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Appello all’intelligenza: serve una rivoluzione della ragione che ci restituisca libertà

Anche piccoli e meno piccoli atti di resistenza possono risvegliarci dallo stato di ipnosi in cui sembrano caduti il nostro cervello e la nostra intelligenza

20 Gennaio 2019 alle 06:12

Appello all’intelligenza: serve una rivoluzione della ragione che ci restituisca libertà

Foto Pexels

Da sempre miti e favole hanno rappresentato un modo di indagare il comportamento degli uomini, i loro vizi e le loro virtù. “Al lupo, al lupo”, gridava il pastorello (Esopo, V sec. a.C.) nella notte annoiato a morte di sorvegliare le pecore del padre nelle belle campagne di Corinto o forse di Delfi. E gli abitanti dei villaggi accorsero più volte inutilmente in aiuto del pastorello che per gioco li ingannava. Un giorno, però, il lupo venne davvero e gli abitanti pensarono che si trattasse del solito scherzo, una fake news, e restarono nelle loro case e le pecore furono tutte sbranate. Ben accorti erano gli abitanti di tanti secoli fa, noi invece continuiamo a credere alle assordanti grida di pastori che hanno voce stentorea e suadente e controllano i mezzi di comunicazione più potenti. Siamo come ipnotizzati, sedotti, come gli uomini di Ulisse dalla maga Circe che, oggi nelle vesti convincenti di ingannevoli fake news ci trasforma non in porci, ma in pecore tosabili e appetibili per i suoi lupi e comunque programmate a seguire il pastore.

 

Verrà un Ulisse a salvarci dall’incantesimo della maga? Ma Ulisse, (nel nostro caso una sedicente opposizione) è legato all’albero maestro sulla sua nave per godere del canto delle sirene senza correre il rischio di cedere alle loro lusinghe. Noi non siamo altrettanto astuti e anziché resistere col coraggio della ragione e della volontà ci perdiamo nel mare delle fake news.

 

Perché la società civile e le sue forme di aggregazione sembrano incapaci di trovare questo coraggio e questa volontà?

 

La mia ipotesi di neurofisiologo è che sia cambiata la biologia: perfino i sensi, strumenti che l’evoluzione ci ha dato per conoscere la realtà, non aderiscono più al loro compito fisiologico: vedere può non significare più conoscenza del reale, si pensi alla manipolazione delle immagini, e udire non significa più notizia vera, solo suoni, un caos di balle. Siamo nel periodo della sondaggiocrazia, della videocrazia, degli algoritmi per mezzo dei quali pensieri e idee vengono fabbricati e distribuiti come qualunque altra merce; domina il branding della politica, cioè non si lavora più sui contenuti ma sulla propaganda di possibili o impossibili futuri, prodotti, promesse elettorali. La sorpresa è che quando si scarta il prodotto fornito dai mezzi di comunicazione, infiorettato di parole più colorate che convincenti, si trova che il pacco è vuoto. E la democrazia? Io, popolo, resto confuso tra i vari brand, non so quale acquistare. O questa non è democrazia o io non sono più demos.

 

Accanto a questa manipolazione dei sensi a opera dei richiami degli acchiappicitrulli, la parola, strumento del ragionare, è diventata strumento di inganno. Questa manipolazione profonda del cervello non ci toglie la libertà di esprimerci, come avviene nei paesi totalitari, ma quella di pensare: le pecore sono pecore… e io non voglio imparare a belare; è tempo che ci si ribelli contro i pastori arroganti che avviliscono la scienza, la ricerca, la scuola, la sanità e la nostra dignità di uomini. E’ la ribellione della ragione, del buon senso, dell’onestà che ci restituisca la libertà di essere cittadini, che per definizione non sono sudditi ma un esercito di esseri pensanti che sanno che tutti gli uomini sono uguali con gli stessi bisogni e diritti. Esistono al contrario differenze enormi, intollerabili tra ricchissimi, poveri e poverissimi; qualsiasi essere pensante onesto saprebbe dove prendere i fondi necessari per una maggiore giustizia sociale.

 

Anche piccoli e meno piccoli atti di resistenza possono risvegliarci dallo stato di ipnosi in cui sembrano caduti il nostro cervello e la nostra intelligenza. Ad esempio: la commissione, di autorevoli componenti, da me presieduta, incaricata della selezione dei candidati per la gestione delle istituzioni scientifiche nazionali, trovandosi in disaccordo col Ministero della pubblica istruzione e della ricerca (MIUR) nell’indicare le caratteristiche necessarie per partecipare al bando per la presidenza dell’agenzia spaziale italiana (nel caso specifico della successione al prof Battiston) non è venuta a compromessi, la scienza non si prostituisce, ha semplicemente dato le dimissioni con la consapevolezza di aver fatto il proprio dovere civile. Altre dimissioni sono seguite nell’ambito della sanità.

 

Vorrei chiedere a coloro che sono d’accordo per la ribellione dell’onestà, della giustizia, della solidarietà di unirsi a questo appello e formare un esercito di ribelli che si rifiutano di essere pecore imbrancate dagli ingannevoli richiami del pastore e che pensano e riflettono prima di credere alle fake news, strumenti malvagi, offensivi dell’intelligenza.

 


 

Lamberto Maffei, linceo

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Commenti all'articolo

  • maropadila

    21 Gennaio 2019 - 11:11

    È difficile, ma abbiamo il dovere di provarci.

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  • manfredik

    21 Gennaio 2019 - 05:05

    "La mia ipotesi di neurofisiologo è che sia cambiata la biologia". Con tutto il rispetto, Professore, un'ipotesi tanto pesante e difficile da dimostrare non è necessaria. L'umanità ha sempre goduto di brevi momenti di "rischiaramento" in mezzo a lunghi periodi di oscurantismo. La regola è stata per millenni bisogno, oppressione, superstizione e fanatismo. Ogni tanto si è aperto qualche spiraglio eccezionale. Adesso siamo nella regola.

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  • mauro

    20 Gennaio 2019 - 20:08

    Egregio professore, scienza e buonsenso dettano, come sempre, le sue parole. Manca soltanto la conclusione logica al suo discorso, che è : aboliamo la democrazia. E non lo dico in quanto ammiratore di Di Maio ma in quanto convinto, anzi, che il pur accattivante Luigino sia, per ciò che rappresenta, una seria calamità nazionale. Purtroppo la democrazia è spesso generatrice di calamità; non più di qualsiasi altro sistema, è vero; forse, a seconda delle circostanze addirittura meno. Ma ha l'insopportabile difetto che qualsiasi disastro combini devi sempre ossequiarla.

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