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Pugni teatrali

Perché la cosa da scoprire questa settimana in città è il teatro contundente di Milo Rau

9 Maggio 2019 alle 13:17

Pugni teatrali

Milo Rau (foto LaPresse)

Cambiate argomento, staccatevi per un attimo dalle polemiche delSalone di Torino, lasciate pure perdere la miriade di mostre che costellano la primavera fredda di Milano. Se c‘è una cosa che val la pena scoprire, questa settimana, è a teatro. Chiacchierato, citato, additato, cercato, prima nell’underground e ora anche nel mainstream, visto che sfonda le porte del Piccolo Teatro di Milano e, in autunno, i Teatri di Roma producono per il Festival di Matera un suo “Nuovo Vangelo” ispirato a quello di Pasolini: Milo Rau è il drammaturgo di tendenza in Europa, il punto di riferimento e la speranza dei giovani attori e anche dei non attori – visto che quasi sempre si avvale anche di non professionisti. Ora arriva a Milano con uno dei suoi spettacoli più discussi, “The Repetition”, allo Strehler da ieri sera fino a domani. E qualche incauto spettatore che non ha letto bene di che si tratta potrebbe ritrovarsi scioccato nel profondo, come spesso accade durante le performance concepite da questo svizzero di Berna, classe 1977, che ha studiato Pierre Bourdieu ma soprattutto i fondamenti della tragedia e si definisce un “situazionista”.

   

Perché Rau appartiene al clan del “pugno nello stomaco” e non ha alcuna inibizione nel mettere in scena la sofferenza nuda e cruda. Così cruda da risultare inimmaginabile. Così inimmaginabile che il bagno di realtà di Rau vuole lasciare segni indelebili nella psiche: proprio come dovrebbe fare la realtà e invece non fa più perché viene digerita troppo in fretta. Come dire che anche il crimine, per essere assorbito, ha bisogno non solo di tempo, ma di immedesimazione. Milo Rau a questo punta: a cambiare il mondo attraverso l’immedesimazione. Non è il primo, direbbe chi conosce la tragedia. Ma certo è uno dei pochi che ha il coraggio di progettare una immedesimazione totale con la sofferenza peggiore sulla piazza.

  

In partenza Rau si è concentrato su temi in cui l’immedesimazione pareva impensabile: pedofilia (ha fatto un casting anche per i bambini), terrorismo, genocidio. Rispettivamente con le pièce “Five Easy Pieces” e “The Breivik’s Statement” e con il film “Congo Tribunal”. Poi ha deciso di darci dentro davvero e l’anno scorso ha pubblicato un annuncio alla ricerca di un attore che avesse combattuto nell’Isis per preparare “Mystic Lamb”, ispirato alla pala d’altare di Jan Van Eyck a San Bavone di Gand. In seguito si è scusato, ma lo spirito delle sue mise en scene è quello. Spirito che dobbiamo aspettarci per “The Repetition”: al centro, un caso di cronaca che nel 2012 in Belgio ha visto massacrare di botte Ihsane Jarfi da parte di un gruppo di trentenni omofobi con cui si era fermato a parlare davanti all’Open bar, locale gay di Liegi. “Esperienza ritualizzata dei peccati originali e dei traumi collettivi”, come è scritto nel press kit, il teatro di Rau presenta il caso Jarfi sotto tutti i punti di vista, compreso, ça va sans dire, quello del massacro: venti minuti di violenza pura in cui lo spettatore rivive le torture brutali cui per molte ore Jarfi è stato sottoposto. Non è ricostruzione: è azione e accade, ripetutamente – di qui il titolo - replica dopo replica. A star seduti tra il pubblico si soffre, e parecchio. Perché?

   

Se si fa un giro online e si sa che cosa cercare, ci si imbatte in una delle poche pietre miliari che la teoria del teatro abbia prodotto in questo nuovo Millennio. Si chiama Ghent (Gand) Manifesto e l’ha stilato proprio Milo Rau. Si trova su un sito belga che si chiama “ntgent” e viene declamato in un delizioso video di pochi minuti da due bimbe altrettanto deliziose e compunte, ambasciatrici di concetti come riproduzione della realtà, funzione dell’autore, modalità di adattamento drammaturgico, corretto uso delle fonti, ruolo dello spazio performativo, autori professionisti e non professionisti e numero corretto di repliche. Concetti che snocciolano in dieci punti come fossero colori dell’ultimo vestito della Barbie (ogni tanto leggono, ma è delizioso pure questo). Il “Manifesto” sta per compiere un anno e Milo Rau ne è molto soddisfatto: assomiglia tanto a quello che per il cinema fu il “Dogma 95” di Lars Von Trier e contiene linee guida solo apparentemente tecniche. Linee che dovrebbero favorire l’avvento di “un nuovo inizio” per il teatro.

  

Perché secondo Rau lo spirito di un teatro “aperto al mondo”, diretto, emotivo, comprensibile si è perso e la gente non capisce quel che guarda (anche se riempie le sale, almeno in Italia: Piccolo Teatro di Milano, ma anche Teatro Stabile di Torino, hanno appena diffuso report con numeri record per le stagioni passate e altrettanti record pensano di segnare per la prossima stagione). Mentre, sempre secondo lui, pièce come “The Repetition” sono amate e attese, insomma sono “un successo popolare”: parlano chiaro senza perdere la complessità. Ecco perché dobbiamo guardare, soffrire, poi guardare ancora e soffrire di più: per diventare migliori, dice Rau. O forse perché la sofferenza è rimasta l’ultima forma di espressione davvero democratica.

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