Viaggio nel disastro dei teatri siciliani

La mappa della devastazione: un pozzo nero di scandali e sprechi. Le colpe della politica, il trucco dei direttori artistici

26 Febbraio 2018 alle 13:30

Viaggio nel disastro dei teatri siciliani

Foto Pixabay

Per una volta c’è solo il due, senza tre. La bocciatura di Moni Ovadia sarà pure ingiusta, come l’ha definita l’assessore siciliano ai Beni culturali Vittorio Sgarbi. La scelta di Laura Sicignano per la direzione del Teatro Stabile di Catania sarà pure politicizzata, ma di fatto ha evitato che Ovadia fosse contemporaneamente direttore artistico di tre teatri visto che lo è già a Marsala e al Regina Margherita di Caltanissetta. Chissà come avrebbe fatto il regista e attore a conciliare gli impegni da una parte all’altra della Sicilia. Una vita in macchina, in perenne viaggio lungo le malandate strade dell’Isola. Senza contare le trasferte per promuovere e mettere in scena i suoi spettacoli in giro per l’Italia.

   

Il punto è che dei teatri siciliani la politica si è interessata solo quando c’è stato da piazzare o contestare una nomina. I risultati sono evidenti come i buchi dei bilanci. I teatri sono dei pozzi neri. Di fronte all’arte e alla cultura la politica ha mostrato un atteggiamento di spocchia. E così il dissesto finanziario è arrivato implacabile.

   

La scelta di Laura Sicignano a Catania sarà pure politicizzata, ma di fatto ha evitato che Ovadia fosse direttore artistico di tre teatri

Sandro Pappalardo, assessore regionale al Turismo, sport e spettacolo, fresco di nomina, appena insediato ha iniziato a chiedere conto e ragione della gestione dei teatri che ricevono finanziamenti pubblici (spesso senza che siano state rispettate le scadenze). Ne verrà fuori un dossier sulle gestioni segnate da sprechi e attraversate, in alcuni casi, da conflitti di interesse.

     

Il viaggio nel disastro è iniziato al Vittorio Emanuele di Messina. C’è una buona notizia: dopo l’iniziale diniego sta per arrivare il via libera all’erogazione di poco meno di un milione di euro attinti dal Fondo unico regionale per lo spettacolo. Serviranno a coprire i debiti, ma il rilancio del teatro è altra cosa. I soldi rischiano di essere risucchiati in un buco nero.

    

La mappa della devastazione prosegue con lo Stabile di Catania dove sono stati accumulati debiti per tredici milioni di euro. Il momento più basso si è toccato due anni fa, quando solo all’ultimo istante fu evitato che l’ufficiale giudiziario pignorasse l’unica cosa ancora disponibile, le poltrone. Un’attrice pretendeva, come darle torto, il pagamento degli stipendi. Sono stati anni di contestazioni e scioperi fino a quando non si è fatto da parte il direttore artistico Giuseppe Dipasquale e si è aperta la stagione del commissariamento. Da alcuni mesi il teatro catanese è guidato da Carlo Saggio, di professione notaio, che d’intesa con il Cda ha scelto di chiamare Sicignano, direttrice artistica e fondatrice del teatro Cargo di Genova. Una non siciliana in Sicilia. Nessuno scandalo, per carità. Liberi teatrini in libero Stato. Ma è troppo difficile, soprattutto per chi ancora crede nel principio secondo il quale solo la cultura potrà redimere l’irredimibile Sicilia, convincersi del fatto che la politica non riesca a trovare entro i confini dell’Isola una figura che vanti un curriculum leggermente più attrezzato rispetto a quello di Laura Sicignano. Il cui unico merito, stando alle carte in base alle quali è stata scelta e giudicata, sarebbe quello di avere fondato e diretto un piccolo, piccolissimo teatro immerso tra le straduzze genovesi. Uno dei tanti. Roba da dilettanti, verrebbe da dire in ossequio al motto secondo il quale un palcoscenico, come il sigaro, generalmente non si nega a nessuno.

Per alcuni dietro la sua nomina ci sarebbe la manina del ministro Dario Franceschini per via di una sua candidatura nel 2010 al consiglio regionale della Liguria sotto la bandiera del Pd.

 

Mentre si polemizza sulla nomina bisogna portare avanti il piano di risanamento che passa dalla buona volontà dei creditori. L’87 per cento di essi ha rinunciato a una grossa fetta dei soldi. Si attende adesso che il Tribunale omologhi il piano di rientro e poi toccherà al Consiglio di amministrazione rimboccarsi le maniche.

 

Moni Ovadia (foto LaPresse)

     

Appena insediato, l’assessore Pappalardo ha chiesto conto e ragione della gestione dei teatri che ricevono finanziamenti pubblici

Ma neppure Ovadia, che pure presenterà ricorso contro “l’ingiustizia della mia esclusione”, è siciliano. Viene da Milano ed è il principale esponente di quel furbesco mondo di direttori artistici che, essendo al contempo registi e attori, mettono in scena spettacoli da loro firmati e li piazzano intanto nel giro dei teatri che dirigono. Dando vita così a un cartellone di libero scambio, regolato dal principio dell’oggi a me e domani a te. Nessun reato, per carità. Ma, senza nulla togliere, naturalmente, alla valenza artistica dei lavori, qualcuno tra i vertici della Regione, visto che di mezzo ci sono i finanziamenti pubblici, si è posto il problema etico e politico di come eliminare ogni evidente conflitto di interessi.

  

Il modello del generoso scambio tra direttori artistici è talmente rodato che nella cerchia ristretta di Ovadia ha preso addirittura corpo l’idea di mettere un nutrito gruppo di piccoli teatri “in rete” per creare un grande Teatro Stabile diffuso della Sicilia. E ciò allo scopo di condividere esperienze, sviluppare produzioni, accedere ai finanziamenti. A pensarci bene un modo per istituzionalizzare ed elevare a metodo ciò che già allegramente accade ormai da troppo tempo.

   

Lo Stabile di Catania ha debiti per tredici milioni di euro. All’Inda di Siracusa si va avanti da quattro anni con un commissario

All’Inda, l’Istituto nazionale del dramma antico di Siracusa, si va avanti da quattro anni con un commissario. La settimana scorsa è stato riconfermato per l’ennesima volta l’ingegnere Pierfrancesco Pinelli, un ex dirigente dell’Enel, scelto dal ministro Franceschini per frenare il caos. A Siracusa si è consumata negli anni passati una guerra politica. Soprintendente, consigliere delegato, sindaco-presidente: tutti contro tutti per stabilire chi dovesse fare cosa. Per molto, troppo tempo l’aspetto artistico è sembrato un corollario anche a causa di alcune inchieste giudiziarie. Quella più datata, confermata con le condanne in Cassazione, fece emergere le infiltrazioni mafiose nella gestione di alcuni servizi connessi all’allestimento degli spettacoli classici al Teatro Greco del 1996 e 1998. Quella più recente, chiusa pochi giorni fa con un’assoluzione, riguardava ipotesi di falso e truffa per la gestione di alcuni finanziamenti. Da due anni, sotto la direzione del regista Roberto Andò – il siciliano che l’anno scorso ha portato al teatro greco Ficarra e Picone – si è tornati a guardare di più al lato artistico. Si pensa in grande per diventare un riferimento a livello italiano ed europeo, ma l’Inda continua a muoversi e a spendere milioni di euro all’anno con la leggerezza di una carcassa da elefante. A proposito, pare che per il posto di nomina regionale nel Consiglio di amministrazione – nomina che il ministero dei Beni culturali rinvia di anno in anno – si sia autocandidato Nino Strano. Proprio lui, Strano, il senatore di finiana memoria che mangiò la mortadella a Palazzo Madama davanti alle telecamere per festeggiare in maniera di certo non raffinatissima la caduta di Romano Prodi, non fa mistero della speranza di volere tornare al suo primo amore, la cultura, ma ci sarebbero resistenze, a quanto pare da parte dello stesso presidente della Regione, Nello Musumeci. Altri rumors lo vogliono in entrata al Massimo Bellini di Catania, un altro teatro che gode di pessima salute e soprattutto di un pessimo bilancio. Si vedrà. Di certo sembra che uno dei problemi principali per la politica oggi sia trovare una sistemazione all’uomo della mortadella bocca.

    

Una delle poche cose che sa fare la politica per mascherare la propria incapacità è aprire il portafogli, ma di soldi ce ne sono sempre meno

Il binomio politica-teatri provoca solo guai. Ne sanno qualcosa alla Fondazione Orchestra sinfonica siciliana con sede al teatro Politeama di Palermo. Qualche anno fa i musicisti allestirono un corteo funebre per salutare la morte della musica, oltre che il mancato pagamento degli stipendi. La politica ha risposto alla tragedia con la farsa. L’ex governatore siciliano Rosario Crocetta impegnava il suo tempo a progettare fantomatiche trasferte degli orchestrali a Doha, in Quatar. Nel frattempo scelse come sovrintendente Valeria Grasso. Una nomina figlia della peggiore stagione dell’antimafia al potere. Grasso, testimone di giustizia dopo avere denunciato il racket, rimase in carica quattro mesi. Una parentesi impalpabile. E intano i debiti sono cresciuti di anno in anno, fino a toccare quota quindici milioni per una fondazione che conta cinquantatré impiegati amministrativi, un terzo dei musicisti.

    

Il 2017 si è chiuso con la firma del contratto che consentirà alla Fondazione di accedere al Ris, il fondo speciale regionale per le aziende culturali in difficoltà economica. Perché una delle poche cose che sa fare la politica per mascherare la propria incapacità è aprire il portafogli, anche se di soldi ce ne sono sempre meno. A siglare l’accordo sono stati il presidente Salvatore Cincimino, e Giorgio Pace, sovrintendente da due anni dopo essere stato direttore operativo del Teatro Massimo. All’Orchestra andranno sette milioni, gli altri otto se li spartiranno, il Bellini di Catania, l’Ente Luglio musicale di Trapani, la fondazione Orestiadi di Gibellina e la fondazione Mandralisca di Cefalù e il Teatro Biondo di Palermo.

  

Quindici milioni, va da sé, non sono una cifra esorbitante ma non sono neppure bruscolini. Il problema, teoricamente, potrebbe anche non risiedere nei soldi. Tuttavia – ed è la domanda che i responsabili dei teatri privati, quelli con i bilanci in ordine, hanno posto all’assessore Pappalardo, responsabile per la Sicilia del Turismo e dello Spettacolo – fino a quando la Regione accetterà di ripianare ogni anno i debiti e di riempire con milioni di euro i pozzi senza fondo dei teatri pubblici? Pappalardo dice che le soluzioni non sono sempre facili e che comunque ci sta mettendo mano. Intanto però la politica non allenta la propria presa e continua a trattare questi enti, così malandati, come granai per i propri giochini clientelari. Le nomine fatte e quelle ancora da fare stanno lì a dimostrarlo.

     

Povero Pirandello. Se lui, il grande drammaturgo che ha portato il teatro siciliano nel mondo, avesse contezza dei trucchi e degli inganni che si nascondono dietro certi sipari, certamente si metterebbe le mani nei capelli.

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