di Horace Vernet, Adolphe Brume, Dominique Ingres, Théodore Chassériau che hanno per modello Joseph.

 

Le modèle noir si cura di esporre materiali raccolti in musei e istituzioni di tutto il mondo che bene evidenziano i rapporti con altre discipline artistiche in una grande commistione di arte figurativa, letteratura e fotografia.

 


Tra le opere brilla il magnifico ritratto di Madeleine dipinto da Marie-Guillemine Benoist, allieva nel 1786 di Jacques-Louis David


 

Una lunga documentazione sui Dumas e su Alexandre in particolare soggetto di una vasta iconografia, bozzetti, disegni, caricature e infine le miracolose fotografie di Nadar che immortalano lo scrittore dei Tre Moschettieri nipote di un mulatto, nato da un marchese francese ed una schiava di Haiti, quindi con un quarto di ascendenza afrocaraibica.

 

“Nell’oceano dei tuoi capelli vedo un porto brulicante di canzoni tristi… Nella brace dei tuoi capelli respiro l’odore di tabacco mescolato all’oppio e allo zucchero…”: sono frammenti di una lettera di Charles Baudelaire a Jeanne Duval, attrice mulatta e passione del poeta che per la seconda edizione dei Fleur du mal del 1861 si dice essersi a lei ispirato per i Tableaux parisiens.

 

Verso la fine del 1862 Edouard Manet cita una certa Laure “une trés belle négresse” che già aveva posato per lui in Rue Guyot al nord di Parigi. L’opera è il secondo dei tre quadri conosciuti di Laure, tutti eseguiti nell’arco di dodici mesi. Poi l’anno dopo il 1863 Laure poserà per il personaggio che nell’opera Olympia gioca il ruolo della serva di una diafana prostituta alla quale porge un bouquet di fiori colorati. In Olympia, definita opera “realistica e pragmatica”, Manet suscitando scandalo abbandona l’esotismo dell’Impero per trovare una sorta di modernità repubblicana, capace di testimoniare la vita quotidiana di una Parigi moderna con uno stile che sfida il classicismo accademico, quel tardo romanticismo ormai logoro e di maniera. Nessuno può dire se Laure fosse per Manet null’altro che una modella, quello che invece è certo è che molto spesso egli ospitava in atelier l’amico Charles Baudelaire in compagnia di Jeanne Duval. Lo stesso anno dei ritratti di Laure, Manet dipinge un grande ritratto della Duval, lo strepitoso Femme a l’éventail detto anche Maîtresse de Baudelaire couchée.

 

L’arco temporale che va dal 1870 sino al 1914 risulta ricchissimo di eventi legati alla presenza crescente delle figure di colore. Toulouse Lautrec nel 1896 ritrae all’Irish and American Bar il clown nero Chocolat, solito danzare dopo il suo spettacolo al Circo in compagnia del comico Foottit, filmati entrambi dai fratelli Lumiere. Matisse nel 1906 viaggia in primavera in Algeria a Biskra, l’anno dopo Picasso s’appassiona alle maschere africane su consiglio di André Derain e dà il via con le Demoiselles d’Avignon a un capitolo totalmente rinnovato della visione artistica futura.

 

Siamo all’èra dei pugili di colore che combattono dinnanzi a folle entusiaste. Gli afroamericani Joe Jeannette e Sam McVey danno vita nel 1909 ad un memorabile incontro al Cirque de Paris. Proprio il circo è il luogo ideale per spettacoli e curiosità che si nutrono di scoperte e ricerche dell’insolito, dell’esotico. Nel contesto dell’espansione coloniale del Diciannovesimo secolo il selvaggio è una risorsa ampiamente frequentata. Con la fine della tratta degli schiavi i mercanti rimpiazzano le merci da importare con montagne di casse colme di animali selvaggi, pappagalli, elefanti, coccodrilli, grandi felini. Servono al mondo del divertimento e lo caricano di un profumo esotico che delizia le élite bianche.

 

Straordinari i manifesti in mostra di Jules Chéret per le Fantasie-Oller o Le Folie Bergère per il Domatore Nero Delmonico o per Miss Lala, straordinari almeno quanto i pastelli di Edgar Degas o gli olii su carta di Toulouse-Lautrec. Letterati, poeti, pittori si fondono con gli spettatori entusiasti delle nuove esotiche forti emozioni.

 

Gauguin ha lasciato l’Europa per le Isole Marchesi, l’esotismo è una connotazione non sempre fisica e vissuta. Le maschere africane di Picasso, le figure nere nelle opere di Henri Rousseau sono la parafrasi di quello che diceva Debussy a proposito della musica di Stravinskij “pittura selvaggia con tutto il confort moderno.

 


Durante l’espansione coloniale del XIX secolo il “selvaggio” è una risorsa ampiamente frequentata. Il suo ruolo nell’arte


 

Nel 1918 al seguito delle truppe americane arriva a Parigi il jazz. La celebre orchestra del 369° Reggimento degli Harlem Hellfighters formata di soli neri e diretta da James Reese elettrizza le folle, musica subito avversata da benpensanti e conservatori per il troppo americanismo.

 

Sono gli Anni Trenta quelli in cui Man Ray incontra Adrienne Fidelin al Bal Negre, locale frequentato da surrealisti e artisti di Montparnasse. Nata in Guadalupa, Ady è danzatrice, musa e amante sino alla guerra di Man Ray, frequenta gli artisti dell’avanguardia come Pablo Picasso, Dora Maar, Paul Éluard, Max Ernst, Lee Miller. Nel 1935 esce il primo numero del giornale L’Etudiant Noir. Nel terzo e ultimo numero un giovane studente, Aimé Césaire, inventa il termine negritude in un articolo intitolato “Nègreries: conscience raciale et révolution sociale”, dove inneggia all’idea di rompere il meccanismo di identificazione delle razze, invita a piantare la propria negritudine come un bell’albero che possa produrre frutti autentici. Con lui molti altri studiosi come Léopold Sédar Senghor, Léon-Gontran Damas, Guy Tirolien, si proporranno di affrancare i propri popoli dal complesso d’inferiorità imposto dai colonizzatori.

 

Nel 1953 trionfa a Parigi nella Tropical Review l’attrice, ballerina, coreografa Katherine Dunham che creerà poi coreografie per Broadway e il Metropolitan di New York. La sua tesi sulle danze africane sarà pubblicata nel 1955 con la prefazione di Claude Lévi-Strauss.

 

Quando alle 9.30 s’alza il sipario del Teatro dei Champs-Elysée gli spettatori scorgono una scenografia di grattacieli newyorkesi in cartone e stucco. Dinnanzi a quel fondale prende a danzare freneticamente una giovane nera sconosciuta, una danza burlesca su una musica di Charleston. E’ Joséphine Baker, che diviene in una sola notte una celebrità.

 

Grattacieli autentici invece per Henry Matisse e per i suoi quattro lunghi soggiorni newyorchesi che testimoniano profondamente il suo amore per la cultura nera e per il jazz che ascolta nei club più famosi. Sono i primi anni Trenta. E’ il trionfo dell’Harlem Renaissance, movimento nato in seguito alla pubblicazione di Alain Locke del suo libro The New Negro. La gente di colore si rifiuta di limitarsi all’imitazione degli atteggiamenti culturali dei bianchi d’America per esaltare invece la propria identità e creatività. L’Harlem Renaissance trasformerà per sempre le dinamiche di arti, letteratura, musica e rappresenterà la convinzione per l’uomo di colore che i bianchi non deterranno mai più il monopolio assoluto del far arte e cultura.