Come mai per fare un complimento a un libro si garantisce che è "qualcos'altro"?

Come uccidere i romanzi. Quelli che scrivono in stile jazz-karate

24 Febbraio 2018 alle 06:28

Come mai per fare un complimento a un libro si garantisce che è "qualcos'altro"?

Una mia amica, qualche giorno fa, ha menzionato un titolo, mi ha guardato e mi ha detto: “Dammi retta, leggilo. E’ un romanzo molto… molto…” e intanto però non diceva cosa, tentennava e faceva roteare lo sguardo in alto a sinistra, dove si trovava l’aggettivo e si nascondeva la soluzione. Io me ne restavo lì sospeso, appeso al fantasma di un aggettivo che tardava, spenzolando nel vuoto che, gravido di attesa, fibrillava tra me e lei, lei che intanto ancora cercava, frugando in spazi d’aria sopra la sua testa e nell’empireo breve del soffitto. Quando poi, finalmente, la suspense si è rotta e ha rinvenuto l’aggettivo adatto – quell’aggettivo che io stavo aspettando come il Santissimo – mi sono sentito dire questo: “Leggilo, è un romanzo molto ci-ne-ma-to-gra-fi-co.” Mi sono trattenuto a malapena, ma avrei voluto esplodere in una piazzata nannimorettiana. E strepitando, chiederle: come mai per fare un complimento a un libro non si fa mai un complimento a ciò di cui è fatto? Come mai per fare un complimento a un libro lo si elogia garantendo che è qualcos’altro? Come mai per fare un complimento a un libro ci si affida a tragiche sinestesie, come unica maniera per fargli guadagnare bagliore e attrattiva? Perché questo reiterato insulto? Fateci caso: alle torte non capita, le torte le rispettiamo. Non capita nemmeno al fegato alla veneziana. E’ mai stato il destino di una tartare, quello di essere lodata in quanto non-tartare? Perché questo sfregio intermittente allo specifico lessicale e al principio di non contraddizione deve valere per W.G. Sebald e non per l’insalata di puntarelle coi capperi?

 

Penso in primis alla gastronomia perché d’altronde non si parla d’altro, non si vede altro, non si ragiona d’altro al bar, in giro, nella vita, a scuola, vagando spaesati lungo i deambulatori della cosiddetta vita normale, o meglio, di quella strana vacatio con algoritmo che chiamiamo vita normale, in cui l’unica identità e l’unica autorità davvero “sotto attacco” sono quelle della Letteratura. Ma in realtà la sindrome è più estesa, e come se non bastasse ci si mettono anche i romanzieri, tra scritture apprese facendo altro che scrivere o fanta-interviste in cui, mimando maledettismo, definiscono “jazz” i loro giri di frase. Per esempio tempo fa in un’intervista Gianrico Carofiglio, un poco bamboleggiando, diceva: “Aver praticato karate ha avuto un rapporto con la mia scrittura, spingendola all’essenzialità. Una caratteristica molto giapponese”. Ma dico io, tenendo sempre nel mirino la nobile finalità, non poteva essere più utile leggersi Kawabata? Tuttavia, non pago, aggiunge: “Il karate è un grande serbatoio di metafore”. E qui mi arrendo perché il problema è più mio che di Carofiglio, dato che ho un terrore folle dei grandi serbatoi di metafore, che di solito portano i motori narrativi a ingripparsi di significati, cioè all’esatto contrario dell’essenzialità di cui sopra, per apprendere la quale – insisto – poteva essere più proficuo darsi perfino alla lettura di Banana Yoshimoto, a meno di aver caricato di maggior senso il karate che la scrittura (ma allora la domanda dovrebbe essere un’altra, e non ho voglia di essere aspro con Carofiglio, cui invidio l’amore dei molti lettori, la carrettata di copie vendute e l’implacabilità del suo nakadaka-ken.)

 

Perché mai, da qualunque lembo lo si prenda – si sia lettori, scrittori, consigliatori o laudatori – il romanzo patisce questa deriva? Perché, fantozzianamente, scivola in basso, nella goffaggine della definizione più cordiale che sensata, in gaia sindrome festivaliera permanente? Perché il linguaggio della letteratura perde sempre più terreno e specifico, e non detta mai legge? “Quando leggo Shakespeare divento più grande e più puro,” scriveva Flaubert a Louise Colet nel 1846. “Giunto sulla sommità di una delle sue opere, è come essere su un’alta montagna: sparisce tutto, e tutto appare”. Esigo, da oggi, vendetta lessicale: si definiscano “dumasiana” un’accessoriata station wagon, “gaddiane” la ragioni per cui rifiutiamo un gorgonzola, “proustiana” una manovra calcistica elaborata ed elegante, “shakespeariano” ciò che sia intelligente.

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Commenti all'articolo

  • Caterina

    Caterina

    25 Febbraio 2018 - 10:10

    Scusi ciò che può sembrare una banalità, specialmente dopo il suo articolo. Ritengo che il piacere di perdersi in un romanzo è come la fede, non tutti lo possiedono.

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