Beato nel far west

Maurizio Stefanini

Un libro di culto, per Jung e il Sessantotto. La causa di beatificazione avviata. Ritratto di Alce Nero, il Sioux convertito al cattolicesimo

Pubblichiamo in questa pagina un estratto del nuovo libro di Maurizio Stefanini, 'Alce Nero. Un 'beato tra i Sioux' (Mimep-Docet), biografia dello sciamano pellerossa che fu punto d'incontro fra una tradizione di spiritualità ancestrale e il cristianesimo

 

Sant’Alce Nero il Sioux; ma in realtà si dovrebbe dire: San Cervo Nero il Lakota. Il nome originale dell’Uomo della Medicina per cui a Baltimora la Conferenza dei vescovi degli Stati Uniti ha fatto partire la causa di beatificazione era infatti: Heháka Sápa. Letteralmente è stato tradotto in: Black Elk, e in effetti nell’inglese d’Inghilterra “elk” è l’alce: Alces alces. Ma nell’inglese degli Stati Uniti è invece il wapiti: Cervus canadensis. L’errore fu fatto quando nel 1968 la Adelphi lanciò l’edizione italiana di “Black Elk Speaks, Being the Life Story of a Holy Man of the Oglala Sioux”, e come “Alce Nero parla” il libro divenne un’icona sessantottina, ecologista e terzomondista. Quanto a “Sioux”, è deformazione francese di un termine in ojibwe che significa “meno che vipere”, nel senso di “piccoli serpenti”. Un insulto, come spesso capita nelle definizioni tra popoli vicini. I Sioux in realtà non si autodefinivano in questo modo, ma come: lakota o dakota o nakota, a seconda della differente pronuncia dialettale. Letteralmente “amici”, o “alleati”. Negli Stati Uniti i Sioux sono solo la quarta etnia indiana, ma alla nazione Sioux appartennero Nuvola Rossa, Cavallo Pazzo e Toro Seduto: tre capi divenuti leggendari. […]

  

Nato il 1° dicembre 1863 e morto il 19 agosto 1950, Alce Nero era cugino di Cavallo Pazzo. A 12 anni combatté al Little Big Horn, a 24 andò in Europa col circo di Buffalo Bill, a 27 fu ferito a Wounded Knee. Prima, però, a 9 anni aveva avuto la visione che ne avrebbe fatto un Uomo della Medicina, mediatore tra il mondo degli Uomini e quello degli Spiriti. Già per partecipare al circo di Buffalo Bill, Alce Nero aveva dovuto convertirsi formalmente al cristianesimo, nella sua versione episcopale. Però aveva continuato a praticare i suoi rituali ancestrali di Uomo della Medicina, fino a quando un giorno del 1904 non fu chiamato a visitare un bambino malato in una località che si chiamava Payabya.

 

Nato nel 1863, era cugino di Cavallo Pazzo. A 12 anni combatté al Little Big Horn, a 24 andò in Europa col circo di Buffalo Bill 

“La famiglia del ragazzo volle che fosse mio padre a visitarlo perché avevano sentito dire che era molto bravo”, spiegò la figlia di Alce Nero, Lucy Looks Twice. “A quell’epoca, chi non possedeva un cavallo, camminava lungo le ferrovie”. E Alce Nero camminò lungo i binari, portando con sé quel che serviva per la cerimonia. Arrivato, vide il piccolo malato che giaceva in una tenda. Gli tolse allora la camicia, mise offerte di tabacco in un luogo sacro e si mise a battere su un tamburo e ad agitare un sonaglio. “Chiese agli spiriti di guarire il ragazzo con un’azione veramente potente. C’erano dei cani che abbaiavano”, ricorda ancora Lucy.

 

  

Ma sette miglia a sud di Payabya c’era una missione cattolica, detta del Santo Rosario. Mentre Alce Nero aveva viaggiato a piedi i religiosi cattolici andavano in calesse, e in quel momento in calesse arrivò padre Joseph Lindebner. Un “tonaca nera”, secondo la definizione che i Sioux usavano per descrivere il tipico abbigliamento dei missionari cattolici, in contrapposizione alle “vesti bianche” degli episcopali e ai “cappotti corti” dei presbiteriani.

 

 

Nato a Magonza in Germania nel 1845, arrivato nella riserva di Pine Ridge nel 1887 e lì rimasto fino alla morte avvenuta il 4 ottobre del 1922, padre Lindebner era soprannominato per la sua bassa statura Ate Ptecela: “Piccolo Padre”. Un nomignolo che comunque rivelava da parte dei suoi “parrocchiani” una grande componente di affetto e familiarità a un tempo. Per il fisico minuto no, ma come carattere il “Piccolo Padre” magontino doveva assomigliare un po’ all’impetuoso don Camillo descritto da Guareschi. Quel bambino era lui che lo aveva battezzato, si sentiva fortemente responsabile nei suoi confronti, e, sapendo che si trovava messo male, si era precipitato a rotta di collo per impartirgli l’estrema unzione. Quando, entrando nella tenda, vide la cerimonia “pagana” in corso, si infuriò. Come racconta Lucy, “prese tutto quello che mio padre aveva preparato per terra e lo lanciò nella stufa. Prese anche il tamburo e il sonaglio e li gettò fuori della tenda”. Quindi afferrò Alce Nero per il collo e gli lanciò un grido da esorcista: “Satana vai fuori!”. Non molto, ma un po’ di inglese Alce Nero lo aveva imparato. Comunque, abbastanza da permettergli di capire. E’ importante rilevare che non provò neanche a fare resistenza o controbattere, ma se ne andò fuori, con una metaforica coda tra le gambe. Il “Tonaca Nera” a quel punto diede al ragazzo la comunione e l’estrema unzione. Poi pulì la tenda e pregò con lui.

  

Jung, entusiasta di “Alce nero parla”, ne promuove la traduzione tedesca. In Italia arriva nel ’68, uno dei primi bestseller di Adelphi

Quando ebbe finito e uscì dalla tende, vide che Alce Nero se ne stava ancora là fuori. “Seduto con un’aria sconsolata, come se avesse perso tutti i suoi poteri”, raccontava Lucy. Forse “Piccolo Padre” si pentì di aver trattato in modo troppo brusco un poveraccio che in fondo aveva voluto anche lui fare il bene del bambino, alla sua maniera. O forse comprese che in quel momento nell’animo dell’Uomo della Medicina si stava svolgendo una forte battaglia interiore. Comunque, gli si avvicinò e, come si direbbe oggi, gli “offrì un passaggio”. “Andiamo, vieni in calesse con me”. Alce Nero accettò, e si fece portare alla missione del Santo Rosario.

 

Una volta arrivati, “Piccolo Padre” disse ai confratelli gesuiti di lavarlo e di rivestirlo. Alce Nero ricevette della biancheria, una camicia, un vestito, una cravatta, un paio di scarpe e un cappello. Poi gli diedero da mangiare, e un letto per riposarsi. La sensibilità ecumenica e multiculturale di oggi ci farebbe giudicare il gesuita tedesco come un fanatico intollerante, ma Lucy ripeteva che il padre non nutrì mai risentimenti. Nelle sue parole, “sentì che era stato Nostro Signore che lo aveva indicato o scelto per fare il lavoro del tonaca nera”. A quanto pare, la figlia conosce bene quella storia perché Alce Nero amava raccontarla quando voleva farsi due risate con parenti e amici. La considerava un aneddoto divertente, e forse lo aveva anche un po’ caricato, apposta per aumentarne l’effetto comico. […]

 

In realtà Alce Nero aveva iniziato ad avere dubbi sul suo lavoro di Uomo della Medicina. Come abbiamo ricordato, la sua gente lo considerava un guaritore capace, ma forse lui si sentiva in colpa per quelle volte in cui i suoi rituali non erano riusciti a curare le persone che era stato chiamato ad assistere. Forse ne aveva addirittura sviluppato una sorta di malattia psicosomatica: o forse era stato qualche disturbo fisico ad essere da lui percepito come collegato ai rituali che faceva. In effetti aveva un’ulcera.

  

Durante un rito di guarigione, l’incontro tempestoso con “Piccolo Padre”, il gesuita che gli avrebbe cambiato la vita

Per due settimane Alce Nero restò nella Missione, preparandosi per il battesimo. Il 6 dicembre chiese di essere battezzato: era il giorno di San Nicola, per cui si fece chiamare Nicholas Black Elk. A quel punto smise per sempre le sue pratiche di medicina, ma si mise a lavorare per i missionari, aiutandoli nel loro lavoro di evangelizzazione. Continuò dunque ad andare in giro ad assistere chi aveva bisogno di assistenza spirituale, ma cambiando il messaggio. […] Come ricorda ancora Lucy, “quando si convertì diventò molto importante per lui conoscere Cristo, e ricevere la comunione fu quello che considerò veramente sacro. Le persone che erano state curate quando era un uomo-medicina iniziarono ad andare da lui. Gli domandavano della nuova religione cui apparteneva e lui spiegava loro cosa significava. Molti seguirono il suo esempio ed egli li istruì nella nuova fede”. Questo impegno fu formalizzato con la nomina a diacono.

 

Nel 1931, però, Nicholas Black Elk fu contattato da John Gneisenau Neihardt: scrittore, poeta e antropologo dilettante. Il libro col racconto della sua vita che ne uscì nel 1932 passò allora quasi inosservato. Se ne accorse lo stesso Alce Nero, che rimproverò all’autore in una lettera di aver taciuto del tutto la sua fede cattolica. Scritta il 20 settembre 1934, vi si legge: “Cari amici, tre anni fa, nel 1932, si presentò da me un uomo chiamato John G. Neihardt, che non avevo mai incontrato prima, il quale mi domandò di realizzare insieme a lui un libro. Non so se avesse ricevuto il permesso dall’agente o no. […] “Egli promise che se avesse completato e pubblicare (sic) questo libro mi avrebbe corrisposto la metà del prezzo di ogni copia. Gli credetti e terminai la storia della mia vita per lui.

 

Dopo che ebbe pubblicato il libro gli scrissi e gli chiedo (sic) a riguardo della cifra che mi aveva promesso sui libri venduti. Rispose alla mia lettera dicendo che c’era un altro uomo bianco che gli aveva chiesto di fare questo libro e che nemmeno lui aveva visto un soldo del libro che avevamo fatto. Da ciò conclusi che mi stava imbrogliando. Domandai anche di scrivere alla fine di questa storia che non ero un pagano, ma che mi ero convertito alla chiesa cattolica, per la quale lavoro come catechista da più di venticinque anni. Ho abbandonato tutti quei lavori pagani. Ma lui non ha fatto menzione di ciò. Il denaro parla. Così, se loro non possono raccontare nell’ultima parte del libro di questa mia vita religiosa e anche se lui non può pagare quanto promesso, io chiedo a voi cari amici che questo libro venga annullato perché io assegno più valore alla mia anima che al mio corpo. Sono terribilmente dispiaciuto per l’errore che ho commesso. Ho anche questo (sic) testimoni che mi sostengono. Sono sinceramente vostro, Nick Black Elk”.

 

Di “Alce Nero parla” si accorse anche Joseph Epes Brown, che era invece un antropologo vero. A riprova dello stile piuttosto personale di Neihardt, anche lui fu preso di sorpresa quando nel 1945 scoprì che il saggio indiano, descritto come un vegliardo testimone di epoche senza tempo, in realtà era ancora vivo. A sua volta volle andare allora a intervistarlo, e ne trasse un altro libro, uscito nel 1953: “The Sacred Pipe: Black Elk’s Account of the Seven Rites of the Oglala Sioux”. In italiano è stato pubblicato col titolo “La sacra pipa”.

 

Nel frattempo Alce Nero era morto, nel 1950. Non poté dunque rivolgere per “La sacra pipa” una protesta simile a quella fatta per “Alce Nero parla”. Come abbiamo però già ricordato, a differenza di Neihardt, Epes Brown non era un antropologo dilettante ma un professionista, e quindi certi trucchi del mestiere li conosceva. Anche il suo libro descrive Alce Nero esclusivamente come un mistico della spiritualità pre-cristiana, omettendo del tutto la sua esperienza di 46 anni come diacono e diffusore del cattolicesimo. Al di là del possibile pregiudizio ideologico anticristiano o anticattolico, indubbiamente per uno studioso della cultura indiana era quello l’aspetto interessante. Però all’inizio del libro pone una premessa firmata dallo stesso Alce Nero, “Manderson, South Dakota, 25 dicembre, 1947”. Il giorno di Natale! “Nella grande visione che ho avuto in gioventù, quando avevo conosciuto soltanto nove inverni, c’era qualcosa la cui importanza col passar delle lune mi è sembrata diventare sempre maggiore. Riguarda la nostra sacra pipa, e l’importanza che essa riveste per la nostra gente”, ne è l’attacco. E di lì viene il titolo stesso del libro.

 

Nel 1932 uscì il libro, scritto da un antropologo dilettante, che raccontava la sua storia, ma non la sua conversione

Segue però Alce Nero: “Ci è stato detto dai Bianchi, o almeno da quelli che sono cristiani, che Dio mandò suo Figlio agli uomini per ristabilire l’ordine e la pace sulla terra; e ci è stato detto anche che Gesù Cristo fu crocifisso ma che ritornerà al Giudizio Finale, alla fine di questo mondo o ciclo. Questo io lo capisco e so che è vero. Ma i Bianchi dovrebbero sapere che anche per la gente rossa, per volere di ‘Wakan-Tanka’, il Grande Spirito, un animale si trasformò in una persona con due gambe per portare la sacra pipa alla sua gente; e anche a noi è stato insegnato che questa Donna-Bisonte Bianca che ci ha portato la sacra pipa riapparirà alla fine di questo mondo; e noi Indiani ora sappiamo che questo ritorno ormai non è molto lontano”. Insomma, senza prendersene la responsabilità diretta Epes Brown fa fare ad Alce Nero una dichiarazione di fede cristiana, però all’interno di un quadro che dopo il Concilio Vaticano II può tranquillamente essere accettato in una prospettiva di inculturazione, ma all’epoca avrebbe anche potuto essere percepito come una manifestazione di sincretismo non troppo ortodosso.

 

Comunque, “Alce Nero parla” è poi scoperto da Carl Gustav Jung. Grande studioso degli archetipi, il “guru” della psicoanalisi è entusiasta del materiale che emerge dal libro, e ne promuove la traduzione tedesca del 1955. Di lì viene la ripubblicazione statunitense del 1961 e tutte le successive edizioni, compresa quella italiana sessantottina. E’ l’epoca non solo degli hippy ma anche della contestazione alla guerra del Vietnam, che porta a rileggere anche l’epopea del Far West sotto un altro punto di vista. A un tempo resoconto delle guerre indiane da parte dei vinti e accurata rivisitazione della spiritualità indiana, il libro influenza in profondità tutto il movimento del western revisionista, i cui film ne saccheggeranno i contenuti.

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