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La sessualità come tabù nell’Italia letteraria del ’900

Raramente la letteratura ha osato rappresentare in maniera aperta gli amori omosessuali, e chi l’ha fatto ha dovuto prima o dopo fare i conti non solo con la censura, ma anche con l’autocensura

15 Dicembre 2018 alle 06:06

La sessualità come tabù nell’Italia letteraria del ’900

Partiamo da un presupposto non trascurabile, e cioè che una delle caratteristiche del Novecento è stata quella di avere ampliato i discorsi sulla sessualità e quindi anche sul tema dell’omosessualità. Com’è chiaro, anche in Italia è stato – ed è – possibile un percorso di questo tipo, nonostante le evidenti difficoltà; ma la domanda più interessante la pone il saggista Francesco Gnerre all’interno del suo lavoro “L’eroe negato. Omosessualità e letteratura nel Novecento italiano” (Rogas Edizioni) e riguarda, come si evince dal titolo, il mondo culturale nostrano del secolo scorso: a livello letterario, ci furono dei “momenti di destrutturazione dei modelli dominanti e una visione più problematica, se non liberatoria, dell’omosessualità”? Oppure l’ostentato silenzio – previsto soprattutto durante il regime fascista – ha messo a tacere qualsiasi slancio liberatorio nei confronti di una sessualità considerata “diversa”? Di sicuro sappiamo che la critica letteraria, all’epoca, ignorava l’argomento in via del tutto consapevole.

 

Le opere letterarie “di dubbio gusto” furono soggette a una violenta censura, sebbene in epoca fascista numerosi autori omosessuali fossero riusciti a scrivere e a pubblicare (per un pubblico in verità piuttosto limitato) opere da cui emergeva un’esperienza di vita omosessuale: mi riferisco, ad esempio, a Sandro Penna e a Umberto Saba – sui quali ci soffermeremo meglio in seguito – ma bisogna pur dire che nell’immediato Dopoguerra spuntarono personaggi omosessuali anche nei romanzi di Alberto Moravia (“Agostino”, del 1944), di Vasco Pratolini (“Il quartiere”, del 1945) e di Elsa Morante (“L’isola di Arturo”, del 1957). Tuttavia, raramente la letteratura ha osato rappresentare in maniera aperta gli amori omosessuali, e chi l’ha fatto, come vedremo ora, ha dovuto prima o dopo fare i conti non solo con la censura e un silenzio indifferente, ma anche con l’autocensura. Spesso, infatti, accade che quando l’amore omosessuale si trasforma in amore possibile, l’autore faccia un passo indietro, rimuovendo paradossalmente quello che è stato un processo di liberazione della sessualità. Il passo indietro potrebbe essere rappresentato, ad esempio, dalla decisione di pubblicare l’opera a data da destinarsi, come accade a Umberto Saba con uno dei suoi romanzi oggi più celebri, “Ernesto”, che è stato scritto nel 1953 ma ha visto la luce soltanto nel 1975, chiuso in un cassetto lontano da occhi indiscreti per ben ventidue anni. Si tratta del romanzo più esplicito dello scrittore triestino, nel quale ogni reticenza sull’omosessualità viene meno: una delle più grandi paure di Saba era che lettori e critica potessero identificare l’omosessualità di Ernesto con l’omosessualità di Saba stesso, proprio come intuì nel 1979 Moravia che sull’Espresso scrisse: “Saba si era liberato di un tabù e dunque della storia e della società, e aveva scritto un libro lirico-autobiografico fuori della storia e della società”.

 

La stessa identica paura ce l’aveva l’ingegnere Carlo Emilio Gadda, che secondo le testimonianze degli amici era terrorizzato dall’idea che la gente potesse intuire i suoi gusti sessuali. Nei suoi libri, infatti, non appare mai in primo piano il tema dell’omosessualità, se non per allusioni, anche se in “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” quella dell’omosessualità femminile è una delle tematiche di fondo. Ma, per fugare ogni paura, Gadda decise di espungere nell’edizione in volume del 1957 il capitolo del romanzo in cui appare con evidenza la natura anche erotica del rapporto tra Liliana e una delle ragazze.

 

Chi invece, nella sua “ingenuità”, si dimostrò angosciato dalla scoperta che gli amori descritti nelle sue poesie fossero considerati illeciti e sozzi, fu Sandro Penna, il poeta che più di tutti narrò, in forma chiara e limpida, l’amore omoerotico per i ragazzi. I “ragazzi di Penna” venivano contemplati dal poeta come qualcosa di sacro e di vitale, ma questi amori furono soggetti a censure e duri moralismi, da cui gli amici di Sandro tentavano di proteggerlo. Tuttavia, nonostante la paura incessante per la censura, Penna cantò fino alla fine un unico e solo argomento: l’amore omosessuale.

 

L’omosessualità degli scrittori sembra dunque essersi ripetutamente nascosta nel corso dei secoli, e sebbene nel Novecento si palesarono guizzi d’ingegno riconducibili a una voglia di libertà rispetto al carcere del moralismo borghese, il tabù dell’omosessualità sarebbe stato ancora molto in là dall’essere infranto completamente.

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