Gianrico Carofiglio (foto LaPresse)

Carofiglio legge Carofiglio, e ci spiega come funzionano bene gli audiolibri

Simonetta Sciandivasci

“La paga è buona”, dice. E il business avvicina i curiosi

Bari. “La questione fondamentale è che la paga è buona”. Alla fine, Gianrico Carofiglio chiude così l’elenco delle ragioni che lo hanno deciso a dare la sua voce all’audiolibro di un suo romanzo, l’ultimo, “La versione di Fenoglio”. Lui che attore proprio non è e neanche lo è mai stato (e a correggere la sua dizione barese non ci pensa neppure), e che da quando scrive vende tantissimo, per cui può risparmiarsi il pauperismo, ridere e rappresentare un dettaglio decisivo: si è scrittori se si vive di ciò che si scrive. Parlare di libri, soldi, lettori che crescono e nascono, progetti, futuro: lui può. Lui deve.

 

Tra Carofiglio e gli audiolibri c’è una felice corrispondenza di destino, vocazione e tendenza: tanto lui quanto quelli si rivolgono a un pubblico largo, fatto di lettori e pure di non lettori, di persone che difficilmente sarebbero attratte da un libro di carta.

 

Dice il country manager di Audible, il più grande produttore e distributore al mondo di audiolibri, serie audio e podcast, che in Italia la media di libri che i clienti della piattaforma ascoltano è, per ciascuno, di 18,3 in un anno, una volta e mezzo in più della media del lettore di libri di carta. Conoscete molte persone, fuori dalla vostra rispettabile bolla, che dedicano a un libro 27 minuti al giorno? Tanto è la media di ascolto di un audiolibro. Si tratta di un pubblico che non è solamente più ampio di quello dei libri cartacei, ma è anche più promettente: ha maggiori potenzialità di crescita, attinge a svariati bacini d’utenza (i lettori forti, medi, i non lettori, gli ipovedenti). Tra i dati più affascinanti c’è questo: ben due terzi dei nuovi clienti audible non aveva mai acquistato un contenuto audio simile all’audiolibro, prima di accedere ai contenuti disponibili sulla piattaforma. Significa che una diversa modalità di fruizione di un prodotto antico come il libro sta aprendo un mercato, e anche che la vendita del prodotto non conta, come quasi sempre vale per l’editoria, sugli affezionati, ma sui curiosi, che sono un pubblico forse più incostante, ma più vario, malleabile e, soprattutto, con maggiori possibilità di crescita (i motivi per cui ci si accosta a un audiolibro non sono necessariamente gli stessi per cui ci si accosta a un libro).

 

In questo senso, la storia di Audible, è esemplificativa: a crearlo fu, nel 1995, Donald Katz, giornalista e scrittore che, appassionato di corsa, voleva allenarsi ascoltando i suoi libri preferiti. Non molto prima, in Italia, Mondadori aveva lanciato per la prima volta gli audiolibri in musicassetta, tuttavia senza successo. Fu un’esperienza breve, ciclicamente ripresa da altri, all’incirca sempre con i medesimi risultati: s’accostavano essenzialmente i lettori tradizionali, che però continuavano a preferire i libri. Audible è arrivato in Italia nel 2016 (prima in Giappone, Australia, Francia, Regno Unito, Germania) e dallo scorso anno ha cominciato a lanciare le prime produzioni originali italiane (Audible Originals Italia). Perché adesso sì e dieci anni fa no? La varietà dell’offerta, innanzitutto: Audible offre anche corsi di lingua. La vicinanza con l’autore, la sensazione, ascoltando la sua voce che legge il suo libro, se ne abbia l’interpretazione giusta, la sola possibile, ma pure che lui ci sia seduto di fianco. Ci dice Carofiglio: “Uno potrebbe dire: se hai l’immagine, a cosa ti serve l’ascolto? E invece è proprio questo il punto: l’eccesso di immagini ci sta portando a cercare una dimensione che consenta di fantasticare. L’audiolibro è una forma di trasposizione del libro cartaceo che ne rispetta alcune caratteristiche fondamentali: tanto il lettore quanto l’ascoltatore riempiono i vuoti che lo scrittore lascia con consapevolezza. Io non ho mai descritto l’aspetto di Fenoglio, ma i miei lettori lo immaginano, ciascuno a suo modo. L’immagine, invece, ha una connotazione autoritaria: non puoi sceglierla, è quella che è”. Non c’entra, allora, l’incapacità di concentrarsi, che pure è un problema del nostro tempo: diversamente da quello che, per molto tempo, è stato temuto, l’audiolibro non facilita la scarsità d’attenzione, ma anzi la richiama. Non è come l’arte immersiva, che per farci godere di Van Gogh ne fa una sollecitazione sensoriale tridimensionale, ce ne investe, impedendoci, di fatto, di costruire quella “complicità tra creatore e fruitore” di cui parla Carofiglio. L’editoria cerca molti modi di attrarre un pubblico evidentemente distratto: le copertine dei libri vengono pensate per essere d’impatto su Instagram (ne ha scritto di recente l’Atlantic), gli scrittori in promozione vanno in tour come rockstar. L’audiolibro, invece, sta da un’altra parte, ha una storia molto antica (sembrerà abusato, ma il primo audiolibro della storia lo hanno fatto gli aedi, quelli che abbiamo poi raccolto in un nome solo: Omero) e ha bisogno del contributo creativo di chi ascolta, quindi di una disponibilità e attenzione quasi pressoché totali. Dall’altra parte, cioè quella dello scrittore, accade qualcos’altro. Dice Carofiglio: “Rileggersi ad alta voce, in qualche maniera recitarsi, ti porta a fare attenzione a dettagli che altrimenti non considereresti. Ancora più che il mio approccio alla scrittura, prestare la mia voce ai miei audiolibri ha cambiato il mio approccio alla revisione. Ormai io e il mio editor rileggiamo tutto ad alta voce”.

 

“La versione di Fenoglio” si presta particolarmente bene all’operazione di Carofiglio perché si tratta di un romanzo ibrido, che avrebbe dovuto essere un saggio sul metodo investigativo e che invece s’è trasformato in un dialogo tra un aspirante scrittore e un vecchio carabiniere sulla verità, la menzogna, l’indagine del reale, i pregiudizi consapevoli e quelli inconsapevoli. Bari, rispetto ad altri libri, è quasi assente: diciamo che c’è ma non si vede. Eppure, è stato Carofiglio a scoprirne la letterarietà, il primo a intuire che in una città “priva di malinconia e ironia”, si potessero ambientare delle storie. “Me ne accorsi mentre stavo fermo a un semaforo fuori dal Teatro Margherita, all’epoca chiuso, inagibile. Non c’erano speranze che riaprisse”. Così come nessun editore, vent’anni fa, avrebbe comprato un romanzo ambientato a Bari. E noi non avremmo mai e poi mai pensato di leggere con l’udito.

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