Turner, che vide una sola volta il Colosseo ma al Duomo tornò molte volte

Fabiana Giacomotti

Milano. Joseph William Mallord Turner visitò il Colosseo nel corso di uno solo dei suoi quattro viaggi in Italia, quello del 1819: di certo ne lasciò dei disegni eccelsi, ma una sosta dovette essergli sembrata sufficiente, perché non provò mai più il desiderio di ritrarlo, a differenza di quanto accadde con il Duomo di Milano. Una cattedrale così sontuosamente e bizzarramente gotica al di sotto delle Alpi aveva certamente colpito la sua fantasia di romantico, perché la ritrasse da ogni scorcio anche nel 1820 e nel 1829, così come i laghi lombardi, notoriamente amati più dagli stranieri che da buona parte degli italiani.

   

Forse è per questo che il testo di maggiore successo della mostra “Turner. Opere della Tate” aperta fino a fine agosto a Roma al Chiostro del Bramante e affollatissima di turisti stregati dal celeberrimo “Turner bequest”, il lascito personale dell’artista al museo londinese che è quasi impossibile vedere anche a Londra, sia un breve saggio dedicato al rapporto fra il più grande paesaggista del Romanticismo e il capoluogo lombardo. L’ha scritto uno specialista di trasformazioni paesaggistiche e storia del turismo sul Verbano, Federico Crimi, che ha collaborato con la Tate al riconoscimento di vedute che erano state catalogate genericamente come “chiese e tetti di una città italiana” e contiene quanto di più stuzzicante per inorgoglire lo spirito lombardo e la memoria dei cultori della città-che-non-c’è-più.

    

Il campanile della basilica di san Giovanni in Conca, per esempio, capolavoro di origine paleocristiana ed ex mausoleo dei Visconti di cui ora rimane solo l’elegante abside a surreale spartitraffico fra via Larga e piazza Missori, poco invitante anche per chi volesse andare a scoprire la meravigliosa cripta che custodisce sottoterra, e il “barchett” di Boffalora, che negli appunti del pittore riproduce la velare fonica certamente ascoltata dal postiglione, “barkett”: doveva essere il 3 gennaio del 1820 e Turner sarà stato certamente invitato a scendere dalla carrozza con gli altri viaggiatori perché questa, opportunamente alleggerita, venisse trainata sulla rampa di scivolo per l’accesso al ponte mobile, gettato in attesa del completamento del ponte vero e proprio. Per lui, abituato a riprendere perfino le impressioni di viaggio in velocità, decine e decine di schizzi sorprendentemente precisi su fogli ripiegati all’inverosimile, veri e propri storyboard di viaggio, il quadretto che gli si presentò davanti, con la contrapposizione fra vecchio a nuovo, carrozza e barche e fiume, dovette sembrargli irresistibile: in primo piano tracciò la carrozza da dietro, con le ruote dell’asse anteriore già issate sulla rampa di carico; in lontananza, delineò una sola arcata del ponte, con una tale perizia tecnica che, osserva Crimi, l’unico confronto possibile per noi sono le tavole prodotte per illustrare alcune fasi del cantiere di quegli anni, non certo le generiche vedute del ponte successivamente completato ad opera di altri pittori e che pure abbondano.

 

I quattro soggiorni milanesi

I quattro soggiorni milanesi di Turner lungo il decennio 1820-1830 solo poco noti, e ancor meno, se non ai collezionisti di vecchie guide turistiche, i motivi che lo portarono in città per la prima volta, quarantenne. Nella città di Stendhal e del suo disgraziatissimo amore per Métilde Viscontini Dembowski, approdò infatti con una serie di appunti e di indicazioni di James Hakewill, il paesaggista con cui avrebbe collaborato per una delle famose guide “picturesque” di John Murray. Trovò alloggio in un quartiere che venne abbattuto definitivamente dopo la Seconda guerra mondiale per far posto alla Torre Velasca e alle nuove costruzioni di piazza Missori ma che è rimasto mitico, il Bottonuto, l’equivalente meneghino della romana Monti prima della gentrificazione. Vi si trovavano gli alberghi più eleganti della città, i più veloci cambi di posta e, alle spalle, lupanari e viuzze malsane. Lo skyline della città, con la chiesa barocca di sant’Alessandro sullo sfondo e il campanile di san Giovanni in Conca in primo piano, già allora trasformato in torre telegrafica da Pietro Moscati, venne con ogni probabilità tracciata dall’albergo dei Tre Re (Hakewill si premura di trascriverne la pronuncia per il sodale: “tra ra”). Gli suggerisce anche le altre tappe imprescindibili della città: “The Academy formerly called The Brera (sic); Palace (Palazzo Reale); Church of st Ambrose; Library (l’Ambrosiana, ndr); the Amphiteatrum; Last Supper of Leonardo da Vinci”, che Turner chiamerà sempre “Leo” come nella famosa battuta del film Notting Hill.

 

Le acqueforti di Hakewill avevano un gusto settecentesco, ed è dunque comprensibile che l’abile Murray avesse deciso di metterci mano: gli acquerelli e i disegni di Turner levano invece ancora il fiato. I suoi Omenoni (in quell’occasione come nei viaggi successivi avrebbe deviato parecchio dalle indicazioni), evocano precisamente la visione che se ne ha, o meglio che se ne aveva prima dei cambiamenti climatici e dei riscaldamenti a metano, nei giorni di nebbia; di Santa Maria delle Grazie scopriamo che un tempo aveva davanti a sé uno spazio maggiore rispetto a quello attuale, grazie al taglio della veduta. Impressioni, valore delle sensazioni e stimolo della memoria. Per questo Turner è così moderno, e per questo riusciamo a rallegrarci, adesso, per il restauro tardo ottocentesco del Castello Sforzesco di Luca Beltrami che ci è sempre parso molto pompier: perché vederlo in rovina negli schizzi di Turner ci fa male al cuore.

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