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Architettura Italia

Un arcipelago di “territori interni”. Il Padiglione Italia alla Biennale spiegato dal curatore Cucinella

22 Maggio 2018 alle 14:33

Architettura Italia

Mario Cucinella è il curatore del Padiglione Italia che sarà inaugurato il 25 maggio alla prossima “16. Mostra Internazionale di Architettura alla Biennale di Venezia”. Allievo prima di Giancarlo De Carlo e poi di Renzo Piano, Cucinella è impegnato su più fronti specie a Milano dove ha in cantiere una torre, un ospedale e una fondazione-museo, ma attualmente è concentrato su Venezia e infatti la sua mostra si chiamerà “Arcipelago Italia”. E’ un uomo d’acqua – mamma genovese e papà di Cinisi – perché allora, gli chiediamo, ha deciso di dedicare il Padiglione ai “territori interni”? “L’Italia non è caratterizzata solo da grandi aree metropolitane. Il 60 per cento del suo territorio è interno, lì nasce tanta parte della cultura del nostro paese: piccoli comuni e città che nella storia hanno rappresentato i nodi della produzione culturale, in altre parola il Dna italiano. In realtà le piccole città, seppur immerse in un ambito perlopiù rurale, si sono sviluppate nel loro insieme in un intreccio di relazioni economiche e culturali che hanno creato un grande spazio urbano, la rete territoriale dei comuni insomma”. Con quale criterio avete selezionato i progetti e le aree di studio, può presentarci questi architetti?? “Prima abbiamo fatto una call nazionale per scoprire chi c’è davvero che opera in quelle zone: devo dire che il Nord è infinitamente più presente del Sud, mentre il centro Italia è completamente latitante, assente. Nonostante l’alto numero di risposte abbiamo faticato a trovare qualcosa che avesse un po’ di empatia, che fosse ben inserito nei centri storici o nel paesaggio. Quindi abbiamo chiamato cinque studi di architettura: AM3 Architettura, BDR Bureau, Diverserighe Studio, Gravalos Di Monte Arquitectos, Modus Architects e Solinas Serra Architetti, per provare a vedere se, costituendo un gruppo di lavoro, riuscivamo a essere più sperimentali. Abbiamo allora scelto cinque punti sensibili dei territori interni pensando a come rilanciarne il destino. I luoghi scelti sono quindi: la foresta casentinese (fra Arezzo e Cesena) dove da circa mille anni si trovano i frati camaldolesi, una comunità che vive curando il bosco. Questo tema mi sta a cuore perché noi importiamo l’80 per cento del legno dall’Austria e dalla Slovenia, quando potremmo utilizzare il nostro legno, facendo manutenzione dei boschi appenninici.

 

Un’altra tappa è nelle aree del terremoto, tema che attraversa gli Appennini da Nord a Sud. Camerino nello specifico è un caso un po’ estremo perché tutto il centro è ancora zona rossa, inaccessibile. Poi scendiamo nella valle del Basento che da Potenza va a Taranto e che attraversa tutta la Basilicata. Quindi andiamo in Sicilia, a Gibellina, altra terra di terremoto e di incompiuti. Una storia anche di un’avventura molto coraggiosa avvenuta negli anni ’60 dopo il sisma del Belice e che riguarda un’opera mai finita, il teatro di Pietro Consagra: come lui infatti credo che l’arte debba essere una parte importante nella costruzione della città. L’ultima tappa infine è in Sardegna dove abbiamo lavorato su un’altra storia di un incompiuto da recuperare: il polo industriale di Ottana nel cuore del Gennargentu”. Qualcuno dei progetti presentati in Biennale verrà poi realizzato? “Non è questo lo scopo del Padiglione Italia. Vorremmo anzitutto rilanciare un dibattito che al momento non c’è. Il problema è che spesso le amministrazioni non affrontano certe questioni perché non hanno una visione, le regioni sono molto dispersive, mentre noi stiamo cercando di indirizzare il focus su temi precisi. Abbiamo deciso di raccontare tutte queste storie in un Padiglione istituzionale per rilanciare l’architettura, la domanda a cui abbiamo cercato di rispondere è: l’architettura rappresenta un’operazione di rilancio dei territori? Io penso di sì”.

 

Lei è impegnato in prima persona anche nelle aree del terremoto in Emilia, nelle Marche. E’ un’esperienza che l’ha aiutata a impostare il suo Padiglione? Crede che la Biennale possa produrre progetti realizzabili direttamente per la ricostruzione post-terremoto? “Spero di sì. Da un lato l’Italia non ha mai fatto tesoro delle esperienze che ha vissuto, ogni volta il tema del terremoto apre sempre lo stesso dibattito conservatore sul ‘com’era, dov’era’. Dall’altro la ricostruzione ha bisogno di un piano e di una di visione strategica che guardi avanti e non solo indietro. Infine vorrei sottolineare l’importanza della temporaneità: se si sceglie la strada delle casette di legno, ma si installano su profonde fondazioni in cemento, la temporaneità decade com’è successo in Sicilia: i terrazzamenti in cemento hanno scassato le colline prima ricoperte dalle viti e dagli orti. Occorre pensare sistemi di costruzione e urbanizzazione reversibili, rispettosi del contesto in cui vanno a inserirsi”.ì

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Commenti all'articolo

  • antiFoglio

    22 Maggio 2018 - 19:07

    Visto il degrado visivo creato dagli speculatori con l'avallo cointeressato degli architetti, bisognerebbe fare come si faceva nel medioevo ai notai che falsificavano gli atti: tagliare loro le mani!

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