Chiude Mercurio Loi, il più innovativo fumetto Bonelli

Stefano Priarone

10/02/2019

La serie creata termina a marzo con il numero 16. Chiacchierata con Bilotta e Ponchione, la mente e il braccio dietro al professore di carta, che indaga i misteri della Roma papalina

Come Dylan Dog, più di Dylan Dog. Mercurio Loi, la serie a fumetti creata dallo sceneggiatore Alessandro Bilotta, è stata probabilmente la più innovativa pubblicata dalla Sergio Bonelli Editore dai tempi dell'“indagatore dell'incubo” di Tiziano Sclavi nel lontano 1986. Forse fin troppo e in un momento poco propizio per il fumetto da edicola. Mercurio Loi chiuderà a marzo con il numero 16. Ma non senza aver riscosso una serie di successi importanti come il Premio Attilio Micheluzzi per il miglior sceneggiatore e la miglior serie dal tratto realistico, il Premio ANAFI come miglior sceneggiatore, il Premio Carlo Boscarato al miglior sceneggiatore italiano e il Premio Gran Guinigi come miglior serie, tutti vinti nel 2018. I trofei nel fumetto contano poco e in quello italiano “meno di zero”, per citare Bret Easton Ellis, ma la serie ha ricevuto il plauso pressoché unanime della critica. 

  

Mercurio Loi appare per la prima volta nell’albo omonimo della collana antologica “Le storie”, il numero 28 del gennaio 2015, scritto da Bilotta e disegnato da Matteo Mosca. Siamo nella Roma papalina del 1826, Mercurio Loi è un professore universitario che, assistito dal giovane Ottone De Angelis, indaga sui misteri della città, dove operano personaggi bizzarri e al tempo stesso ci sono sette segrete (come la Carboneria) che cospirano contro il Papa Re: nel primo numero il personaggio ricorda un po’ Sherlock Holmes (con Ottone come Watson). Nel maggio del 2017 viene inaugurata la serie con copertine di Manuele Fior – fumettista noto per le sue graphic novel, in teoria molto lontano dallo stile bonelliano – e Mercurio sembra invece un Batman e Roma una Gotham City ante litteram. In realtà la serie, a partire dall’ambientazione è un unicum: come Mercurio, gran curioso, ama passeggiare oziosamente per Roma, così la serie indaga i personaggi e la città. Pochissima vera azione, rari i confronti fisici fra i personaggi, tanta introspezione, tanta voglia di esplorare le potenzialità della narrazione.

   

Ad esempio il numero 6, “A passeggio per Roma”, disegnato da Sergio Ponchione, la prima storia “a bivi” dell’editore milanese, dove il lettore può scegliere a che pagina andare (ci sono quindi vari finali). Non sono soltanto un trucco narrativo ma una metafora della vita. “Dal primo racconto di Mercurio Loi nella collana Le Storie l’ho sentito subito nelle mie corde, tanto da dire che avrei voluto disegnarlo io” dice al Foglio Ponchione. “Sono stato accontentato da Bilotta al quale era piaciuta molto una storia breve di Dylan Dog su suoi testi che avevo disegnato”. Disegnare la serie non è stato facile, diversa come è dalle altre delle casa editrice. “È stato impegnativo, ma molto gratificante. Ho cercato di coinvolgere il lettore, nonché me stesso, curando particolarmente l’ambientazione, l’atmosfera e la recitazione dei personaggi. E a volte Bilotta mi è venuto incontro scrivendomi scene quasi su misura”. Ponchione smentisce in parte le rimostranze per la fine della serie. “In realtà fra noi collaboratori si è sempre parlato di sedici numeri programmati e di una eventuale prosecuzione nel caso le vendite fossero state soddisfacenti, cosa che, evidentemente, non è avvenuta. Penso comunque che un arco narrativo, benché limitato, ma prestabilito e compiuto, aggiunga ulteriore valore all’intera opera”.

  

Lo sceneggiatore Alessandro Bilotta spiega al Foglio che “quando è nato Mercurio volevo scrivere un fumetto che avesse quel senso della meraviglia che hanno certi primi episodi. Gli sviluppi e le circostanze lo hanno fatto poi diventare il primo episodio di una serie”. Non a caso Giulio Maraviglia è il nome del primo personaggio creato da Bilotta a inizio millennio. La serie racconta una storia completa, ma lo sceneggiatore avrebbe voluto andare avanti. Nelle mie prospettive avevo in testa un altro centinaio di numeri. La serie è sempre stata in evoluzione, non va giudicata con le caratteristiche immutabili che siamo abituati ad attribuire ad altre della Bonelli”. Forse alla serie può aver ha nuociuto il classico formato bonelliano (albi di cento pagine al mese). Come numero di pagine i diciassette albi (contando anche la prima apparizione in “Le storie”) di Mercurio Loi sono di poco inferiori a quelle di un’altra serie epocale come il Sandman di Neil Gaiman, creata nel 1989 e che è durata fino al 1996 in comic book mensili (i classici albi a fumetti americani) con sole 24 pagine ciascuno. Anche lì, come in Mercurio Loi, il protagonista – il signore del mondo dei sogni – è discreto, a volte quasi assente, e lascia spazio agli altri personaggi. “Sandman è per me uno dei principali riferimenti su come si sviluppa e gestisce una serie a fumetti: i personaggi e le trame sono in costante mutamento ed evoluzione fino alla loro conclusione. Penso che a Mercurio Loi abbia nuociuto l'abito dentro cui è nato: si crede di avere a che fare con una serie storica sulla Roma papalina. Pensiero che farebbe sbadigliare anche me”.

  

Roma, la città dove Bilotta è nato e vive, è comunque molto importante. I personaggi della Bonelli sono quasi tutti stranieri, in genere americani o inglesi (anche se magari come Dylan Dog vivono in una Londra che ricorda Milano), invece nella serie Roma è protagonista, quasi uno dei personaggi. Non a caso su Facebook lo sceneggiatore ha citato questa frase di Alberto Sordi: “Noi abbiamo avuto il privilegio di nascere a Roma, e io l'ho praticata come si dovrebbe, perché Roma non è una città come le altre. È un grande museo, un salotto da attraversare in punta di piedi”. L’esperienza di Mercurio Loi è stata comunque molto importante per l’autore. “Mi ha dato una possibilità irripetibile, quella di raccontare le storie di un personaggio che non c'era prima e non ci sarà più dopo” conclude. E forse grazie al “camminatore romano” potrà affermarsi un modo diverso di raccontare i personaggi seriali, come è stato per Sandman nel fumetto angloamericano.