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Burri e il giacobino

Tomaso Montanari, il Saint-Just delle pinacoteche, contro il libero mercato dell’arte (e la legge)

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

12 Ottobre 2018 alle 06:00

Burri e il giacobino

Grande Legno e Rosso (1957-1959) di Alberto Burri

Si dovrà prima o poi dire, per tutela del bene comune, che Tomaso Montanari è un turlupinatore culturale e un cafone. Cafone, perché a un gentiluomo come Philippe Daverio – che ieri sul Fatto ha replicato a una intemerata del Montanari medesimo contro Giulia Maria Crespi, che si accinge a mettere all’asta una sua (di proprietà) opera d’arte – Montanari ha risposto: “In che veste scrive Daverio? Come mercante, quale ha tentato di essere, aprendo gallerie a Milano e a New York (tutte gestite così bene da indurlo a cambiar mestiere)”. Ciò che basta a fare di Daverio un mercante dalle argomentazioni “culturalmente risibili”. Una cafonaggine, per di più detta da uno che, quanto a successi appena mette il naso fuori dall’accademia, non scherza. Voleva rivoltare l’Italia partendo dal “percorso del Brancaccio” ed è inciampato prima ancora di attraversare via Merulana. Turlupinatore, perché tenta di imporre la sua visione giacobina di stato e mercato, e della cultura, girando le cose come pare a lui.

   

Montanari ci crede ancora

“M5s, meno tattica e governo col Pd”, dice lo storico dell'arte 

   

La vicenda è quella del Grande Legno e Rosso (1957-1959) di Alberto Burri, che Giulia Maria Crespi, legittima proprietaria nonché fondatrice del Fai, ha deciso di mettere all’asta a New York come la legislazione vigente, e non un furto con la maschera di Eva Kant, consente. Ma secondo Montanari il fatto è ugualmente indecente, “l’arte non è riducibile al denaro, e la proprietà dei privati sulle opere d’arte non è (da noi) mai stata piena”. In più la Signora sarebbe ricorsa a “modalità furbesche e sleali”, e questo è un altro insulto gratuito. Non è vero. Dal 2017, con il ddl Concorrenza, le norme che regolavano la vendita all’estero di opere d’arte presenti in Italia sono state modificate: è possibile ad esempio vendere opere prodotte fino a 70 anni prima, il ministero mantiene la possibilità di riconoscere lo status di “rilievo eccezionale” per qualsiasi opera ed è introdotta una soglia di valore al di sotto della quale può uscire dai confini dietro autocertificazione. La vendita del Burri non è fuori regola. Ma lui ne fa questione di stato etico. Ed è ovviamente “colpa di Franceschini”, che varò la legge “sotto dettatura della lobby dei mercanti d’arte”.

     

La nuova legge non contraddice né la Convenzione dell’Unesco del 1970 che regola a livello mondiale queste cose, né esorbita da un quadro legislativo comune ad altri paesi europei. Ma il corpus delle leggi per Montanari è un dettaglio: “Il caso è chiaro. L’esportazione del Burri, fino a un anno fa, sarebbe stata illegale. Ora è lecita solo grazie a uno strappo grave”. Che vuol dire? Per quale motivo una legge, democraticamente approvata, è “uno strappo grave”? Peggio ancora, trattasi di uno strappo che, vaticina Montanari, “tra breve sarà sanato”, “se il Movimento 5 stelle sarà coerente con le sue lotte passate”.

       

A parte che, se il M5s “sarà coerente con le sue lotte passate”, tra poco ci venderemo la Fontana di Trevi come Totò, quello che appare increscioso è che il piccolo Saint-Just delle pinacoteche si impanchi a suggerire al governo quel che dovrebbe fare, sulla base di quell’assurda idea che l’arte sia un oggetto immobile, patrimonio della Collettività (del proletariato?). Mentre a tema è la partecipazione libera a un mercato che vale 50 miliardi all’anno, e in cui la valorizzazione – come spiega Daverio, Fontana e Piero Manzoni sono oggi ciò che sono “dopo che hanno superato il milione alle battute d’asta, fuori Italia ovviamente” – è valorizzazione di tutto il patrimonio italiano. Ma Montanari lo vorrebbe chiuso nei caveau dei sovrintendenti. E che parlino italiano, eh.

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