Rileggere Vittorio Sermonti è un’esperienza travolgente

Con tutto il rispetto per una legge notarile che ha un fondo di civiltà liberale, è questo l’unico testamento biologico a cui si abbia voglia di ricorrere

17 Dicembre 2017 alle 06:01

Rileggere Vittorio Sermonti è un’esperienza travolgente

Vittorio Sermonti (foto LaPresse)

Che abbiamo noi al mondo, ai mondi, noi di questo mondo e quell’altro, più che Dante Alighieri e la sua Commedia? Poco più di niente. Si sa. Un anno fa avevamo anche Vittorio Sermonti che la eseguiva, la diceva, la suggeriva, con Ludovica Ripa di Meana la parte del tutto e il tutto della parte, iniziata iniziatrice del folle volo, della folle impresa. I dantisti sono stati molti ed egregi nei secoli, e siamo tutti tributari alla loro scienza, ma questo allievo di Roberto Longhi e compagno di Cesare Gàrboli, non dantista e non italianista specialmente e accademicamente, solo scrittore e molto lettore, ha deciso o è stato deciso per altro, morendo (la questione poi è tutta lì).

 

Noi che siamo nati per vivere mangiando, ilari e fragili tra i suoi Sancho, a questi trent’anni di perscrutazione delle Cantiche avremmo dovuto costruire un monumento aere perennius, più durevole del bronzo. Non l’abbiamo fatto, e Sermonti e Ludovica ci hanno pensato da soli con molta fatica e gioia. Ci hanno pensato giocando con Dante, facendone gioco con rigore di regola, senza ironie abusive, senza e contro ogni tipo di pedanteria, aperta o nascosta, perfino senza il bronzo. Lo dicono non solo i testi classici della Commedia di Dante scritta e detta da Vittorio Sermonti, che molti conoscono e che dovrebbero avere una ristampa l’anno, e ulteriore ovvia fama postuma (insieme con l’uso sistematico), in quanto accompagnamento vocale e scritto terzina per terzina del poema trecentesco insignito del privilegio dell’“incomparabilità”, come ciascuna delle sue Cantiche, circolarmente una più bella dell’altra all’infinito. Lo dicono anche le conferenze inedite appena raccolte per Garzanti da Ludovica e intitolate L’ombra di Dante, saltabeccanti nelle librerie e nel web per venti euro di prezzo alla vendita.

 

Sermonti ha fatto il viaggio, poi ritorna senza bagagli ora che il viaggio è terminato. Chi glieli avesse rubati, gli ha fatto e ci ha fatto un piacere. Qui è Dante senza alcuna complicazione di viaggio di spazi di orari, non rischia l’osso del collo nelle bolge, scalando Lucifero, arrampicandosi su per il monte del Purgatorio, volando nel paradiso scolastico e poetico della sapienza e dell’impossibilità della visione lucente. C’è come l’idea addirittura che non ci siano turisti, che si rimanga soli in eremitaggio con Vittorio e Virgilio, con Stazio, con Beatrice, in qualche senso non c’è nemmeno Dante, Dànt, come dicono sugli autobus a Parigi quando si arriva dalle parti del vico degli Strami, e trasalisco. Sono conferenze sofisticate di normalizzazione critica dell’occhio e della bocca di Sermonti vedente e vocalizzante Dante.

 

Non saprei dove cominciare. Il doppio di Virgilio, lo duca mio che mi caccia nel poema a tempo debito, qui e ora, vuole “attivare per un uditorio mentalmente libero i nessi fra il ‘poema sacro’ e i modelli culturali, il sistema percettivo, i dubbi radicali e le timide speranze che si annidano nel segreto di ognuno in questo passaggio di millennio”. Con tutto il rispetto per una legge notarile che ha un fondo di civiltà liberale e dunque cristiana sarebbe questo, sermontiano-dantesco, l’unico testamento biologico a cui si abbia voglia di ricorrere, prima di andare tutti a morire ammazzati con il Badante unico, che è una scelta possibile ma non la mia. Potessi testare, il viaggio corto o lungo lo vorrei come queste conferenze di Sermonti, magari una tra di esse, per esempio quella in cui cerca disperatamente ragione della ragione di Virgilio, si incaponisce a pensare tutti i protagonisti della Commedia tranne l’Autore divino, a pensarli come nudi, esseri nudi, che “non vestono panni”, in uno spazio che sta nei quadri di Masaccio, con le loro ombre, e in ornamenti senza ornamento appesi nella Cappella celebre e feroce di Giotto a Padova.

 

Sto divagando, che è un altro modo di viaggiare nell’al di qua e nell’al di là dei problemi, ma Gianfranco Contini aveva pure avvertito che la benemerita grande opera di Sermonti “ha un significato politico, in senso generale, enorme” (enorme: diffuso gallicismo dantesco continiano). C’è una questione desanctisiana, aere perennius, che potrebbe accompagnarmi con la conferenza ravennate “Dialetto di italiani futuri”, titolo geniale, contenuto appropriato al titolo. Certi caratteri distintivi “isolano la lingua della Commedia dal filone principe della nostra tradizione letteraria”, ecco la politica, il carattere, il lignaggio, la classe di un poeta, l’identità famosa di un popolo o di popoli, e questi tratti pertinenti e impertinenti Sermonti li individua così, con le virgolette: l’assenza di registro o la sfrontata escursione da un registro all’altro, cioè l’insolente comicità, e poi la funzione trainante dei verbi che trasmettono a narrazione e sintassi un dinamismo irrefrenabile, il repertorio lessicale che ibrida termini vernacoli con latinismi elaborati sul lessico dei teologi della Sorbonne o sul latino dei classici, frotte di gallicismi, moduli scritturali, vocaboli dell’ultima tecnologia e spericolatissimi neologismi. Un bacio a Vittorio, poi, e collettivo per quanto sia collettivo un giornale come questo, per aver scritto, testato, che “la political incorrectness di Dante è francamente mostruosa… figurerebbe cumulativamente reazionario, imperialista, integralista, paternalista, giustizialista, maschilista, sessuofobo e chi più ne ha più ne metta; verosimile che, se le circostanze glielo avessero consentito, sarebbe stato anche fumatore”.

 

A parte l’ombra, la carne di Dante vivo definita dal sole di ora in ora oggetto di una conferenza fiorentina del 2013 che riflette lo spavento degli spiriti del Purgatorio, dettato non facile e da rileggere, perché spiega come si faccia a stabilire se sia rappresentabile o no questo punto di luce dell’universo letterario, Doré e non Doré, o ci si debba come il Dio del Paradiso abbandonare alla lingua dei neonati indecifrabile, la rara preziosa eleganza ultradantistica è nel capitolo mantovano su Virgilio. Perché Virgilio è come sapesse tutto, facesse uso delle borgesiane “fonti postume”, insomma in quanto profeta abitatore del Limbo fosse a conoscenza di quanto è stato scritto e pensato anche dopo di lui, e Vittorio si domanda “quali specifiche competenze, a norma dei regolamenti dell’al di là cristiano, lo abilitino a pilotare Dante” fino al giardino perduto alle falde dl cielo, e come mai fosse così abile da passare di anacronismo in contraddizione in nuovo anacronismo, di volta in volta presentandosi come ombra appunto nuda, inafferrabile, oppure abbracciando i mezzi dannati “con reciproca soddisfazione”. Gioco, come dicevamo. E allegoria in fondo è gioco: allegoria vuol dire che quello che leggi significa qualcosa, oltre l’apparenza letterale, massima allegoria andante essendo un poker d’assi contro una scala reale. Non so, esco a riveder le stelle, leggere Sermonti guidati da Ludovica, un anno dopo, non è nemmeno un’esperienza inedita, emozionante, è travolgente.

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Commenti all'articolo

  • mauro

    17 Dicembre 2017 - 11:11

    Presentat'arm !

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  • furlaninterfan

    17 Dicembre 2017 - 08:08

    Se la lettura di Sermonti è all'origine di questa scrittura incomprensibile, allora è meglio astenersene. Penso che sia un cattivo servizio alla figura di Sermonti, e la stima che ho per Ferrara rende penoso questo commento. Caro Ferrara riscriva il testo rendendolo comprensibile ai lettori poco eruditi, categoria cui appartengo. Iginio Petrussa

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