Il regista dei barbari

Giulio Meotti

Lo spazio per esprimersi è diventato così stretto: è la dittatura del politicamente corretto, non possiamo dire più niente, è spaventoso”, ha spiegato ai cronisti Denys Arcand alla presentazione del suo nuovo film, La chute de l’empire américain. Intorno a lui, sul palco, la famiglia allargata di Arcand, a partire dai suoi due vecchi amici e colleghi, Rémy Girard e Pierre Curzi. L’uscita di un film di Arcand è sempre un evento. E il regista non poteva che attaccare il politicamente corretto, che ha nel Canada la sua capitale in occidente. Siamo nel paese dove il premier Justin Trudeau ha bacchettato in pubblico una studentessa che aveva usato la parola “mankind” anziché “peoplekind”, dove le università obbligano a usare determinati pronomi neutri e dove esiste una maoista commissione dei diritti umani che processa le mosche bianche come Mark Steyn.

   

    

I baby boomer, passati dal marxismo al sovranismo al vuoto, mentre i loro figli vogliono solo fare soldi (il nuovo film di Arcand)

Denys Arcand è un leftie, come quasi tutti i franco-canadesi, ma è un realista leftie. Con il titolo che ricorda il suo primo grande successo, anche questo nuovo film non fa eccezione. E questa volta Arcand guarda al posto occupato dal denaro nella società occidentale. All’inizio, Arcand aveva in mente di intitolare il film Le triomphe de l’argent, il trionfo del denaro, salvo poi virare su quello in uscita. La situazione politica negli Stati Uniti, sempre più oscura a suo dire, si è rafforzata nella sua scelta: “Siamo vicini a un impero in rovina”. Al centro della sceneggiatura, un laureato in Filosofia (Alexandre Landry), che fa il corriere per vivere, e che vede la sua vita trasformata dopo aver rubato due sacchi pieni di denaro a seguito di una rapina fallita. La critica gli ha rimproverato di aver usato due attori di colore per impersonare i ladri. “Perché i neri? Perché a Montreal le bande, mi dispiace, non sono composti da svedesi”, ha risposto Arcand. Il regista e intellettuale canadese è diventato il principale allestitore della mise en scène della società occidentale. “Viviamo tutti in un film di Arcand”, scrive il Journal de Québec. Conoscete il termine ‘deliquescenza’?”, si domanda Richard Martineau.

   

“Di tutte le parole del dizionario, è quella che rappresenta al meglio il Quebec oggi. Non è un’implosione o un’esplosione, no. Niente di drammatico o spettacolare. Solo una deriva, una deriva lenta, una sorta di graduale decomposizione della società. Una dolce, comoda e indifferente decadenza, per usare la famosa formula di Denys Arcand, che ha visto tutto. E’ forte come Robert Musil, come Stefan Zweig, come Michel Houellebecq. E’ il Quebec in tutto il suo decadimento. Tre quarti dei programmi culturali parlano di cucina, siamo più interessati alle carote e alle zucchine che al teatro o alla letteratura, i partiti sovranisti stanno combattendo per chi costruirà la maggior parte delle piste ciclabili… Facciamo spallucce e ridiamo. E’ il ghigno perenne. Il Globe and Mail, il più grande quotidiano del paese, ha chiuso il suo ufficio all’Assemblea nazionale perché pensa che non stia succedendo nulla di molto interessante qui. Il nostro peso demografico si scioglie come neve al sole. ‘I segni del declino sono ovunque’, dice Dominique nel film di Arcand. Aprite gli occhi”.

   

Il primo film affronta la natalità in declino: Pierre non ha figli e non li vuole; Dominique ha vissuto da solo da sempre. E’ il Québec di oggi

Denaro, sesso, edonismo, politicamente corretto, intellettualismo, eutanasia, scristianizzazione, decadenza, cinismo, c’è tutto l’occidente nei film di Arcand. Figlio di un pilota di battello e di una madre profondamente cattolica e beghina, Arcand sognava di diventare prete o santo all’età di dodici anni, quando in Canada la chiesa cattolica era ancora la forza sociale dominante. Poi, influenzato dai suoi professori di Storia marxisti all’Università di Montreal, ha realizzato film e documentari sugli operai sfruttati del settore tessile e sulla separazione del Quebec, prima di dedicarsi a una serie di successi cinematografici sulla crisi della società occidentale. Il suo primo film-conversazione nel 1986 è “Il declino dell’impero americano”. Una docente di storia, protagonista del film, ne espone così il senso: “L’esasperata ricerca della felicità individuale che distingue la nostra civiltà occidentale non è forse storicamente legata a quella decadenza dell’impero americano in cui abbiamo cominciato a vivere?”. Aveva 46 anni Arcand, allora professore di Storia, quando si presentò al grande cinema con questa pellicola.

   

Otto protagonisti, amici e vicini di casa, tra loro sposati o amanti, tutti professori universitari sui quaranta, più una casalinga e due ragazzi, in una bella villa sul lago in un dorato weekend d’autunno. Al pomeriggio del sabato, gli uomini sono in cucina intenti a preparare un pranzo capolavoro, mentre le donne sono in palestra. Parlano tutti solo e soltanto di sesso. Si dilaniano, si feriscono, si dicono brutte verità che repentinamente infrangono la crosta educata e colta del vivere. A vedere i film di Arcand viene spontaneo pensare alle opere di Montesquieu o di Gibbon, l’uomo dei Lumi convinto che il cristianesimo fosse responsabile per la caduta dell’Impero romano; il discorso di Rousseau enfatizzando il gusto per il lusso, l’ozio e la degenerazione delle élite di questo declino e le invettive di Bonald contro la Rivoluzione francese che avrebbe fatto precipitare la Francia monarchica e cattolica in un abisso senza fondo.

  

Quando il film di Arcand uscì nel 1986, questa sensazione di declino si stava diffondendo ovunque e per diversi anni, nelle pubblicazioni, nella stampa, compresi i migliori editorialisti. Il tasso di natalità in Quebec è sceso da una media di quattro figli per coppia a 1,5, ben al di sotto di quello che i demografi chiamano il “tasso di sostituzione”. Si parla di un calo della fertilità così rapido e netto che non ha uguali nei paesi sviluppati. E il primo film di Arcand affronta il tema del tasso di natalità in declino: Pierre non ha figli e non li vuole; Dominique ha vissuto da solo da sempre; se Rémy, Louise o Diane parlano spesso dei loro figli, li vediamo a malapena sullo schermo e secondo Pierre, la loro educazione è “un disastro”. C’è la presenza della morte attraverso la malattia (Aids?) e la costante minaccia di una guerra. Uno dei personaggi non solo parla esplicitamente dell’idea di declino ma ha scritto un intero libro sull’argomento, è Dominique. La sua tesi è quella di mostrare che la morte delle civiltà corrisponde anche a un’aspirazione alla felicità individuale. Da quel momento in poi, il comportamento dei personaggi sembra illustrare direttamente questa idea. Tre anni dopo il film, c’è la caduta del Muro di Berlino, la scomparsa delle ideologie, lo stato di iperpotenza degli Stati Uniti, il surplus di bilancio sotto l’èra Clinton. Louise alla fine della giornata respinge la tesi di Dominique di fronte a tutti gli altri, affermando che si potrebbe facilmente difendere l’idea opposta del continuo progresso della scienza e che il suo libro sul declino non è che il risultato della sua depresso e malinconico umore. Da una parte abbiamo uomini soddisfatti del loro status, che baciano regolarmente gli studenti, che sono professionisti, che sono intellettuali; e d’altra parte, donne attive, che si occupano di svilupparsi sessualmente, fare carriera, occuparsi del proprio aspetto fisico.

   

“Siamo alla fine di quella che fu chiamata civiltà dell’Europa occidentale, la civiltà che iniziò con il Rinascimento e finì nell’America settentrionale, negli Stati Uniti”, ha scritto Arcand. “Non siamo in pericolo mortale – la minaccia della guerra nucleare è scomparsa – ma ci saranno schermaglie, piccole guerre che vanno e vengono. Stiamo tornando al Medioevo: stiamo combattendo contro gli infedeli, i musulmani. Ma i musulmani pensano anche a noi come barbari. Dipende da quale lato ti trovi”.

  

   

Il Québec di Arcand è diventato il luogo più ateo e scristianizzato d’occidente. E lo si vede in tutte le sue pellicole

Arcand replica con Le invasioni barbariche, che gli è valso un Oscar nel 2004. Il narratore della borghesia colta Arcand qui racconta l’invasione barbarica della malattia nel corpo di un uomo maturo, come simbolo del malessere della civiltà contemporanea. Il professore universitario di Storia è in ospedale, ha un tumore incurabile. Il figlio usa il denaro perché gli infermieri si prendano cura di lui, perché gli studenti vadano a trovarlo, perché l’eroina lenisca le sue sofferenze, e se la procura da Nathalie, una correttrice di bozze che si fa di eroina. “Un sistema comunista come Breznev: se conosci le persone giuste, riceverai un buon trattamento”: così Arcand definisce la sanità canadese, non molto diversa da quella italiana. Nel corso del film, nessun dottore si rivolge mai a Rémy con il suo nome corretto. Uova strapazzate, caviale, tartufi freschi e una bottiglia di vino italiano d’annata scandiscono l’ultima serata di Rémy. Si fuma marijuana, si parla come sempre di sesso e ci si confronta con le ideologie. Rémy muore con una miscela endovenosa, fra le musiche di Handel e Haydn. Il Quebec di Arcand è diventato il luogo più ateo e scristianizzato d’occidente. La “scomparsa del cattolicesimo in Québec” è diventato un classico della sociologia della religione. “Non c’è luogo religiosamente più arido tra il Polo Nord e la Terra del Fuoco”, si legge in First Things. “E tutto è successo in un batter d’occhio”. Oggi, all’interno della chiesa di Saint-Jude, a Montréal, i personal trainer hanno preso il posto dei preti e le macchine per il body building hanno sostituito i fonti battesimali. Come racconta il Globe and Mail, “un terzo delle chiese cattoliche di Québec City ha chiuso”.

  

      

E ora 33 delle 54 chiese di Saint-Jerome a Montreal faranno la stessa fine. Ha chiuso anche la famosa chiesa di San Giovanni Battista, costruita nel 1880, paragonabile per capienza e storia alla cattedrale di San Patrizio a New York. Non a caso un altro successo di Arcand s’intitola Jesus of Montreal, dove il corpo del Gesù moderno pende nudo su una croce in cima a una collina che domina le luci scintillanti della città canadese. Nel 2016, il Canada di Trudeau ha legalizzato l’eutanasia. E i piaceri costruiti sull’edonismo scompaiono con l’eutanasia del protagonista delle Invasioni barbariche, come ciò che resta del cattolicesimo in Quebec. La fidanzata del figlio di Rèmy, una mercante d’arte, viene invitata a visitare un magazzino in cui l’arte sacra è immagazzinata. Cumuli di statue, crocifissi e calici. “Qui erano praticamente tutti cattolici, come in Spagna, in Italia, in Irlanda. Fino a che in un momento preciso, nell’anno 1966, le nostre chiese si sono svuotate, in pochi mesi. E’ un fenomeno molto strano, che nessuno è riuscito a spiegare”. Ora che le chiese sono vuote, spiega padre Leclerc, “le autorità vorrebbero scoprire se ha qualche valore”. Ma quelle icone non possono essere vendute sul mercato internazionale. “In altre parole”, conclude il sacerdote, “questo è tutto… assolutamente inutile”. Come tutto il vino, il sesso e la vita.

 

La denuncia della burocrazia con i suoi “uomini senza qualità” e il suo assurdo rispetto in guanti bianchi delle minoranze

Rémy è emblematico di un certo tipo che si trova nei salotti canadesi: colto, intelligente, divertente, uno spettatore del destino. Il “socialista sensuale” è, alla fine, impotente. Il film è una denuncia dei baby boomer intellettuali del Quebec, un tempo adepti del marxismo-leninismo-maoismo-sovranismo, e che ora occupano un vuoto intellettuale mentre i loro figli vogliono solo fare soldi. E’ la morte un uomo, ma anche d’una generazione, della cultura edonista e libertina passata da tutti gli ismi (strutturalismo, marxismo, esistenzialismo, decostruzionismo, sostituiti dal cretinismo). “Il suicidio di un uomo e la fine di un mondo, quello della civiltà occidentale” ha detto Arcand. I film sono conditi di riferimenti ad Arcipelago Gulag, a Samuel Pepys, a Cioran.

  

   

Il morente sente che la barbarie è in arrivo, che la cultura occidentale sparirà. O che forse finirà nella noia, come si vede nell’altro film di Arcand del 2007, L’età barbarica. Qui il protagonista, Jean-Marc Leblanc (Marc Labrèche), è un grigio funzionario dell’amministrazione pubblica, un “uomo senza storia”, che al lavoro deve trattare con i guanti bianchi le minoranze di ogni tipo (siamo nel paese di Trudeau). Alla fine del film Le déclin de l’empire américain, il regista canadese inserisce questo monologo di una docente universitaria: “I sintomi della caduta dell’impero sono visibili ovunque: la popolazione civile che disprezza le istituzioni, il crollo del tasso di natalità, la renitenza dei maschi al servizio di leva, un debito nazionale incontrollabile, la diminuzione delle ore di lavoro, il proliferare dei funzionari, la degenerazione delle élite. Con il collasso del sogno marxista-leninista, non possiamo più citare alcun modello di società che potremmo dire: è così che vorremmo vivere… Quello che viviamo è un processo generalizzato di disgregazione dell’esistenza”.

    

Il furbo moralista Denys Arcand ha sempre strizzato gli occhi a questo declino, ma almeno ha avuto il merito di portarlo sul grande schermo. “Le società occidentali sono disfunzionali”, ripete il regista. E la sua visione oscura entra subito nelle Invasioni barbariche, quando una guardia in ospedale osserva in televisione gli aerei che si schiantano sulle Torri Gemelle.

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