La copertina del libro “Ripley Bogle” (Fazi editore)

Scrittori italiani, prendiamo appunti da Robert McLiam Wilson

Marco Archetti

Leggete le prime due pagine di “Ripley Bogle” e non smetterete più

Compito a casa, ma divertente: andare in libreria, comperarsi “Ripley Bogle” di Robert McLiam Wilson (Fazi editore, pagg. 384, 18 euro), entrare nel primo bar a disposizione, ordinare un caffè e godersi il primo capitolo intitolato “Comincia”, due paginette scarse. E ridere, ridere, ridere, immaginando la maggior parte di noi scrittori italiani alle prese con quella medesima scena, una scena feroce, sadica e divertente – una scena prefiguratrice. Immaginarsi tutti i registri possibili in cui la si potrebbe scrivere, e magari, surplus ludico, contrapporli: quello da Puerpera acculturata e quello da Vate delle periferie, quello da Decoratore d’interni narrativi e quello da Scultore di forme universali, quello da Portavoce vocazionale dei perseguitati e quello da Ironico ufficiale. Immaginatevi quel che volete, ma una cosa è certa: difficilmente troverete qualcuno che, quella scena crudele e impietosa di due paginette scarse, la potrebbe scrivere meglio.

  

Dopo il caffè, l’imperativo cui ubbidirete sarà di andare a casa a leggervelo tutto, e sarà ancora più facile che con “Eureka Street”. Però non ditelo a lui, l’ex venditore di kilt Robert, il quale, in una bella intervista alla Lettura, ha dichiarato che dopo il successo di quel libro si sentiva a disagio a tal punto che alla gente avrebbe voluto dire: “No, no, vi prego, leggete Tolstoj!” (Nella stessa intervista, parlando di scrittura, McLiam Wilson dice che “tutto il lavoro consiste nel nascondere il lavoro”, e allora ecco che si capisce perché la maggior parte di noi scrittori italiani quella scena feroce, sadica e divertente di due paginette scarse nemmeno sapremmo immaginarla, mica solo scriverla… E a proposito di successo, in “Eureka Street” dava un’altra indicazione utile: “Quando comincia a piacere a troppa gente, c’è poco da star tranquilli. Conquistare le masse non è mai un buon segno”).

  

Questo suo primo romanzo sincopato, sbucciato e fiammeggiante, che parte da un tizio che pensa e ricorda, poi si fa prendere la mano e ci racconta tutta la sua vita – non un corso ma un decorso –, sorprende come fosse una performance, e di fatto lo è: vigorosa stand up novel, spasmo rigurgitazionale di uno che una volta era saggio e celebrato e adesso vive rintanato nel suo lurido fallimento, antiracconto di Londra e della sua “seconda popolazione” vista in prospettiva barbone, auto-comizio allucinato causa ossicini del passato conficcati in gola, “Ripley Bogle” è un romanzo che non riposa su un maledettismo di maniera ma è tarantolato da una vera, continua e contagiosa scossa elettrica narrativa. Infetto e mortale l’ambiente d’infanzia di Ripley – ammorbato in tenera età da tutte le balle del nazionalismo gaelico sulla superiorità celtica – e afflitto dal caos politico irlandese quello giovanile – gli scontri dell’Ira e all’interno dell’Ira, e le peregrinazioni da una scuola all’altra per intemperanze disciplinari –, il ricordo di quei giorni non liquida mai la propria forza nel canto malinconico o nel birignao liricheggiante, anzi, al contrario, la voce dell’autore rilancia ogni volta e si infuoca di assoli sempre più vivaci. Vagabondo che immagina match tra Dickens e Orwell, ombra di se stesso alle prese coi fantasmi della seducente Laura e della mentitrice Deirdre – le due donne più importanti, che nulla hanno concesso –, la vita di Ripley “pezza da piedi del mondo” Bogle è tutta la stessa sporca giornata, ma contemporaneamente anche un’imprevedibile reinvenzione continua (splendide le pagine in cui giganteggia la figura del monumentale Perry seduto sul suo trono di terra) al punto che, pagina dopo pagina, dalla gioventù a Belfast fino agli ultimi giorni di Cambridge, non si capisce più cosa sia vero o no. E tra l’odio per l’Irlanda nazione-casino e il sarcasmo per la pan-erotica Università delle Università, non ci si può che abbandonare a questa voce che turba, diverte e ci impone, netta, una domanda: cosa fareste se uno vi dicesse la verità? Ripley non ha dubbi: “Me la farei sotto”.

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