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Il villaggio modello di Saltaire, cento anni prima di Olivetti, e l’utopia sociale

Tra sviluppo industriale e armonia. Una lezione dal passato

2 Settembre 2018 alle 06:07

Il villaggio modello di Saltaire, cento anni prima di Olivetti, e l’utopia sociale

Foto tratta da Wikipedia

All’inizio di luglio l’Unesco ha inserito Ivrea, “Città industriale del XX secolo”, nella lista del Patrimonio mondiale dei siti d’eccellenza storico-culturale; è, tutto sommato, un riconoscimento non disprezzabile, e non solo per accrescere l’appeal turistico della bella cittadina del Canavese. Il riconoscimento, Ivrea lo deve al fatto di essere stata, per poco meno di un secolo, la sede delle officine Olivetti, a lungo una delle industrie italiane di punta. L’esperienza olivettiana e la sua città meritavano il riconoscimento, ma Olivetti non inventò nulla.

 

Tutto quel che fece era l’ultimo prodotto di una cultura specifica, quella del socialismo umanitario dalle ricche tradizioni specialmente anglosassoni e inglesi. Il problema del rapporto tra capitale e lavoro venne sentito fin dagli inizi dell’industrializzazione. Marx stabilì, su basi definite scientifiche, che quel rapporto non poteva essere che conflittuale, la “lotta di classe” era addirittura un motore della storia. Ma i tentativi di costruire alternative non mancarono. A Saltaire, all’imbocco delle Yorkshire Dales, cuore dell’Inghilterra, su una gobba di terreno a prato declinante fino al fiume Aire, si eleva una specie di torre, fuori misura con tutto quel che sorge intorno. La metà inferiore, curvilinea e tozza come il tempio di Vesta a Roma, è cinta da sei alte e sottili colonne corinzie che sorreggono una liscia, spaziosa cornice; sopra, si erge un cupolino di stampo barocco. La torre riempie e gonfia il lato corto di un edificio a pianta rettangolare: le sei colonne e il cupolino formano una specie di pronao semicircolare. L’altro lato corto è più modestamente absidato. Il barocchismo italianizzante trae in inganno, si tratta di un tempio protestante, la Saltaire United Reformed Church. La Chiesa sorge al centro del villaggio modello ideato dall’industriale Titus Salt e costruito a sue spese tra il 1851 e il 1876. Su un’area di 25 acri, comprende una enorme fabbrica tessile, il Salt’s Mill, 775 abitazioni monofamiliari distribuite in lunghe file su 22 strade che si incrociano ad angoli retti, 45 case per i poveri (Alms Houses), un ospedale, scuole, una libreria con sale di lettura, un teatro con 800 posti, una scuola d’arte, locali di ricreazione con biliardi, una palestra, bagni pubblici, lavanderie, essiccatoi, ecc. Luce e calore erano assicurate a fabbrica e abitazioni da un impianto a gas. Una cittadina perfettamente autosufficiente, arroccata attorno alla grande manifattura che, con i suoi macchinari a vapore e i 1.200 telai meccanici produceva ai suoi tempi 30.000 yarde al giorno (circa 24 km) di ottimo tessuto di lana, Dai primi del nostro secolo comincia la decadenza.

 

E’ grazie a un progetto integrato come questo che l’industrialismo nascente cercò di negoziare con il mondo del lavoro una illusione di solidarismo che evitasse gli scontri della lotta di classe. Siamo a mezza strada tra San Leucio e le sue Regie Manifatture volute da Re Carlo III Borbone di Napoli, le realizzazioni olivettiane di Ivrea che a Saltaire si sono seppur tardivamente ispirate, o magari gli Ateliers Nationaux di Luigi Filippo: città armoniose, falansteri utopici ispirati a Fourier, nelle quali il progetto architettonico fosse culla di una società ideale dalla quale bandire efficacemente il conflitto tra capitale e lavoro. L’aspirazione alla pace sociale fu tormento di un’epoca che non aveva ancora chiaro quale dovesse essere il modello dei rapporti di fabbrica. Quando Sir Titus Salt morì, il feretro venne accompagnato da 100.000 persone, che in lui avevano creduto. E, piaccia o no, l’utopia o anche l’idealismo socialista, da Campanella a Fourier, non si è mai scostato dalla visione organicista della città perfetta, ordinata e senza contrasti che qui vede realizzati i suoi incunabuli. Marx cercò di scalzarli via, come roba da zitelle inglesi, ma il suo socialismo realizzato, il comunismo senza Stato e senza moneta, è una Saltaire dilatata per mille.

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Commenti all'articolo

  • manfredik

    02 Settembre 2018 - 18:06

    L'autore necessita di bibliografia per non cadere in frettolose semplificazioni. Suggerisco come minimo, AAVV "Villaggi operai in Italia", Einaudi 1981 e L.Guiotto "La fabbrica totale", Feltrinelli1979

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    02 Settembre 2018 - 17:05

    Ab ovo. L'utopia sociale s'alimenta di odio sociale. Non solo utopia, ma parte pure col piede sbagliato.

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