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Prima la patria

Leggere il libro di Righetto per capire in che senso il paese non può essere regalato ai nuovi sovranisti

12 Agosto 2018 alle 06:11

Prima la patria

Foto di Richard Gillin via Flickr

Ci vuole anche una buona dose di coraggio, di questi tempi, a pensare e poi pubblicare una trilogia “della patria”. Il concetto è delicato e il rischio di essere inseriti d’ufficio tra le folle plaudenti di patrioti contemporanei (sovranisti, populisti, nazionalisti) è più che mai elevato. Matteo Righetto alza ancora di più la posta e alla parola “patria” antepone l’aggettivo “ultima”, così che anche il lettore più disattento, solo prendendo in mano il volume, sia indotto a pensare che si tratti dell’ennesimo saggio colmo di pessimismo sul destino dell’Italia. Il lettore disattento dovrà metterci più impegno, magari sfogliando il libro e immergendosi in un mondo “altro”, vecchio di più d’un secolo. “L’ultima patria” (Mondadori) viene dopo “L’anima della frontiera”, è il secondo capitolo di una trilogia ben radicata tra le montagne del nord-est italiano, tra l’altopiano di Asiago e la Val Brenta. Malattie, povertà, emigrazione. Religione e sentimenti, mistero e guaritori rispettati. Gli ingredienti sono da romanzone buono sia per i pomeriggi sotto l’ombrellone sia per le serate invernali davanti al caminetto. Nulla di nuovo, ma come poi sempre accade è la miscela degli elementi a rendere gustoso il piatto. E’ un mondo dove i confini politici tracciati sulle mappe sono labili, il Brennero non rischia la chiusura a ogni ondata di migranti sbarcati a Lampedusa e i crocifissi non vengono branditi come bandierine da usare per delimitare oasi protette. Non è però l’Eden: l’eco è quella del disincanto per una realtà che si sta sgretolando, portandosi nel burrone secoli di tradizioni e modi di vivere. Il vecchio impero sta per morire e le avvisaglie sono recepite perfino sulle Alpi o poco sotto, tra gli italiani sudditi di Franz Joseph. Di lì a pochi anni, vecchi amici saranno chiamati ad ammazzarsi per ideali alti e per molti incomprensibili (la patria è il primo di questi ideali).

 

Mario Rigoni Stern, cantore di guerra e di montagne pure lui di Asiago, lo racconterà bene nell’“Ultima partita a carte”, il suo ultimo libro he vale tanto quanto i suoi altri capolavori. Gli anni sono diversi rispetto alla narrazione di Righetto, ma il filo conduttore è il medesimo: uomini che portavano il proprio bestiame a pascolare al di qua o al di là del confine, condividendo l’immutabile quotidianità alpina, ora devono odiarsi se vogliono comportarsi da buoni cittadini, da patrioti. Il confine è l’elemento centrale anche nel secondo capitolo della trilogia di Righetto. La traccia migliore per leggerlo è riprendere la massima di Augusto, il padre di Jole, che appare nell’Anima della frontiera: “Le vere frontiere sono quelle tra prepotenti e poveri cristi, tra chi si sollazza di cibo e potere e chi invece patisce la fame e deve spaccarsi la schiena per un pugno di polenta”. C’è un qualche richiamo a Cormac McCarthy, se non altro nella terminologia scelta, la mitica frontiera che torna e che come una placca tettonica si sposta continuamente, ora impercettibilmente ora con forza più impetuosa, devastando tutto ciò che le poggia sopra. Ma Righetto richiama subito Rigoni Stern: saranno le ambientazioni, le storie di uomini semplici, i momenti epici che di tanto in tanto scandiscono l’incedere della narrazione. La scrittura, ed è un fatto che qui s’apprezza parecchio, è essenziale – McCarthy insegna –, non v’è ricerca del fronzolo che pare essere diventato un dovere quasi morale di tanti scrittori, che cercando di indagare l’animo umano per pagine e pagine riescono solo a costruire interi paragrafi di aggettivi presi dal vocabolario psicologico o, quando va male, sentimentale. Righetto bada all’essenziale, anche quando si tratta di descrivere i luoghi, opera buona per chi voglia capire dove si stia svolgendo la trama, tra dirupi e costoni di montagne: “Un’ora più tardi arrivò al pianoro, posto a poco più di mille metri di altitudine sul versante sudoccidentale del Grappa. Si trattava di una radura abbastanza estesa, dalla quale si potevano scorgere, a ovest, oltre il grande salto della val Brenta, molti pascoli dell’altopiano e soprattutto la piana di Marcesina”.

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