Lo scouting letterario al tempo di Facebook

Scegliendo i “personaggi” sui social network gli editori sono proprio sicuri di pubblicare i libri migliori?

26 Novembre 2017 alle 06:00

Lo scouting letterario al tempo di Facebook

Foto Robert Scoble via Flickr

Un fatto di per sé insignificante mi permette di impostare una riflessione su certi meccanismi che regolano gli equilibri del mondo dell’editoria. Da una parte sfruttando questa occasione si possono analizzare alcune delle inevitabili dinamiche di gruppo di quello che è, per forza di cose, un ambiente ristretto; dall’altra ci si può domandare che risultati porti lo scouting letterario operato direttamente sui social network, e se affidarsi a questi strumenti non possa rivelarsi una scorciatoia ingannevole per separare il grano dal loglio.

 

Tutto parte da un evento futile, ma il personaggio in questione era proprio l’ideale per farsi due domande sul rapporto tra mondo dell’editoria, scouting letterario e uso dei social. Data la pochezza dello spunto farò uso di pseudonimi. Gli eventi riguardano dunque quello che chiamerò Candelabro (già Mario) Frogherello, il quale – ecco l’innesco della riflessione – mi ha bannato da Facebook in seguito a un post in cui esprimevo una certa antipatia nei confronti del pupazzo Uan (per altro, chiarivo nei commenti, antipatia diretta al personaggio pubblico e non al fantoccio). Sotto il post Frogherello mi avvertiva che mi avrebbe bannato, pareva una di quelle battute che si fanno di fronte a una divergenza di gusti, e invece – fedele a quella che è la sua inveterata linea di repulisti di ogni parere che diverga dal proprio – diceva sul serio. Me ne sono accorto quando un tizio mi ha passato il link di un suo status: non potevo leggerlo. A cose normali la storia sarebbe finita qui, “meglio stare alla larga dai poveri di spirito” mi avverte un’amica più saggia di me; ma alla pratica censoria, dopo un ragguaglio su Twitter, si è aggiunto l’augurio “Ammazzati”: i fatti mi autorizzano quantomeno ad articolare una riflessione.

 

  

Pure io, direte voi, a prendermela per un insulto di una rana gigante, sembro il personaggio secondario di una puntata di BoJack Horseman. Comunque sia, l’occasione mi consente di svelare le dinamiche di quello che chiamerò Metodo Frogherello, consapevole che a riguardo tanti spesso hanno taciuto, per le più varie ragioni: la signorilità, certo, ma anche un male inteso interesse; la voglia di non nuocere a qualcuno percepito come influente (ma da chi?); oppure quella di non rompere l’omertà di un certo numero di relazioni che comunque il nostro su Facebook ha intessuto, rendendo complicato, in certi casi, il criticarlo apertamente (fosse solo per evitare certi spettacoli di bieca intolleranza). Non faccio altro insomma che indicare il re nudo (di quale stagno?), prendendomi la briga di combattere dei mulini a vento sapendoli fatti di sabbia. Tuttavia il trucco, in questo come in altri casi, continua a ingannare molti e quindi vale la pena smascherarlo.

 

Candelabro (già Mario) Frogherello, è uno scrittore che ha fondato la propria carriera sull’uso dei social network, segnatamente di Facebook. Ma come l’ha messa insieme, mettendo in mostra le qualità della propria prosa? Tutt’altro: in primo luogo costruendo il suo personaggio attorno al racconto della serie di rifiuti ottenuti dal manoscritto cui affidava le speranze d’esordio, imbastendo così un cahiers de doléances con l’intento di attirare l’attenzione di qualche casa editrice. Dopo diversi niet la teoria di lamentele ha convinto l’editore Baffi, che ha pubblicato “Finché dura la guazza”, romanzo dal passo autobiografico, acquitrinoso e un po’ bolso, che ha attirato (sempre grazie ai social) un certo numero di recensioni.

 

A questo punto Candelabro sceglieva di operare un salto di paradigma. Facebook sfrutta le vulnerabilità psicologiche umane, ci avvertiva qualche giorno fa Sean Parker, ex presidente della piattaforma nonché creatore di Napster, e Frogherello pare saperlo bene. La psiche umana è sensibile all’adulazione e così lui ha pensato di costruire il suo piccolo salotto letterario selezionando quelli da cui sperava di ottenere qualcosa ed estromettendo tutti gli altri. Il sistema, per quanto semplice, è subdolo: Candelabro blandisce chi ritiene importante e mette a tacere chi non sia d’accordo con quanto sostiene – arrivando perfino a bannare chi osi mettere appena dei like a dei commenti in disaccordo con le sue tesi (inutile stare a rivangare i casi: centinaia). Il meccanismo, di per sé disprezzabile – lo scambio di opinioni non essendo possibile chez Frogherello, lo strumento è da egli inteso all’esclusivo fine della promozione personale (gli unici a poter avanzare pareri avversi sono quelli da lui percepiti in una qualche posizione di potere: noti scrittori, editor di case editrici importanti, critici letterari) – il meccanismo, dicevo, crea una bolla all’interno della quale si può avere l’effettiva illusione dello “stagno buono”, e può così verificarsi il miraggio della rilevanza, e chi finisce nel laghetto, notando nello specchio d’acqua altri colleghi, può convincersi che l’orizzonte del Truman Show in cui i treni arrivano in orario, sia in qualche modo una riduzione in vitro delle aspettative dei lettori italiani.

 

L’indole di Frogherello sarebbe stata questa anche prima dei social network – mi raccontano diversi conoscenti che dal vivo Candelabro non manca mai di palesarsi alle presentazioni degli editori à la page tampinando editor e uffici stampa, giocando anche lì le sue carte sul piano del contatto personale: la letteratura viene sempre dopo – ma la creatura di Zuckerberg gli ha permesso di far detonare l’inganno a un livello prima impensabile. 

 

Ma Facebook è un buon luogo dove fare scouting letterario? Quanto si rischia, affidandosi a un mezzo del genere, di commissionare un’opera a un bravo social media manager e a un cattivo scrittore? Il livello di ingaggio emotivo sulla piattaforma è molto alto, si può cadere nel tranello della lusinga, ci si può innamorare di una vis polemica, si può provare un’istintiva simpatia e decidere di puntare su di un autore per queste ragioni e non per il valore dell’opera, si può scegliere così di pubblicare qualcuno a prescindere o magari – e forse è ancora peggio nel caso della narrativa – si può commissionare un romanzo giudicando l’abilità d’uso del social network.

 

Il problema, che rende difficile da valutare l’esatta incidenza del fenomeno, è l’enorme diffusione di Facebook. E i social sono strumenti pervasivi, sui quali passiamo ore al giorno e che gioco forza modificano i nostri meccanismi di relazione e interpretazione del mondo. Per queste ragioni può capitare a chiunque di essere selezionato sulla base del consenso generato su queste piattaforme, e in ognuno di questi casi è lecito domandarsi se a stregare l’interlocutore (qualcuno che ci chiede un libro o un articolo) sia stato l’effettivo valore di ciò che abbiamo scritto o una qualche dinamica relazionale, magari di gruppo. E in questo secondo caso quanto sarà viziato il giudizio sul nostro lavoro dal pregiudizio maturato sui social, per ragioni che magari c’entrano poco con la qualità letteraria?  

 

Il guaio insomma è che in una certa misura il Metodo Frogherello funziona, e anche validi agenti letterari e buoni editor possono cadere nella trappola: blanditi cedono all’adulazione. Del resto il meccanismo è umano, io stesso avrei potuto fare questo discorso in qualunque altro momento e ho deciso di muovermi solo quando gli insulti di un anfibio immaginario mi hanno spinto a farlo. Mi è capitato di sentire agenti sollecitare aspiranti autori con frasi come: “Scrivi bene, perché non fai qualcosa per attirare l’attenzione come quel Frogherello?”. Pensare di trovare un piccolo caso letterario bello e pronto in rete (le bolle su Facebook, schiave dell’algoritmo che propone i soliti contenuti ai soliti utenti, sono molto più ristrette di quanto non sembri) è certamente una scorciatoia allettante, e si può decidere di percorrerla anche in buona fede – non conoscendo i meccanismi che indirizzano le visualizzazioni è lecito supporre un bacino di influenza più ampio di quanto in realtà non sia. Osservando queste dinamiche mi chiedo quanta parte del sistema di selezione della narrativa italiana si stia torcendo per assecondarle. Aggiungo un’osservazione ovvia: gli editori hanno tutto il diritto di operare come credono le loro scelte editoriali, se i libri non funzionano saranno i primi a pagarne le conseguenze commerciali. Però, non tanto tempo fa, non ci fu un’epoca in cui, in modo non dissimile (più evidente ma forse meno rilevante, ci torno tra poco) i testi venivano commissionati ai blogger? E quanti ne ricordate di quei libri dei blogger? A un certo punto quel fenomeno si sgonfiò com’era cominciato e da un giorno all’altro sembrò improvvisamente chiaro che scrivere un romanzo è ben altra cosa rispetto a tenere un blog. Può darsi che al giorno d’oggi i libri commissionati sui social siano già più di quanti non fossero quelli firmati dai blogger, ma è molto più difficile distinguerli dagli altri, in primo luogo perché nel caso di questi ultimi la provenienza dai blog veniva sbandierata esplicitamente in bandella, quando non addirittura nel nick-name che firmava direttamente anche il libro; e in secondo luogo perché sui social ci siamo tutti: non avrebbe dunque alcun senso specificare che una certa opera è legata a un certo profilo, tutti hanno un profilo! Ho in punta di penna diversi esempi ma non voglio citarli, si finirebbe a parlare della manciata di titoli che vengono in mente a me (il trattatello ricavato da una Nota di successo su Facebook, il romanzo della fashion blogger che si è fatta conoscere sulla stessa piattaforma, il pamphlet umoristico della twitstar, la collezione di status sardonici o “toccanti”, il libro di sociologia del gestore della pagina tal dei tali e via dicendo) perdendo di vista il tema generale. E non cito i titoli anche perché non mi interessa giudicarli, potremmo avere idee opposte al riguardo, alcuni sono buoni e altri meno; quello che mi domando è se questo meccanismo di scouting restituisca un buon servizio alla letteratura. Il caso di Candelabro Frogherello non mi sembra un episodio così isolato e mi pare al contrario sintomatico di un qualcosa che non va, qualcosa di non semplice definizione, che non riguarda certo tutti i libri scelti in questo modo e ancor meno tutti i libri pubblicati in Italia, ma che forse ha un peso più grande di quanto non si pensi. Con questo articolo mi interessa sollevare la questione e vedere se dal confronto che spero ne scaturirà emergeranno elementi utili a definirla più nitidamente. In fondo quando esce un libro di qualcuno particolarmente abile sui social io non posso che domandarmi se quel titolo non stia prendendo il posto di un testo migliore scritto da un altro che magari un profilo su Facebook nemmeno ce l’ha. Del resto selezionare libri peggiori non conviene a nessuno: non ai lettori (non conosco modo migliore per tenerli alla larga dalle librerie), né agli editori (capita spesso che quei libri vendano poco) e non alla letteratura (facendolo si scoraggia il lavoro di autori che vedono passarsi avanti chi forse non lo merita).


 

Sfruttando abilmente tali dinamiche un Candelabro qualunque si guadagna uno spazio che, stando al valore letterario, non gli spetterebbe – il meccanismo di scouting viene aggirato, la reale valutazione dell’opera obliterata dalla scelta dell’autore, avvenuta a monte. A questo punto non resta che da chiedersi se i libri di Frogherello (che dopo l’uscita del suo romanzo d’esordio ha cambiato nome sui social da Mario a Candelabro, circostanza che ha fatto insinuare a qualcuno che lo scopo del nuovo battesimo fosse quello di costruire il “personaggio” attraverso la scelta di un appellativo tanto singolare – ma lui ha dichiarato che quest’ultimo sia il suo vero nome) vendano. E per quanto, come sanno bene gli addetti ai lavori, avere un dato certo a riguardo è difficile (anche se ci si può fare un’idea chiedendo ai librai, ai distributori, a chi lavora nelle case editrici o controllando le classifiche di vendita di Amazon), una risposta è possibile azzardarla almeno per la sua ultima fatica: vende poco. Parlo del romanzo “La mosca squisita”, uscito per il Brigantino di Perseo. Incantato dal fasullo salotto letterario anche il nuovo vascello dell’editoria italiana ha deciso di dar credito al nostro lacustre amico. Il romanzo è uscito ma stavolta non sono arrivate a sostenerlo neppure le recensioni raccolte dal primo libro. C’è chi off the records sostiene che in privato Frogherello commenti dicendo che un libro che comincia con un pompino quanto mai potrà vendere, come venire recensito? Eppure “Petrolio” di Pasolini è parte della nostra storia letteraria, e “Seta” di Baricco è stato un best seller.

 

Come in altri settori i social network sembrano aver fatto emergere anche nel caso dell’editoria alcune debolezze costitutive, e quella che non può che essere un’industria basata sulla vanità si è dimostrata ancor più permeabile di un tempo al gioco delle lusinghe. Ma se c’è un campo in cui far valere ancora un po’ di idealismo è proprio l’arte, e questa riflessione vuole essere un monito proprio in tal senso: si valuti il valore delle opere e si smetta di cedere al trucco di chi prova a imbastirsi una pseudo-credibilità grufolando tra le chiappe degli addetti ai lavori. È una profezia sin troppo facile: dopo un altro paio di romanzi di Candelabro Frogherello non sapremo più nulla, sarà inghiottito dall’oblio con tutta la sua pozza, ma intanto avrà continuato a inquinare il panorama editoriale col suo cattivo esempio.

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