Un testo anti-forcaiolo alla Prima della Scala, ai tempi del populismo

Fabiana Giacomotti

La sottilissima signora milanese si accomoda alla tavola di una delle cene private organizzate al Baretto per il dopo-Scala ed esala felice: “Che bello, finalmente un’opera leggera”. “La mamma morta/m’hanno alla porta della stanza mia/moriva e mi salvava----fu in quel dolor che venne a me l’amor! Voce piena di armonia e dice: Vivi ancora!Io son la vita!”, drammatica e vitale serie di “illicasillabi” che dà il senso a tutto l’Andrea Chénier di Umberto Giordano su quel libretto di fantasiosa metrica di Luigi Illica, appunto, forse non l’ha ascoltato; magari era distratta e non ha visto la ghigliottina in scena, benché si stagliasse piuttosto evidente sulle scene che Margherita Palli ha costruito guardando con discernimento alle stampe di Boilly e a quelle pompier, coloratissime, della Domenica del Corriere di fine Ottocento.

    

Per “opera leggera”, la signora intende probabilmente dire breve (fatto salvo il dovizioso intervallo, l’Andrea Chénier dura quel tanto, cioè poco, che piaceva a Edoardo Sonzogno, editore di riviste per famiglie e dei romanzi un po’ gore di Eugène Sue che la commissionò in quel 1896 dirimente per lui e forse anche per molti dei signori presenti ieri sera alla “Prima”: fu gestore del teatro, in quegli anni in crisi, e contribuì alla fondazione della Gazzetta dello sport). Però è ovvio che si sia fatta trascinare dalla storia d’amore di Andrea e Maddalena e non abbia colto il senso politico dell’opera. Un testo anti-forcaiolo come questo, rispolverato nell’autunno del nostro scontento politico, delle irruzioni neo-fasciste in circoli e redazioni, del populismo rinnegato e cavalcato da Di Maio con la leva della “guerra sociale in corso”, dovrebbe far riflettere.

 

L’opera venne scritta nell’ultimo decennio dell’Ottocento, difficilissimo per l’Italia e il governo di Francesco Crispi, fra i moti in Sicilia e lo sconquasso del sistema bancario (ma guarda). Dovrebbe dar da pensare l’amarezza dei versi di Illica sul prezzo altissimo da pagare per una libertà presunta, sulla patria che “non ha bisogno di poeti” e tanto meno di cultura (presente il grido di battaglia della sindaca Appendino? “Meno file ai musei, meno file davanti alle mense”? ecco, quello), sulla follia della democrazia di piazza, in una storia che evoca sì la Rivoluzione Francese, ma in realtà accoglie e contemporaneamente stigmatizza ogni rigurgito populista. “La folla/la maledetta folla/curiosa ed avida di lacrime e sangue”, dice Gérard, l’accusatore pentito di Chénier, conscio di aver innescato una macchina infernale con le sue bugie. La suora aristocratica davanti al tribunale di Fouquier Tinville, le tricoteuses che la scherniscono (“vecchia, muori”), sembrano un hashtag di quelli che vanno per la maggiore adesso sui social.

  

Nonostante i dubbi della vigilia l'Andrea Chenier alla Scala può essere un successo

Oggi la prima a Milano diretta da Chailly. Ha ragione Stendhal

  

Eppure, pochissimi colgono, oggi, la ciclicità della storia come fecero invece in tanti nel 1896, davanti a quella pur blandissima e scombiccherata rilettura della Rivoluzione Francese (una cosa lasciatecelo dire da storici del costume: gli Incredibili evocati nell’opera prima della caduta di Robespierre e la reazione di Termidoro non esistevano: ghigliottina ed elegantoni sono una forzatura di Illica). A tutti piace invece la passione, l’amore omnia vincit, Maddalena e Andrea che fra l’altro, per questa Prima, sono davvero marito e moglie e relativamente di fresca data: tutti vogliono vedere come si abbracceranno sulla carretta per il patibolo Anna Netrebko e Yusuf Eyvazov, due che non sono vittime delle rivoluzioni ma della moda sì, due vere fashion victim: ogni giorno postano selfie con i look più improbabili e ipergriffati, Dolce&Gabbana fra i marchi preferiti, seguiti da centinaia di migliaia di fan adoranti.

 

Nessuno si pone domande, via siamo alla Prima della Scala e che bello ci siamo ancora tutti. Il sindaco Giuseppe Sala con la sua Chiara Bazoli elegantissima al fianco sembrano la migliore garanzia che Milano non è città grillina, neanche nel timore del grillismo che invece serpeggia altrove, e nonostante la Casaleggio&associati sia a un tiro di schioppo dal teatro del Piermarini.

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