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Ferrante insegna che anche la letteratura è made in Italy da esportare

Appunti dalla Finlandia, dove i romanzi hanno rimpiazzato Nokia

5 Agosto 2018 alle 06:23

Ferrante insegna che anche la letteratura è made in Italy da esportare

Roma. L’export italiano va sempre meglio: l’anno scorso abbiamo raggiunto un record storico, ed entro il 2019, molto probabilmente, lo supereremo.

 

Immaginatevi che colpo sarebbe se, dopodomani, tra i beni d’esportazione, in quel Made in Italy che ci rende competitivi e attraenti all’estero, figurassero anche i libri: non sarebbe male. Bello e impossibile, diremmo tutti, d’istinto, gatti neri e pessimisti come siamo. Errore.

 

Elena Ferrante non sappiamo chi sia e qualcuno s’accapiglia ancora su quanto valida o invalidante sia l’idea di letteratura che ne istruisce i romanzi (oceano di noia!), ma, grazie al cielo, il punto è che i suoi libri sono arrivati dall’altra parte del mondo, in moltissimi posti, e L’amica geniale, il primo volume della sua tetralogia edita da e/o, è diventato una serie tv Hbo-Rai di cui, la scorsa settimana, si leggeva su molti giornali stranieri: la vedremo in autunno, con i sottotitoli anche per gli italiani che non capiscono il napoletano – Saverio Costanzo, il regista, ha detto in conferenza stampa a Beverly Hills che Hbo si è impegnata a mantenere il dialetto napoletano perché “fa parte della drammaturgia”. Nel 2016, Ferrante ha rappresentato il 70 per cento del fatturato della sua casa editrice, che pochi mesi fa ha aperto una libreria indipendente, specializzata in letteratura anglosassone, nel centro di Roma (“Otherwise”, via del Governo vecchio) e una sede milanese, che è andata ad aggiungersi a quella romana e agli uffici di New York e Londra. A New York c’è “Europa Editions”, che e/o ha fondato nel 2005 e dalla quale, nel 2015, l’anno in cui il New York Times aveva inserito Storia della bambina perduta di Ferrante tra i libri dell’anno, ha guadagnato 8 dei 20 milioni di euro del suo fatturato annuale. Se la letteratura è universale, i libri sono quanto di più esportabile ci sia: le agenzie letterarie italiane, che hanno tutte una tradizione più o meno recente, cominciano a lavorare in questo senso, a farsi figure di raccordo tra i mercati. Nel 2015, l’anno della Ferrante Fever in mezzo occidente, l’agenzia di Laura Ceccacci (romana, neanche quarantenne) compariva, unica italiana, tra le dieci agenzie letterarie più potenti al mondo. E no: Elena Ferrante non era e non è una sua autrice. E’ un esempio piccolo che, però, mostra un sistema, rorido e promettente, che va strutturandosi. Basterebbe a creare un indotto? Di recente, la Paris Review ha raccontato come la Finlandia abbia fatto della letteratura il suo brand d’importazione più importante. “Quando l’iPhone ha soppiantato il Nokia, dal quale dipendevano il 4 per cento del nostro Pil nazionale e il 21 per cento delle nostre esportazioni, ci siamo trovati spiazzati”, ha scritto Kalle Oskari Mattila. Era il 2007. L’anno dopo, Sofi Oksanen ha pubblicato il suo terzo romanzo, Purge (la storia di due donne nell’Estonia occupata dai sovietici) ed è stato un successo di pubblico così travolgente che molti altri paesi hanno mostrato interesse. Così, sono arrivate trentotto traduzioni, poi i premi internazionali, poi la consacrazione di vendite vertiginose in tutto il mondo, poi un contratto con un’agenzia internazionale (operazione quasi inedita: fino ad allora, gli scrittori finlandesi usavano, come agenti, i propri editori). Oksanen è diventata, in poco, un brand. Il suo successo ha ispirato molti autori a uscire dalla tradizione del noir, sulla quale si erano appiattiti e, soprattutto, ha spinto Elina Ahlback, ex editrice, a creare la prima agenzia letteraria internazionale del paese. Obiettivi: vendere letteratura nazionale oltre i confini nazionali e aumentare di dieci volte le esportazioni di libri nell’arco di un decennio. Risultato: l’export di libri finnici è triplicato, i contratti per riduzioni cinematografiche sono così tanti che Ahlback ha aperto uffici a New York e Los Angeles. A parte il fiuto e la tigna imprenditoriale, la Paris Review evidenzia un altro tratto di questo grande successo: le sue fautrici (autrici, editrici, agenti) sono tutte donne o queer, incarnano il fenotipo del momento e, caso o meno che sia, funziona. Vende.

 

La Finlandia è il paese più alfabetizzato al mondo e questo è un punto di partenza al quale non si perviene con qualche intuizione, né assecondando quello che il mercato vuole, mentre si finge di rivoluzionarlo. Dal nostro cantuccio mediterraneo, assai meno colto, quello che da lassù possiamo mutuare è il desiderio di esportare letteratura (i finlandesi hanno una no-profit, Fili, che ne promuove la diffusione nel mondo). L’autrice e gli agenti bombastici li abbiamo. Forse lo stiamo già facendo e non ce ne siamo accorti.

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