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La complessità è il riferimento ideale per una società sempre più divisa

Verso il futuro sfidando il caos. Il libro di Mauro Ceruti. Un viaggio intellettuale che mostra come la crescente articolazione e interdipendenza della nostra società globale siano un aspetto vitale della nostra evoluzione

25 Luglio 2018 alle 06:12

La complessità è il riferimento ideale per una società sempre più divisa

Foto Pixabay

L’intero discorso pubblico è oggi monopolizzato da estremi riassumibili in due aggettivi: meraviglioso e orribile (con tutte le loro infinite declinazioni duali). Trump è il simbolo globale di questo approccio, poi ci sono i suoi vari epigoni, a destra e a sinistra. Ogni cosa può essere declinata sotto queste due colonne in grado di riassumere tutto ciò che c’è. Una divisione manichea che mette ordine in un mondo che ci appare caotico e di difficile comprensione.

 

Il tempo della complessità, libro-intervista di Mauro Ceruti, con la collaborazione di Walter Mariotti, edito da Raffaello Cortina editore, ci porta all’interno della storia del mondo e dell’uomo in un viaggio intellettuale che mostra come la crescente articolazione e interdipendenza della nostra società globale siano un aspetto essenziale e vitale della nostra evoluzione. Come la semplificazione, il restringimento, la limitazione, il confinamento, la territorializzazione, in tutti gli ambiti dell’agire umano, dalla politica alla scienza passando per la filosofia, non farebbero altro che strozzare il viaggio dell’umanità.

 

Il titolo riassume bene l’essenza del libro. Sono infatti le parole “tempo” e “complessità” gli architravi di questo testo e della nostra storia. Il tempo innanzitutto, perché ponendoci nel tempo ci vediamo come creature in evoluzione, come una parte dell’evoluzione dell’uomo su questo pianeta, del suo percorso, del suo progresso. Le strutture rigide, ortodosse e ortopediche come quelle dello stato-nazione tendono a sfumare nel riconoscimento della figura dell’uomo in senso storico, del suo essere un ente non stabilizzato, in costante divenire e formazione. Il fascino rassicurante delle tradizioni, pur così essenziali nella vita di ciascun territorio e delle persone che lo abitano, non sono che pezzi di un percorso di crescita e vengono progressivamente abbandonate perché nuove ne emergono. Non c’è un “indietro” meraviglioso a cui ci si possa tornare, o un qualche presente in cui ci si possa fermare. Il tempo delle origini è spesso un tempo terribile, e comunque passato, dunque finito. Tutto ciò che c’è è l’in-avanti, una maggiore interdipendenza e complessità del mondo.

 

Questa tensione verso il futuro è un faro verso cui andare in mezzo al caos in cui siamo. Una luce affidabile, perché reale. Questo è il cammino, la meta si formerà strada facendo. E questo perché, come scrive Edgar Morin nell’introduzione al libro, “l’idea di fondo che emerge è che l’umanità è costitutivamente incompiuta” e questo deve tenerci aperti. Ciò che si sente compiuto si chiude, poi si ripiega su se stesso e infine si spegne. È la strada che conduce alla morte.

 

Il libro è un viaggio storico e culturale che pone il concetto di complessità come riferimento ideale per una società che, pur unanimemente riconosciuta come fortemente interconnessa è, allo stesso tempo, sempre più incline a suddividersi e organizzarsi in maniera ultraspecialistica, rinunciando a qualsiasi epistemologia olistica. La complessità genera questo paradosso, la sua grandezza, la sua onnicomprensività ci riduce ad analisti del microscopico senza la capacità di tenere insieme la molteplice interdipendenza dei fenomeni di cui siamo testimoni.

 

Il pensiero manicheo, l’ultrasemplificazione divisiva del mondo, nasce come pensiero dogmatico. Oggi, invece, non è altro che un riflesso del relativismo assoluto. In un mondo in cui nulla è stabile, la carta del bene e del male può cambiare con velocità impressionante. E ogni cosa finisce per avere il valore di qualsiasi altra, e uno finisce per valere uno. Il pensiero complesso è un argine a questo paradossale relativismo assoluto, ci salva da esso con costruttività ma senza entrare in alcun dogmatismo. “Si tratta di sviluppare un pensiero complesso capace di concepire la molteplicità, l’irriducibilità e la coevoluzione dei punti di vista, e capace di contrastare ogni rapporto con il sapere che presupponga un luogo fondamentale di osservazione dal quale giudicare, e talvolta oltraggiare, tutto ciò che non entri nella propria prospettiva.”

 

Per superare i paradossi della complessità, ovvero quello dell’ultraspecializzazione (che pure ha avuto, e ha, una funzione molto importante nello sviluppo della conoscenza e nella sua organizzazione) e del relativismo assoluto che nasce come meccanismo di difesa di fronte a un mondo che appare troppo difficile da discernere, e per vivere questo tempo senza pericolose e nostalgiche tentazioni passatiste, è necessario mettere in campo l’idea di unitas multiplex, ovvero dell’unità nella molteplicità che è l’essenza stessa della complessità.

 

E questa idea viene esemplificata da Ceruti attraverso una metafora politica. “Lo spirito di complessità è lo spirito dell’Europa”. In questa ottica, l’Europa, che per tutto il libro Ceruti pone come il campo di sperimentazione, nel bene e nel male, di quello che è stato il percorso storico e gnoseologico dell’umanità, è chiamata ancora una volta a una partita d’importanza vitale. “Che cos’è dunque l’Europa? L’Europa non è un ‘territorio’. E non è una ‘cosa’. L’Europa è sempre incompiuta, come un progetto da realizzare. Ha bene osservato proprio Edmund Husserl: ‘E’ un orizzonte infinito di compiti’. […] Il problema politico fondamentale è oggi quello di tradurre sul piano istituzionale proprio la tensione fondatrice dell’intera storia d’Europa: la tensione tra la diversità delle singole culture nazionali e il fatto che queste culture si sono sempre influenzate a vicenda e hanno fatto emergere, in forme diverse nelle diverse età storiche, un’unità, una vera e propria cultura europea”.

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