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Lasciate stare la psicoterapia di coppia: il cuore si sana cantando

“Ogni canzone mi parla di te” di Stefania Carini. Libro karaoke

20 Ottobre 2018 alle 06:00

Lasciate stare la psicoterapia di coppia: il cuore si sana cantando

(Foto Pixabay)

Roma. Con le canzoni italiane si può fare qualunque cosa: trovare le parole, scrivere lettere, rallegrarsi, eccitarsi, flirtare, innamorarsi, sposarsi, lasciarsi, ripescarsi, capirsi. Tutti ci siamo guadagnati un bacio con un Battisti, un perdono con un Lucio Dalla. Tutte ci siamo fatte convincere con un Carboni. Tutte ci siamo liberate con una Bertè. E abbiamo fatto anche operazioni più complesse: abbiamo scelto il solo che volevamo, tra due, tra tre, tra x, chiedendoci da chi saremmo andati se fosse bruciata la città (“Se bruciasse la città lo so lo so tu cercheresti me”, Massimo Ranieri). Varrà anche in Islanda, in Sri Lanka, in Germania, in Scozia? Magari sì, sicuramente sì. Chi lo sa.

 

Di certo vale in Inghilterra e per provarlo basta un romanzo di Nick Hornby qualsiasi, penserete: giusto, però il parlare per canzoni, come si fa all’italiana, non si fa da nessun’altra parte. Fine del vanto sovranista. “C’è sempre una canzone, per caso o per fortuna, che è caduta dalla luna, che non fa dormire, che è ancora da sentire” (l’ha scritto Luciano Ligabue per Luca Carboni, che l’ha cantato – il disco è “Fisico&Politico” del 2014). Gli amori non finiscono però s’esauriscono e allora si va dagli amici, da mamma e papà, dal parrucchiere, dallo psicoterapeuta (specie dallo psicoterapeuta, ma ne parliamo un’altra volta, magari con i numeretti e le infografiche). Se siamo drammatici, drammatiche, andiamo a bere, a piangere, a menare, a fumare, a buttarci via.

 

Se non lo siamo (speriamo di non esserlo, ché esserlo è tanto demodé, non avete visto la copertina del New York Times Magazine di questa settimana? “Ridere conta”, c’è scritto, sopra il faccione di Melissa McCarthy che sorride, a mani giunte), se non siamo drammatici ma melodrammatici, cantiamo che ci passa – come dice il proverbio, che è anche un bugiardino. Va bene la psicoterapia, ma scommettiamo che dopo una sessione di “24 mila baci” cantata sotto la doccia o dove vi pare, starete meglio? Stefania Carini, giornalista, autrice, esperta di cinema e tv, è in libreria da poco con il suo “Ogni canzone mi parla di te” (Sperling&Kupfer) e non l’ha fatto di proposito, ma l’ha spiegato perfettamente come ci salvano le canzoni, come ci curano, ci leccano, ci rimarginano, ci accendono.

 

Ha selezionato 25 canzoni d’amore (una playlist stupenda, chissà quanto ci ha messo a farla, non c’è niente di più complicato che scegliere delle canzoni italiane e lasciarne fuori delle altre: Guia Soncini ha raccontato, su Gioia!, il disastro che è stato, quando ci ha provato, qualche mese fa, coinvolgendo i suoi amici in quello che voleva che fosse solo un gioco e invece è diventato un tormento, settimane e notti rovinate per tutti). Per ogni canzone, una scheda, una storia, molte storie, il perché e il come ci tocca. Da “24 mila baci” a “Sere Nere” (in mezzo: “Serenata rap”; “Tanti auguri”; “La donna cannone”; “Anna e Marco”; “Minuetto”). Quando la Rai cominciò a trasmettere “Ma che sera”, venne rapito Aldo Moro: Raffaella Carrà implorò d’interrompere, ma niente, le dissero che il paese andava rassicurato e lei non poté tirarsi indietro e dovette cantare “Tanti Auguri”. L’energia con cui le canzoni ci smontano e ci ripristinano è come quella degli appartamenti: attinge dalla storia che è passata attraverso di loro – in ogni ricostruzione di Carini questo dato è evidente.

 

“La canzone del sole” l’abbiamo cantata e poi ripudiata e poi ritrovata ancora: Carini spiega che un po’ c’entrano i colori richiamati dai versi, primari, universali, necessari, quelli senza i quali non si darebbe alcun colore – “questa canzone è quasi un Mondrian, un quadro dai colori primari dell’amore giovanile”. “Gloria” è “euforia permanente”. Quest’anno di libri sulle canzoni italiane ne sono usciti tanti: per mapparle, per storicizzarle, per rileggere e ritrovare, al loro interno, la storia del paese, i punti di declino o di crescita o di arresto, come eravamo e come saremo (“Romantic Italia. Di cosa parliamo quando cantiamo d’amore” di Giulia Cavaliere, Minimum Fax; “Canzoni d’amore” di Luca Beatrice). Tutti sono una prospettiva. Questo di Carini è una prospettiva ed è un karaoke. Soprattutto un karaoke. La migliore terapia di tutti i tempi. Non curatevi: cantate, che vi passa.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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Commenti all'articolo

  • agostinomanzi

    22 Ottobre 2018 - 10:10

    Per chiudere: se una canzone (di tango, in questo caso) sta alla vita come una lucertola a un coccodrillo (Conte, riassunto stretto), non scambiamo il coccodrillo con la lucertola.

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  • agostinomanzi

    22 Ottobre 2018 - 09:09

    Proprio Guia Soncini, che citate, aveva una rubrica su D di Repubblica intitolata "Affacciati alla finestra amore mio", unico motivo a giustificare il mio acquisto del giornale (ora non lo compero più): sorprende il citare di nuovo il Jovanotti del titolo (spero non siano selezionate sue canzoni: in uno dei suoi articoli la Guia irrideva in maniera fenomenale la fenomenica dell'amore inteso à la Jovanotti). Della rubrica della Soncini ricordo l'incredibile capacità di partire da una canzone e parlare seriamente e scanzonatamente d'altro (e, alla fine, le canzoni finivano di avere l'importanza che hanno, poca). Mina ha scritto (cito a ricordo da un intervento su un rubrica che teneva su una rivista) che le canzoni, nel loro concentrare in tre minuti storie, emozioni e stati d'animo - cosa che la vita non offre - rischiando di essere fuorvianti se le si crede essere qualcosa che parla veramente della vita per quella che è (o addirittura qualcosa che può istruirci sulla vita).

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