Il teatro perde la poesia di Eimuntas Nekrosius

Eugenio Murrali

Il regista lituano è morto a Vilnius, domani avrebbe compiuto 66 anni. Mascia Musy, da lui diretta in Anna Karenina, lo ricorda: “Era un poeta, mi ha cambiato la vita”

È morto nella notte, a Vilnius, il giorno prima dei suoi 66 anni, il regista lituano Eimuntas Nekrosius. A giugno avrebbe portato Edipo a Colono al Festival di Napoli.

 


 

Ci sarà meno poesia nel teatro e nel mondo, è certo. Eimuntas Nekrosius ci lascia e anche a noi “la vita si va sguarnendo”, proprio come al Caligola di Camus, che il regista lituano rappresentò a Villa Adriana nel 2011.

Le sue regie in Italia sono arrivate alla fine degli anni Ottanta e ci hanno insegnato un diverso modo di stare al mondo. Parole poche, a volte con dei soprattitoli che sembravano superflui, perché quello che contava era la pittura vivente della sua regia, le immagini pulsanti che ora cerchiamo di trattenere nella memoria. Ha fatto entrare la primavera e l’autunno sulla scena del Teatro Argentina, era il 2003, lo spettacolo si intitolava Gioie di primaveraLe ricchezze dell’autunno, da Kristijonas Donelaitis. Nel 2007 ha allestito la Trilogia shakespeariana Macbeth, Otello, Amleto e il Giardino dei Ciliegi di Cechov – la lista potrebbe continuare – cambiando i paradigmi del teatro con la sua attenzione alle luci e alle ombre, ai silenzi, con la centralità del corpo degli attori in movimento.

 

Sosteneva che se lo spettatore avesse ricordato anche solo cinque minuti di un suo allestimento il suo lavoro sarebbe stato un successo. Nel 2002, a conclusione di una trilogia su Cechov, ha portato in scena al Teatro di Roma l’Ivanov, tra gli interpreti principali c’era Mascia Musy, che sei anni dopo sarà ancora diretta da Nekrosius, protagonista di uno spettacolo mirabile, l’Anna Karenina di Tolstoj, di cui tutti coloro che lo hanno visto ricordano gli orologi in movimento sulla scena, come le ruote del treno inesorabile che schiaccia la vita, e quella preghiera finale: “Signore, perdonami tutto!”.

 

La notizia della morte del suo maestro ha raggiunto l’attrice al Teatro Cometa di Roma, dove la Musy debutta stasera con Master Class. Maria Callas di Terrence McNally. Dedicherà la recita a Nekrosius. La scena può essere crudele, costringerti a recitare anche quando il vuoto di un’assenza ti ha appena travolto: “Io veramente gli devo tutto. Non ho fatto scuole, ho lavorato con registi importanti come Patroni Griffi, Squarzina, Cobelli, che mi hanno dato moltissimo, ma il mio incontro è stato quello con il maestro Nekrosius, che mi ha fatto conoscere altri orizzonti”, ci confessa. Può sembrare strano, eppure lavorando con lui si imparava che “il teatro è solo il teatro e la vita è al primo posto”, osserva la Musy. Secondo l’interprete il risultato dei suoi spettacoli dipendeva molto dalla fiducia e dall’impegno che chiedeva agli attori: “Mi ha aperto un mondo sulla dimensione corporea della nostra professione. Agli attori della sua compagnia chiedeva di lavorare a trecentosessanta gradi, con il corpo e con l’anima. L’aver studiato danza forse mi ha aiutata in questo. Che le posso dire? Era un poeta. Quando uno incontro la poesia gli cambia la vita, no?”.

Il teatro di poesia è un teatro raro: le sue regie avevano anche il sapore della sua terra selvaggia, erano capaci di raggiungere la profondità della storia umana. Tra le parole che Nekrosius diceva ai suoi attori, lui che era uomo riservato, taciturno, delicato, rispettoso, c’è un’esortazione che torna stasera alla mente di Mascia Musy: “Rischiate. Mettete in gioco voi stessi. Rischiate sempre”.

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