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Lo sguardo in avanti non dimentichi il passato. L'invito postumo di Bauman

Davide D'Alessandro

Consigli per cambiare il mondo in "Retrotopia". Non è tragico, Bauman, pur avendo attraversato la tragedia. L’ha guardata con occhi profondi e disincantati credendo, nonostante tutto, nella potenza creatrice del vivente

Zygmunt Bauman ha lasciato una storia, un’opera, una parola e un invito. La storia di una vita polacca e inglese, di un polacco a Leeds, lunga e difficile, si è conclusa il 9 gennaio scorso. L’opera, di un sociologo e filosofo, è aperta e continua a dare i suoi frutti. La parola, “liquido”, molto più citata che compresa. L’invito, postumo, con un libro e un’altra parola, “retrotopia”, che andrà più compresa che citata. L’uomo con la pipa fumante è questo e tanto altro, persino tra gli autori prediletti da Papa Francesco. Se senza Simmel sapremmo poco, infinitamente poco della vita, delle sue forme, delle sue ambivalenze, senza Bauman sapremmo poco, infinitamente poco, dei suoi movimenti, dei suoi contrasti, delle sue miserie umane, della sua ineguagliabile bellezza. Non è tragico, Bauman, pur avendo attraversato la tragedia. L’ha guardata con occhi profondi e disincantati credendo, nonostante tutto, nella potenza creatrice del vivente.

 

Lo sguardo, ci dice con “Retrotopia”, in uscita per Laterza in questi giorni, non può non tener conto del passato, non può cancellarlo dalla memoria, ma dev’essere rivolto in avanti, un avanti certo rischioso, ricco di insidie, di paure concrete e di paure create ad arte, e privo, al momento, di luce vera, ma la luce è sempre alla fine del tunnel, oltre il tunnel, mai all’ingresso. Quattro capitoli per quattro ritorni: a Hobbes, alle tribù, alla disuguaglianza, al ventre materno, e un’introduzione, l’età della nostalgia. La nostalgia rassicura, tiene compagnia, riconduce al solido tutto ciò che ormai è irrimediabilmente liquido, ma l’uomo è fatto per farsi, per procedere in avanti, per sperare non di ritrovare il passato, ma di costruire e realizzare un futuro migliore. Senza prospettiva, senza visione, senza utopia, sì, senza utopia (si può dire ancora utopia?), la vita è come il mondo senza il sole e i suoi passi, irretiti dalla nostalgia, lenti e stanchi. La nostalgia, ricorda Bauman citando Svetlana Boym, “è un sentimento di perdita e spaesamento, ma è anche una storia d’amore con la propria fantasia”. Un tentativo di far riaffiorare il caldo là dove è freddo e gelido, di confondere la casa vera con quella immaginaria, di recuperare un ventre accogliente che non c’è più, perché da quel ventre siamo stati espulsi, gettati nel mare infinito, senza confini, della vita e dobbiamo nuotare, nuotare, nuotare senza traguardi, senza meta, essendo la meta il viaggio. E sperare. E fare. E creare. Con sana utopia, un’utopia realista, per dirla con Rutger Bregman, giovane ispiratore del vecchio Bauman. Senza retrotopia. Decidere, “nel dare forma alla nostra vita, se siamo la stecca da biliardo, il giocatore o la palla. Se siamo noi a giocare, o è con noi che si gioca”. Il mondo lo abbiamo interpretato, forse cambiato forse no, ora si tratta semplicemente di “guardare avanti per cambiare”, come recita l’epilogo del libro. Epilogo del libro, non della vita. La vita non ha epilogo. E’ qualcosa di più grande e di più interessante della mia, della tua e della nostra vita. Per fortuna.

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