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Dove risiede la “potenza” che ci farà uscire dalla crisi?

Tra il sacro e la tecnica. Storia dell'"energia" che attiva il futuro. Un saggio di Mauro Magatti

30 Settembre 2018 alle 06:04

Dove risiede la “potenza” che ci farà uscire dalla crisi?

Foto Imagoeconomica

Da anni escono libri sul perché la crisi che ha colpito l’occidente nel 2008 prosegua nonostante qua e là, da tempo, si vedano miglioramenti nei fondamentali economici. E pochi dubbi possono esserci sul fatto che questa situazione sia alla base della riconfigurazione degli scenari politici mondiali, a cominciare dall’affermarsi di quelli che vengono definiti populismi. La gran parte delle analisi si focalizza troppo spesso sulla contingenza, senza trovare spazio e tempo per provare a comprendere quanto profonde siano le radici di ciò che abbiamo di fronte.

 

In questo senso, il tentativo fatto nel suo ultimo libro da Mauro Magatti, sociologo della Cattolica di Milano, ha senza dubbio qualcosa di originale. "Oltre l’infinito. Storia della potenza dal sacro alla tecnica", edito da Feltrinelli, è un viaggio concettuale che parte dalle prime declinazioni del sacro attraverso gli omicidi rituali fino al vertiginoso mondo tecnico orfano di Dio in cui viviamo oggi.

 

La potenza che sta al centro del libro, rielaborando il concetto da tutta una tradizione che dalla classicità arriva fino a Deleuze, è “quell’energia che attiva e dà forma alla nostra eccentrità, permettendo di spingerci avanti, verso l’ignoto, il futuro, il bene”. Essere è essere nella possibilità. Un costante trascendersi e andare oltre, questo è ciò che rende unica la vita umana. Una tensione che non si compie mai.

 

Secondo Magatti, la potenza è il fil rouge che tiene insieme l’uomo e le sue istituzioni lungo tutta la propria vicenda esistenziale. Il viaggio concettuale in cui ci accompagna nel suo libro, non è semplicemente storico. Infatti, attraverso una genealogia di concetti, mostra come progressivamente la potenza dell’uomo, che sant’Agostino con i suoi termini definisce un “santo desiderio” che dilata le capacità dell’anima “per poter accogliere ciò che verrà”, abbia dato vita a delle forme attraverso cui declinarla e praticarla ovvero Dio/Religione, Stato/Sovranità, Tecnica.

 

Quasi tutto funziona a meraviglia nel nostro mondo. La ricchezza è aumentata, miliardi di persone sono state sollevate dalla povertà, le coscienze degli individui riguardo a diritti, ambiente ed eguaglianza sono ben formate, eppure il futuro sembra non esistere. “Lo smantellamento dell’ordine religioso e di quello politico amplia enormemente lo spazio della soggettività. E, tuttavia, mentre si esprime, il desiderio perde il suo oggetto, ritrovandosi così smarrito”.

 

La contemporaneità, con la sua grande potenza afinalistica, in cui solo i mezzi diventano importanti e in cui i fini di lungo termine scompaiono perché scompaiono le cornici di senso e di riconoscimento collettivo, pongono la questione sul cosa fare ora, sul dove andare dopo di qui. Come dispiegare la potenza? Come non collassare su noi stessi lasciando la potenza implodere in un orizzonte, individuale e collettivo, incapace di andare oltre se stesso? Perché se la potenza non si sprigiona, si ripiega e collassa su stessa in maniera autoriferita, tribale, ipertecnica e vuota.

 

La speranza di Magatti è quella di poter “tenere aperta la potenza”, ovvero rimanere aperti alla fertile incertezza piena di possibilità cui dare forma che è essenza della vita di ogni persona. Se in momenti normali questo è naturale, in momenti di crisi si subisce la tentazione di volersi attaccare a qualcosa: a un’identità nazionale tramontata, a una tradizione morta e sepolta, alle pseudoscienze, addirittura alle superstizioni. Ma è proprio in questi casi che bisogna spingere più in là l’orizzonte dell’autentico: ovvero di ciò che è profondamente umano.

 

Tenere aperta la potenza, per Magatti, significa impegnarsi affinché il sistema tecnico non la monopolizzi per intero. Che la possibilità di un’azione non sia completamente valutata e significata solo in base alla sua mera efficienza e alla validità dei mezzi usati per compierla. Per questo pone al centro della sua proposta l’idea di un percorso educativo da rinnovare in continuazione che permetta crescita individuale e comunitaria e che passi attraverso quelle che definisce “esperienze istituenti” e uno sviluppo personale che aiuti a fronteggiare e comprendere la complessità del mondo. E ad agire su di esso.

 

Ma come poter aggiungere senso a questo tipo di azione? Come si aggiunge senso alla prassi visto che questa non riesce a essere fine in se stessa e, invertendo l’ordine dei concetti, non si riesce ad agire in maniera finalistica senza un orizzonte di senso in cui dare significato alla propria azione? Il cristianesimo, passato attraverso la kenosis e liberatosi così del peso di un Dio assolutamente onnipotente, che arriva anzi a mostrarsi debole attraverso Cristo, ha gettato le basi dell’uomo moderno.

 

Potenza e cristianesimo. In questa dinamica, il cristianesimo appare come l’orizzonte in grado di dare un senso a questa inevitabile spinta dell’uomo a eccedere se stesso che porta insieme tutto il male della sua coscienza infelice e della sua volontà di potenza che tende a un impossibile onnipotenza e tutto il bene della sua capacità di migliorarsi, di crescere, di svilupparsi, di pensare e di creare.

 

Scrive Leopardi nel Frammento sul suicidio: “O la immaginazione tornerà in vigore, e le illusioni riprenderanno corpo e sostanza in una vita energica e mobile, e la vita tornerà ad esser cosa viva e non morta, e la grandezza e la bellezza delle cose torneranno a parere una sostanza, e la religione riacquisterà il suo credito; o questo mondo diverrà un serraglio di disperati, e forse anche un deserto.”

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