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Pipes, il gigante che vinse la sua Guerra Fredda contro gli accomodanti

Quando Gorbacev gli disse: “Lei è solo un accademico”. Sbagliava

Giulio Meotti

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20 Maggio 2018 alle 06:05

Pipes, il gigante che vinse la sua Guerra Fredda contro gli accomodanti

Richard Pipes

Roma. Una volta il Daily Telegraph scrisse che se “fosse stata assegnata una medaglia al coraggio morale durante la Guerra fredda Richard Pipes l’avrebbe vinta diverse volte”. Il grande storico americano si è spento nella sua casa di Cambridge, Massachusetts, a novantaquattro anni. Lo ha reso noto il figlio, Daniel. Raggiunse l’apice della fama non soltanto come autore di studi monumentali sulla storia russa, ma anche come uno dei pochi intellettuali pubblici profondamente scettici sulla politica americana di distensione con l’Unione Sovietica. “Pipes non credeva fosse possibile per l’occidente adattarsi indefinitamente alla presenza dell’Unione Sovietica, così come oggi si dibatte sul fondamentalismo islamico” ha scritto ieri il Wall Street Journal. Nel 1976, Pipes prese parte al gruppo di esperti noto come “Team B”, i falchi pessimisti sulla strategia militare e di politica estera verso Mosca. Il loro rapporto contribuì a galvanizzare l’opposizione ai colloqui con l’Unione Sovietica e mise le basi per la politica di Ronald Reagan sull’Europa dell’Est. Con “The Russian Revolution”, Pipes assaltò i colleghi sovietologi sulla vera natura del potere bolscevico. Quel libro, che iniziava con il semplice epigramma russo “alle vittime”, presentò il Partito bolscevico come un gruppo cospirativo, profondamente impopolare, piuttosto che come la punta di diamante di un movimento di massa. “Quelli che mi hanno chiamato guerriero freddo apparentemente si aspettavano che io rabbrividissi”, scriverà Pipes in “Vixi”, il suo libro di memorie. “In effetti ho accettato quel titolo con orgoglio”. Una donna nel 1957, a Leningrado, gli disse: “Viviamo come cani, non dovremmo? Me lo dica per favore”. Pipes ripeteva di non averla mai dimenticata.

 

Profondamente plasmato dalle proprie esperienze di ebreo fuggito dall’occupazione nazista della Polonia, Pipes faceva parte dei neoconservatori che si opponevano ai colloqui sulle armi nucleari - “rituali vuoti” li chiamava – e che sostenevano l’aumento della spesa per i programmi di armamento. Fu consigliere del senatore Henry M. Jackson di Washington, il democratico critico della distensione, e attaccò la Cia, che secondo Pipes aveva mal valutato “l’intensità, la portata e la minaccia” dell’apparato militare sovietico. Con la vittoria di Reagan su Jimmy Carter, Pipes, congedandosi da Harvard, fu messo a capo dell’ufficio sull’Europa orientale del Consiglio di sicurezza nazionale. E divenne il parafulmine per la sinistra liberal colta e un po’ disfattista.

 

Amava definirsi un “ebreo ortodosso non osservante”. Le sue prime ricerche sulla Russia incassarono il plauso di George Kennan, che gli scrisse una lettera di plauso. Pipes divenne uno degli amici più fidati di Alexander Kerensky, l’anti-Lenin in esilio negli Stati Uniti. Crebbe nel campus di Harvard, quando l’università si credeva annessa alla Casa Bianca negli anni del clan Kennedy. Nacque a Cieszyn, in Polonia, dove il padre, Marek, aveva una fabbrica di cioccolato. Sua madre, Sara Sofia (Haskelberg) Pipes, era casalinga. Parlavano tedesco a casa e polacco per strada. Il 6 ottobre del 1939, il giovane Richard Pipes osservò Adolf Hitler sfilare sotto la sua finestra a Varsavia. “Pensai a quanto sarebbe stato facile assassinarlo”. Poco dopo, i Pipes fuggirono in Italia con dei passaporti falsi. E da lì in America. Per il Washington Post, Pipes è stato “l’architetto intellettuale della vittoria americana nella Guerra fredda”. Come consigliere di Reagan era osteggiato dal Dipartimento di Stato, “era come se entrassimo in un territorio nemico” diceva. “Pipes posso distruggerti”, gli ripeteva Henry Kissinger. E nel 1987 Gorbaciov gli disse: “Lei è solo un accademico”. Si sbagliava. La miglior eulogia di Richard Pipes resta quel titolone della Pravda: “Attention, Pipes!”.

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