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Bordin è stato un intellettuale originale nell’Italia preda del fanfaronismo

La parola appropriata e una cultura dilatata. Il ricordo dell'ex direttore di Radio Radicale, scomparso mercoledì

18 Aprile 2019 alle 19:20

Vanno tenuti a bada i ricordi di quarant’anni di incontri ravvicinati, di vivaci discussioni, di ritiri estivi nel mio paesello, Force, dove arrivava da un lungo giro autostradale che gli permetteva di sfogare la guida spericolata al volante della Volvo cabriolet, l’auto del gentleman d’antan quale è sempre stato. E non vanno neppure evocate le cene settimanali quando, dopo una buona bottiglia di vino da lui scelta con la competenza del gourmet, Massimo si faceva due grappini prima di precipitarsi fuori per sguainare il sigaro dal fodero metallico.

 

Il fiume di parole (non dette) di Massimo Bordin, illuminista che credeva nelle coincidenze

Il giornalista era l’incarnazione perfetta di un’idea di Leonardo Sciascia, quella secondo cui per visitare i sotterranei del potere italiano bisogna addestrarsi a leggere i giornali, possibilmente tutti i giornali, con acribia filologica

 

Anche quando scompare il più caro amico devi lasciare da parte l’onda dei ricordi personali che può sviarti. Voglio solo ricordare le commissioni d’inchiesta parlamentare degli anni ottanta (Sindona, P2, antimafia) nelle quali l’intero mio patrimonio di conoscenze fu dovuto al lavoro documentale e all’intelligenza interpretativa di Massimo, allora collaboratore del novello deputato radicale quale mi trovai a essere per alcune legislature. Quel generoso impegno a scavare e decrittare centinaia di migliaia di carte sul sottobosco del secondo Dopoguerra, è forse stato uno dei tanti nutrimenti che hanno sedimentato la sconfinata esperienza della realtà italiana illuminata dalla chiarezza concettuale che hanno fatto di Massimo qualcosa di più e di diverso dal bravo giornalista. L’amico che ci ha lasciati è stato, prima ancora dell’inventore della originalissima rassegna stampa di Radio Radicale, un autentico intellettuale politico tra i più solidi del nostro tempo. Intellettuale cresciuto non nella boriosa accademia, non tra le fumisterie dogmatiche e gli ideologismi manichei, non nell’obbedienza “organica” a vincoli partitici, ma ancorato all’esame puntuale e disincantato del mondo italiano e internazionale sempre attento ai distinguo e alle sfumature che sono percepiti solo da chi padroneggia una cultura scevra da pregiudizi.

 

Massimo, che peccato

Era diventato molto bello e singolarmente elegante. Le sue dispute con Marco avrebbero meritato il teatro

 

Il richiamo alle sue giovanili origini trotskiste è solo un simpatico vezzo: le sue conoscenze storico-politiche e le sue idealità hanno abbracciato molto presto uno spettro molto più ampio dei classici della sinistra rivoluzionaria avendo assorbito senza rigidità il patrimonio storico-critico laico e liberaldemocratico. Non è perciò un caso che sia divenuto il riferimento indispensabile per il mondo della giustizia di cui ha saputo cogliere tutte le sfumature e le declinazioni individuali e procedurali senza timore di essere accomunato alla cultura para-mafiosa dal gruppo che oggi gli ha reso l’onore della armi, accusa che era stata già rivolta a Leonardo Sciascia. Il culmine di quel coraggioso itinerario si è avuto quando ha definito un “colossale imbroglio” il processo di Palermo sulla trattativa tra stato e mafia analizzato in ogni risvolto nel libro Complotto! del 2014.

 

Massimo, dunque, è stato un intellettuale politico originale nell’Italia che scivolava nella grossolanità e nel fanfaronismo ammantato di pseudo-ideologie a destra come a sinistra, ed è stato percepito da una larghissimo strato di opinione pubblica qualificata come un’ancora prestigiosa non esibita e non strumentalizzata. Così la sua vita si tingeva sempre più dei colori del gentiluomo aristocratico animato da passione civile ed equilibrio politico, come hanno saputo ben cogliere Giuliano Ferrara e Adriano Sofri. Senza quel tratto personale non ci sarebbe stata neppure la rassegna stampa che tutti aspettavamo alle 7,35, magari dopo una notte insonne in attesa della parola chiara e non compiacente. Senza quell’aria scanzonata che, ad esempio, rimpiangeva la chiusura dell’ultimo negozio di abbigliamento ”inglese” di Roma, Viganò, presso la Galleria Minghetti, anche i suoi rinvii storico-culturali non sarebbero stati coronati da senso di eleganza che il suo corpo e la sua andatura emanavano. La parola appropriata, la cultura dilatata, la politica mai faziosa, la riga scritta precisa e tagliente, i vestiti apparentemente trasandati facevano parte di un tutt’uno che si chiama “stile”. Uno stile opposto a quello delle “riviste di stile”. Uno stile che non gli fece mai “mettere a frutto” la sua crescente popolarità e stima professionale che più volte gli diedero la possibilità di brillanti carriere che sempre rifiutò in nome di un’idea civile e rigorosa dell’esistenza. ”Quando vado in pensione mi voglio ritirare in una isola siciliana in mezzo al mare e al sole perché non ho bisogno di altro che del mio computer”. Ero spaventato da quella minaccia che mi avrebbe lasciato più solo, ma fortunatamente l’intenzione rientrò da quando gli accadde di innamorarsi di Daniela, un altro passo affrontato con quel passo sicuro che mai lo abbandonava. Anche la sua lunga avventura senza riserve con i radicali merita una riflessione. Leale al partito e al suo leader Pannella, Massimo tuttavia non perse mai l’autonomia e l’indipendenza di giudizio che gli erano proprie, nonostante le abili pressioni del Grande Manipolatore che tutte le domeniche voleva piegarlo ai suoi vezzi sempre più sproloquianti pur se fascinosi nel tentativo di rendere vero quel che vero non era, e far apparire reale quel che non lo era affatto. Bordin sapeva rettificare, ricordare, correggere e contestare: perciò non è stato in nulla “l’alter ego di Pannella”, anzi lo si dovrebbe quasi considerare come l’alternativa laica, liberale e riformista ai deragliamenti del leader. Un’alternativa, però, che mai fu espressa in sede politica ma solo attraverso la forza delle parole. Quando necessario, Massimo ha saputo affrontare con l’eleganza del silenzio il rapporto con Marco che cinicamente ha sempre impedito che il politico più intelligente della galassia radicale varcasse la soglia dell’emiciclo parlamentare dove sarebbe stato un naturale e autorevole protagonista, come richiesto da tanti amici e nemici che ne conoscevano il valore. Non a caso il più eloquente commentatore politico italiano non ha mai messo piede in transatlantico.

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