Sudare sui libri degli altri, amarli e ricordarli. A cosa serve la letteratura

Gran lezione di Antonio Moresco, "L'adorazione e la lotta"

25 Febbraio 2018 alle 06:15

Antonio Moresco

Antonio Moresco

Milano. Ad Antonio Moresco non piace stare in pace. Diffida della bontà, della speranza, dell’armonia, pur senza smettere di cercarle. Trova nella letteratura un terreno di conflitto che genera germi “incendiari”, ma che solo attraverso il conflitto può, appunto, generare. Perché la gemmazione avvenga – secondo lo scrittore mantovano dei “Giochi dell’eternità” e di “Lettere a nessuno”, classe 1947, uno dei più incorruttibili nel panorama letterario italiano, uno dei più colti e ritrosi, forse l’unico per cui il tempo non si sia fermato, ma semplicemente non esista, se si scrive – bisogna sudare. E nulla fa sudare di più che leggere i libri degli altri. E ricordarli. E restituirne il senso. Fare tutto questo significa combattere di nuovo le battaglie dei libri che abbiamo amato e che ci hanno cambiati. E secondo Moresco queste battaglie sono sanguinose perché gli scrittori che dobbiamo celebrare sono quelli che sanno avvicinarsi al male senza diventarne i servi. E quindi al bene senza diventarne servi. Di questo parla “L’adorazione e la lotta” (Mondadori), l’ultimo “libro sui libri”, genere dei generi, coltivato ancora persino al tempo dei Millennial.

 

In quattrocento pagine splendenti nella loro leggerezza, Moresco parla di orrore verso galateo, di sofferenza verso estetica. Non esistono custodi di ciò che si può rappresentare e dunque nel corpo a corpo della letteratura rientrano tutti coloro che sanno mostrarsi irriducibili: Antonin Artaud insieme a Virginia Woolf, Mo Yan insieme a Pirandello, Plotino a braccetto con Kleist. L’estate scorsa si cercava tra i letterati la risposta allo “scandalo” che il libro di Walter Siti “Bruciare tutto” provocò prima nel mondo incantato di Michela Marzano che lo giudicò “inaccettabile” in prima pagina di Repubblica e poi in quello intento a brucare le erbe ipnotiche dell’editoria – non della letteratura – degli scrittori e intellettuali italiani. Molte posizioni vennero prese, nessuna così chiara come questa di Moresco: chi sa proiettarsi interamente in quello che scrive riconosce quelli come lui, li fiuta da lontano, come fanno i cani.

 

“La letteratura è piena di rapporti personali, esaltazioni, sogni, illusioni, cenacoli, schieramenti, cricche, congreghe”: di quasi nessuna di queste cose Moresco ha potuto beneficiare e fino alla mezza età ha dovuto scrivere facendo una vita sotterranea. Come racconta: “Non per colpa o presunzione mia, ma solo perché le poche persone con le quali avevo cercato di stabilire un legame di comune passione artistica si erano sottratte o mi avevano messo alla porta. Non ne vado fiero, non lo considero di per sé un titolo di gloria o di vanto”. Ha portato questo peso e si è tenuto stretto Ivano Ferrari, un vecchio amico della sua città natale, dove tornava una volta al mese per andare a trovare la madre. Lui scrittore, l’altro poeta, passavano due ore a confabulare, invisibili al mondo, non scelti, sotterranei, “in fondo a un pozzo”. Nel mondo di sopra, intanto, tutti sapevano che c’era Moresco, là sotto. Negli ambienti letterari di Moresco si è sempre parlato, fino a crearne un piccolo mito inverso. E come tutti i miti doveva stare lontano, doveva rimanere irraggiungibile.

 

“Italo Tozzi” è il titolo che Moresco aveva pensato, a un certo punto, per un libro che parlasse di due separati alla nascita del Novecento. Poi voleva scrivere di “romanzi grandi”, come la “Commedia” o “I Viceré”. Poi di un solo libro, “Horcynus Orca”: guerra sesso morte in un libro “che sposta la visione della letteratura e del mondo” fino a qualche centinaio di pagine dalla fine, quando tutto precipita in una “melma verbale”, per poi riprendersi nel finale e ridiventare quel libro di “solitudine e combattimento” che per Moresco sono le qualità del supremo letterario.

 

Ci sono tutti, nell’“Adorazione e la lotta”, come nella miglior festa di fine anno: l’antisemita Céline, la caverna di Platone e quella di Zanna Bianca, la più grande poetessa del mondo, ragazza immobile nata ad Amherst nel 1848, mentre sul pianeta scrivevano Edgar Allan Poe, Melville, Dostoevskij, Kierkegaard. Lo “strano e inclassificabile” “Conservatorio di Santa Teresa” di Bilenchi, attraverso il quale Moresco cerca di spiegarsi per la decima volta in questo libro che cosa sia la psicologia, spiegando soprattutto che le porte che questa chiave di ogni porta dovrebbe aprire resteranno per sempre strutture menzognere e retoriche. Spiega, Moresco, e rispiega a ogni pagina e a ogni autore, il mondo attraverso i libri, riuscendo solo a farci amare più le pieghe delle aperture e a darci così, infine, la misura di ogni importanza: attraversare il buio, anzi “sfondare la nera parete di luce” con un libro accanto, adorata arma di lotta.

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