Vecchie pagine postelettorali

Nello storytelling politico degli ultimi mesi, per tener viva la suspense e i sogni di elettori e media, esiste forse un pretesto più efficace e “vuoto”, un trucco più assurdo e tautologico del reddito di cittadinanza?

26 Marzo 2018 alle 16:12

Vecchie pagine postelettorali

In questi giorni di analisi e mosse postelettorali non si sa mai se furbissime o naïf, continuano a tornarmi in mente due pagine scritte quasi sessant’anni fa. La prima è all’inizio dell’“Integrazione”, il racconto-pamphlet dove Bianciardi si sdoppia in Luciano, un io narrante tipicamente anonimo, adattabile, e in Marcello, un suo fratello estremista che s’infiamma subito e subito si disillude. I due emigrano dalla provincia toscana alla grande città del nord (da Grosseto a Milano) per impiegarsi in una “grossa iniziativa” editoriale (la Feltrinelli). Dopo la rivolta di Budapest, qui riflessa nel microcosmo di intellettuali che stendono comunicati e poi ritrattano tremanti – a sinistra la “carica dei 101” si ripete – Marcello sceglie la solitudine cupa e masochista del free lance a cottimo, chiudendosi in casa a scrivere pastoni da “Reader’s digest” e maledicendo il cantiere metropolitano che lo accerchia. Così fa il suo autore nel passaggio tra la stagione nazionalpopolare e il boom, coltivando un poligrafismo che contemporaneamente sabota perché gli sembra implicare un “battonaggio” ingiustificabile, sia davanti a se stesso sia soprattutto davanti alla terra di utopie, operai e affetti che ha lasciato. Ma vengo alla citazione. Mentre il narratore, spaventato dai ritmi fantozzianamente vessatori della metropoli, progetta di tornare nella cittadina toscana a misura d’uomo, il fratello obietta che non sarebbe giusto rifugiarsi in un’Italia il cui comfort è ormai residuale: “Da noi è fin troppo facile, fin troppo comodo”, spiega esaltato dalle speranze di palingenesi. “Il Betti, il Rosini, Aldo, Carlo, il sindaco rappresentano, per te e per me, una fetta d’Italia che sta scomparendo. E sai perché sta scomparendo? Perché è troppo soddisfatta della sua composta perfezione, e non riesce a trovare alcun aggancio con quest’altra Italia, balorda quanto vuoi, ma reale e crescente. Non trova un aggancio con questa, e non lo trova nemmeno con l’altra Italia, quella di sotto, quella che fa la fame, che campa con centomila lire annue per famiglia, che non sa né leggere né scrivere. Fra queste due Italie per diverso motivo depresse, come suol dirsi oggi, la nostra Italia di mezzo non riesce a trovare la mediazione. (…) Quassù noi siamo venuti allo stesso modo che se si fosse preso il treno per Matera. In una zona depressa siamo venuti, credilo pure, e ben più difficile che la Lucania: perché là la depressione salta subito agli occhi, mentre qui si maschera da progresso, da modernità. Invece è depressione: guardali in faccia e te ne accorgi. Sta a noi batterci per il sollevamento, per il risorgimento, diciamolo pure, di questa Italia”. Non credo si possa esprimere meglio la parabola di una sinistra che nel XXI secolo, surclassata da forze infinitamente più potenti di ogni politica e ormai priva di patine umanistiche, è ridotta a una Lega-Centro, non solo nel senso della penisola ma anche dei quartieri privilegiati.

 

Guardando la cartina del paese, la situazione ci rimanda per l’ennesima volta all’Italia ancora da fare, al Risorgimento al quale Bianciardi dedicò la sua opera degli anni Sessanta confondendo i nomi degli ufficiali sabaudi con quelli dei funzionari neocapitalisti. Quanto poi al “lavoro culturale”, oggi che si riproletarizza in forme inedite i suoi addetti provano un disagio opposto al suo, dato che aspirano allo status in cui il maremmano vedeva il peccato originale: se sfiorano l’integrazione votano Pd e maturano attitudini scettico-ironiche, altrimenti scelgono il vaffanculo.

 

La seconda citazione che mi ronza in testa sta invece nel “Cinema secondo Hitchcock”, il dialogo del regista col suo collega Truffaut. In un celebre passo, il maestro racconta come gli è difficile distogliere gli sceneggiatori dalle elucubrazioni sull’oggetto misterioso che dovrebbe costituire la posta in gioco tra gli antagonisti del film: elaborano complicatissime teorie su valigie, buste, armi, segreti e documenti che possono trasformare o distruggere la vita dei personaggi o del pianeta, finché lui li convince che sono cose importanti solo per lo spettatore, non per chi gira. Anzi, più l’oggetto è insignificante meglio è: basta un puro nome, un contenitore vuoto e magari assurdo, perché serve solo per mettere in moto l’azione, e nell’ipnotico dipanarsi del plot deve dissolversi. Hitchcock lo chiama Mac Guffin. “Si può immaginare una conversazione tra due uomini su un treno”, spiega a Truffaut. “L’uno dice all’altro: ‘Che cos’è quel pacco che ha messo sul portabagagli?’.

 

L’altro: ‘Ah quello, è un Mac Guffin’.

 

Allora il primo: ‘Che cos’è un Mac Guffin?’.

 

L’altro: ‘E’ un marchingegno che serve per prendere i leoni sulle montagne Adirondack’. Il primo: ‘Ma non ci sono leoni sulle Adirondack’.

 

Quindi l’altro conclude: ‘Bene, allora non è un Mac Guffin!’”. Ecco: nello storytelling politico degli ultimi mesi, per tener viva la suspense e i sogni di elettori e media, esiste forse un pretesto più efficace e “vuoto”, un trucco più assurdo e tautologico del reddito di cittadinanza?

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