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Ecco la “Giuditta e Oloferne” di Caravaggio ritrovata in una soffitta

Nel 2014 a Tolosa una famiglia scopre per caso un quadro che sembra del Merisi. Capolavoro milionario o falso d'autore? Oggi l'opera è in mostra a Londra. A giugno andrà all'asta e potrebbe raggiungere i 150 milioni di euro

1 Marzo 2019 alle 15:32

La vicenda è nota, non solo per gli esperti d'arte ma anche a chi segua almeno per sommi capi la cronaca: di questo ritrovamento sensazionale e dei misteri che lo avvolgono se ne è parlato a lungo. E riguarda uno degli artisti più popolari della storia: Michelangelo Merisi, il Caravaggio.

 

Gb, completato il restauro del "Caravaggio mancante"

Andrà all'asta a giugno, ma dubbi su autenticità

   

La storia inizia nel 2014, quando una famiglia di Tolosa, in Francia, scopre per caso un quadro nella soffitta di casa, che fin da subito per i tratti, i personaggi e il trattamento della luce richiama uno stile caravaggesco. Capolavoro milionario o falso d'autore? Dopo averla analizzata, il parigino Eric Tarquin, esperto consulente di diverse case d'asta, e il ministère de la Culture attribuiscono la “Giuditta che decapita Oloferne” al Merisi, come seconda versione di uno dei capolavori di Caravaggio con lo stesso titolo, di proprietà della Galleria Nazionale d’Arte Antica a Roma. Oggi l'opera viene mostrata a Londra, restaurata in vista della vendita, e il prossimo 27 giugno andrà all'asta: secondo gli esperti potrebbe raggiungere una quotazione di 150 milioni di euro.

    

Da lì inizia una lunga diatriba tra esperti, chi più scettico sull’autenticità dell'opera, chi più possibilista, ma sempre cauto. Perso ad Amsterdam nel 1617, dopo oltre 30 mesi di analisi, nell'aprile 2016 il quadro viene dichiarato Trésor nationale dal ministero della cultura francese, che ne impedisce l'esportazione e la vendita. Ma poi ci ripensa. Parigi rinuncia alla sua prelazione e il dipinto arriva sul mercato nel dicembre scorso: a giungo quindi il mercante Marc Labarbe lo batterà all'asta.

    

Il dipinto viene esposto nel 2016 in Italia, alla Pinacoteca di Brera, dove accanto ad alcune opere di Caravaggio vengono mostrate quelle del fiammingo Louis Finson, fra cui una sua copia della Giuditta, della Collezione Intesa Sanpaolo. Molti infatti indicano proprio Finson come autore anche dell’opera scoperta a Tolosa. Ma, secondo l'esperto francese Traquin, ci sono invece quattro documenti a supporto dell'autenticità e della provenienza: due lettere del 1607 al duca di Mantova, che descrivono il dipinto; il testamento del 1617 del mercante d'arte e pittore Louis Finson e un inventario della tenuta di Abraham Vinck, un socio di Finson, eseguito ad Anversa nel 1619. “Ci sono delle modifiche tra quello che vediamo a occhio nudo e ai raggi x, questo dimostra che il dipinto è il frutto di un processo creativo, con cambiamenti e variazioni: è la prova che è un originale”, ha spiegato Eric Turquin, che ha seguito il restauro della tela. Le analisi hanno svelato che originariamente Giuditta volgeva lo sguardo verso Oloferne, come in una prima versione del quadro dipinta nel 1602. Nessun copista si sarebbe mai preso la libertà di fare una modifica, cambiando la direzione dello sguardo: “Se è una copia, il copista è un genio” ha concluso Turquin.

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