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Il cieco che vede lontano

Camilleri in scena come Tiresia, un antidoto al chiasso contemporaneo. Parla il regista Roberto Andò

11 Giugno 2018 alle 15:07

Il cieco che vede lontano

"Tiresia oggi? Sarebbe in imbarazzo, si rifugerebbe nel silenzio perché – spiega Roberto Andò – viviamo un momento che lascia sgomenti”. Meglio tacere: che paradosso per l’indovino Tiresia che aveva il dono di predire il futuro, di indicare con la parola ciò che non era ancora, ma che presto sarebbe stato.

 

Un grande regista, Roberto Andò, dirige un grande scrittore, Andrea Camilleri nelle “Conversazioni su Tiresia”, prodotto dalla Fondazione Inda, in scena l’11 giugno al teatro greco di Siracusa. Un monologo che diventa riparo dal chiasso del tempo presente, dove le parole si fanno poesia e letteratura. L’ideatore del commissario Montalbano è cieco per destino, come Tiresia, ma non rinuncia a guardare. Al contrario, la sua cecità è la chiave per vedere finalmente tutto con più chiarezza. Serviva qualcuno che accompagnasse Camilleri-Tiresia nel suo viaggio. Andò lo ha preso per mano portando sul palco l’amicizia che li lega nella vita. L’idea è venuta a Valentina Alferj, che da anni collabora con Camilleri: i suoi occhi hanno dato continuità al lavoro dello scrittore.

 

Il mito di Tiresia fondamentale nel ’900:controfigura esistenziale di Pound e Eliot, ha ispirato “Orlando” di Virginia Woolf

“Oggi il politico è costretto a parlare in tv e si comporta come un attore. Uno dei modi di mascherare l’impotenza è urlare”

“Abbiamo esplorato la possibilità di fare una cosa nuova che potesse far piacere ad Andrea – racconta Andò –. Aveva voglia di dissimularsi nell’indovino e dialogare con la figura di Tiresia per svelare anche una parte di se stesso”.

 

E’ dall’indovino della mitologia greca che si parte, figura celebrata e vilipesa. Forse imprudente quando fu chiamato a dirimere una questione nell’Olimpo. Zeus ed Era litigavano, come accade alle coppie mortali. Che fatica essere marito e moglie e contemporaneamente fratello e sorella. Chi gode di più nell’amplesso fra l’uomo e la donna? Lo chiesero a Tiresia. Nessuno poteva saperlo meglio di lui che era stato uomo, donna e di nuovo uomo. L’indovino cercò la strada della diplomazia per non scontentare i due contendenti. La donna godeva delle gioie sessuali per nove dei dieci gradi esistenti. All’uomo ne restava uno. Era non gradì la riposta e lo rese cieco. Zeus provò a rimediare. Cieco sì, ma almeno Tiresia avrebbe vissuto per sette esistenze umane consecutive.

 

La figura di Tiresia è stata fondamentale nel Novecento. “Gli scrittori protocristiani a partire dalla doppiezza sessuale hanno condannato la sua condizione – racconta Andò – ma dopo, nel secolo breve l’indovino è stato riscattato e ha ispirato Orlando di Virginia Woolf. Poi è diventato la controfigura esistenziale di Ezra Pound e T. S. Eliot. Tiresia non era più l’indovino in grado di inchiodare Edipo al suo destino, ma un’ombra incapace di predire, meno affidabile di una cartomante”.

 

Chi è davvero Tiresia? Camilleri prova a mettere dei punti fermi, lui che, come lo definisce Andò, “è scrittore indefinibile, autore di romanzi popolari e profondo intellettuale, formatore di attori in accademia, grande regista. Che piacere stargli a fianco per rendere questo suo viaggio più naturale, facile e agevole”.

 

E’ un monologo, il suo, asciutto ma ricco. La voce di Camilleri è profonda. La cavea è il luogo ideale per farne risaltare la cavernosità. Uno strumento vocale accompagnato dal flauto di Roberto Fabbriciani. “Un gioco di scatole”, lo definisce il regista, “in cui Camilleri è impegnato in tre ruoli. Per me è commovente stargli accanto”. C’è il Camilleri attore: “Stiamo cercando di rendergli il viaggio più comodo, vista la sua età, anche se conosciamo il suo spirito e la voglia di restare dentro le cose della vita”. C’è il Camilleri autore: “E’ importante che ci sia il suo essere testimone di un certo modo di fare letteratura e di intendere le cose della vita”. C’è il Camilleri uomo: “Si mette in gioco, ricorda cose che ha vissuto in prima persona e le intreccia al vissuto immaginario di Tiresia in un gioco pirandelliano”. Un gioco in cui Camilleri ha accettato ben volentieri di farsi guidare. Ha reso semplice una cosa altrimenti difficile. “Andrea ha una idea molto chiara, ma quando gli si dà un suggerimento, ad esempio di intonazione, è pronto a raccoglierlo. Con i grandissimi tutto è semplice”. Merito, secondo Andò, della “formazione labirintica di un uomo che oltre allo scrittore ha fatto il regista in radio, a teatro, in televisione e dunque conosce i propri mezzi, anche vocali”.

 

“Ascolta il vecchio che racconta tutto quello che ha vissuto”: Camilleri-Tiresia entra in scena. La cecità per sua stessa ammissione lo ha portato a sviluppare, attraverso gli altri sensi, una nuova capacità di vedere le cose. Non una resa, ma un’occasione, l’ennesima, di una vita ricchissima. Una cecità che apre una prospettiva di analisi diversa. E’ l’approdo di una nuova stagione di creatività che già si intravedeva negli ultimi romanzi di Montalbano. E’ davvero una sfida modernissima quella dello scrittore, a dispetto dei suoi 92 anni.

 

“Oggi viviamo dentro l’immagine – racconta Andò –. si è messa da parte la capacità, che possiede chi non vede, di convocare le cose in assenza, nell’antichità questa facoltà si chiamava phantasia. Con questo termine si indicava la capacità che muove la creatività, l’immaginazione. Oggi si vive la condizione paradossale di guardare molto e di vedere pochissimo. Persi dentro l’immagine, se ne perdono i dettagli più importanti”.

 

Ecco perché Tiresia è un personaggio che oggi ha diritto di parola. Costringe a vedere le cose. Non ci si può girare dall’altra parte, facendo finta di non avere visto. Almeno non sui gradini di pietra del teatro greco, dove la la figura di Camilleri è il punto prospettico dell’analisi interiore. Sua e dello spettatore. “Sono venuto qui per chiarire...”, dice Camilleri-Tiresia. Chiarire e dissipare le illazioni sul conto dell’indovino e indicare una strada di riflessione, senza avere la presunzione di tracciarla. Non c’è trucco, non c’è inganno: Camilleri uomo offre se stesso agli altri. Seduto su una poltrona al centro delle scena diventa il cantastorie delle sue memorie e insieme il cantore della sopravvivenza dell’umano. Chi lo ascolta può condividerne l’illusione di guardarsi dentro. “Le illusioni fanno bene all’umanità, altrimenti si andrebbe incontro alla morte – dice Andò -. il problema è che le illusioni sono diventate finzioni. Costruzioni evocate in modo maldestro e strumentale. I grandi scontri di oggi apparentemente richiamano il senso della verità, ma molto spesso la calpestano. Le ’Conversazioni su Tiresia’ sono anche questo: un’occasione per il pubblico, convocato per assistere al viaggio di Camilleri, di confrontarsi con queste pietre secolari su cui sono poggiate illusioni di un tempo infinito. E’ uno spazio al riparo dal chiasso che ci circonda. Un regalo in cui lo spettatore si trova di fronte a temi che vanno oltre l’arena scomposta in cui viviamo e che spesso ci appare non adeguata alla posta in gioco”.

 

Lo scrittore “ricorda cose che ha vissuto in prima persona e le intreccia al vissuto immaginario di Tiresia in un gioco pirandelliano”

“La condizione paradossale di guardare molto e di vedere poco. Persi dentro l’immagine, ci facciamo sfuggire i dettagli più importanti”

Preservare il silenzio della poesia, della parola, della grande letteratura come antidoto al chiasso. E’ stato il punto di partenza di Andò, che è direttore artistico dell’Inda, nella scelta di inserire nel cartellone “accanto alle tragedie e alle commedie la presenza di due scrittori popolari e alti come Alessandro Baricco e Andrea Camilleri, autori in grado di riflettere su Tiresia e Palamede, un personaggio quest’ultimo cancellato dalla storia greca. Due voci, possono piacere no, che si confrontano con figure che hanno ancora qualcosa da dire”. Non è la ripetitiva proposizione dei temi classici, ma un dibattito attuale. “Quante versioni abbiamo di Antigone? Un’infinità, perché ci appassiona, ad esempio, il grande nodo della giustizia”.

 

Il nucleo delle tragedie di Sofocle è lo scontro fra la legge universale della polis e quella familiare. La legge dello stato impone a Creonte di negare la sepoltura a Polinice, fratello di Antigone, perché ha tradito combattendo con i nemici alle porte della città. E’ una legge cieca che non ammette deroghe, che non lascia intravedere la luce della grazia. Di contro, Antigone invoca la legge della famiglia, dell’amore, della pietas, per dare una sepoltura al fratello morto in battaglia. Ha ragione Antigone o Creonte al quale Tiresia profetizza sventure? “La società forse ha scelto Antigone, può anche darsi che Creonte, oggi visto come despota, difendesse la legge comune – racconta Andò -. Era il primo baluardo della difesa della comunità e non solo della stirpe. Antigone è uno straniero che pone il tema della purezza, oggi sulla bocca di tutti. Questa purezza evocata, ma che non abbiamo capito essere tale. Oggi si pensa di sfasciare tutto, persino la Costituzione”.

 

Dal chiasso allo sfascio. Il teatro offre davvero un orizzonte. Camilleri-Tiresia racconta di un “uomo costretto a vivere all’infinito. Vive ancora oggi. Ha il privilegio e la condanna di vedere cosa accadrà al mondo. Come Edipo a Colono, che parte dopo che è tutto avvenuto. Edipo ha ucciso la madre, ha avuto dei figli con lei, è vecchio e accompagnato da una fama terribile. Lo accolgono malissimo. Edipo, però, ha deposto l’arroganza con cui ha risposto a Tiresia, ora è consapevole dei suoi limiti, è disposto ad accogliere la morte con spirito diverso. Un re accolto come un mendicante, come un rifugiato di oggi. Nell’Edipo a Colono, scritto da Sofocle quando aveva l’età di Camilleri, Edipo ha messo da parte la superbia e la presunzione di voler condurre tutto nell’ambito della ragione”.

 

E’ vero ciò che dice Andò. C’è ancora molto da imparare dal mondo classico. Superbia e arroganza sono i tratti distintivi di una certa politica, che “ha difficoltà a ricondurre, non solo in Italia, il proprio discorso ai grandi temi. La politica oggi è smarrita, l’arma vincente è l’arroganza. E’ più forte oggi l’arroganza o è più interessante ciò che ci viene dal passato? Quest’anno si è ricordato Aldo Moro, molto più di quanto sia stato fatto in passato. Oggi lo si riscopre perché nella sua storia tragica ha lasciato uno sforzo di mediazione da frapporre all’arroganza. La politica è il luogo dove metti insieme i pezzi e disegni una comunità ideale, che rappresenti quella reale. Oggi questa buona volontà che dovrebbe ispirare il progetto non si vede. Si è rotto il giocattolo. Forse perché la politica è sempre più legata alla finzione. Il politico è costretto a parlare in tv e si comporta come un attore. Uno dei modi di mascherare l’impotenza è urlare”.

 

E’ per questo che Tiresia oggi abdicherebbe dal suo ruolo di indovino e probabilmente sceglierebbe il silenzio.

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