Dite a YouTube che la satira è un bene di lusso e per questo va pagata

Saverio Raimondo

13/06/2019

Dite a YouTube che la satira è un bene di lusso e per questo va pagata

Maschera teatrale romana, da Pompei

Contro la censura fatta in nome del politicamente corretto

Mercoledì 5 giugno la piattaforma YouTube ha diramato un comunicato che annunciava, con effetto immediato, le nuove regole sui video razzisti, negazionisti, discriminatori, che incitano all’odio o che “promuovono o glorificano l’ideologia nazista”.

 

Esattamente lo stesso giorno, alle 19.18 ora italiana, ricevo una mail da YouTube che m’informa che un mio video caricato sulla piattaforma nel 2009, dal titolo “Negazionista”, “ci è stato segnalato” e dopo attenta revisione (“Esaminiamo caso per caso i contenuti educativi, documentaristici, artistici e scientifici”) è emerso che il mio video “vìola le nostre norme ed è stato rimosso” in quanto “i contenuti che celebrano la violenza o incitano alla violenza contro un’altra persona o un gruppo di persone non sono consentiti”.

 

Si dà il caso però che il video in questione fosse satirico, una evidente parodia dei negazionisti dell’Olocausto. Nel video si vedeva il sottoscritto, comico di professione dal 2002 matricola Siae 141951, con addosso un paio di baffetti alla Hitler vistosamente posticci; e interpellato da un’asettica voce fuori campo argomentavo teorie negazioniste: mettevo in dubbio cifre (“Dove li trovi 6 milioni di ebrei? Mica sono cinesi!”), metodi (“Le camere a gas non esistono! Che ci fai col gas in camera? Quelle sono le cucine!”), testimonianze (“Il diario di Anna Frank? Ma come si fa a credere a un’adolescente in piene scariche ormonali!”). Tanto macabro quanto cialtrone.

 

Chi ha segnalato quel video è un analfabeta funzionale, incapace di capire le più evidenti manifestazioni ironiche e satiriche; oppure è un nazista, che irritato dalla mia parodia (in 10 anni quel video aveva raccolto fra i commenti un mucchio di insulti da parte di veri negazionisti) ha usato il politicamente corretto a suo beneficio. Una cosa è certa: “Esaminiamo caso per caso i contenuti bla bla bla” è un falso; probabilmente perché questo lavoro viene fatto da un algoritmo, cioè una “ottusità artificiale” che solo degli stupidi come noi umani possiamo chiamare “intelligenza”.

 

Ma su una cosa YouTube ha ragione: “Vengono fatte eccezioni in casi limitati quando viene fornito un contesto appropriato e sufficiente e lo scopo della pubblicazione dei contenuti è chiaro”. In effetti, il problema è il contesto.

 

I social o le piattaforme come YouTube, gratis e accessibili a tutti, non sono un contesto. Per esserlo gli mancano un editore vero (qualcuno che decida, promuova e difenda; e la cui linea editoriale non sia dettata dall’isteria o dalla malefede dei commenti, né tantomeno da generici algoritmi che promuovono un mondo asettico) e il biglietto all’entrata. La satira è un bene di lusso – lo sono gli assorbenti, figuriamoci la satira! – e pertanto non può essere gratis, ma va pagata: dall’editore e/o dal consumatore.

 

Perché pagare implica una scelta, un’esclusione. Delimita un contesto.

 

Resterebbe poi da affrontare l’emergenza del “politicamente corretto”: passioni tristi, violenza verbale e pensieri negativi esistono e sono inevitabili. Per impedire che dilaghino (come sta succedendo nella società e nella politica) e assumano legittimità vanno incanalati e sfogati nella comicità e nella satira; perché la comicità e la satira hanno il potere di neutralizzare e delegittimare ciò che dicono nel momento stesso in cui lo dicono. Ovviamente, “da un grande potere deriva una grande responsabilità”: questa catarsi funziona solo se il comico si ridicolizza; se si prende sul serio o chiede di esserlo, al contrario sfrutta scorrettamente e pericolosamente il potere persuasivo della risata. Ogni riferimento a fatti o persone italiane è puramente casuale.