Aria da Scientology attorno a certi autori

Perché i lettori di certi scrittori sono diventati fan con un pregiudizio positivo davanti a qualunque opera che appaia “intelligente”, ossia che ostenti il lavorio ingegneristico dell’intelligenza come contenuto primo

22 Ottobre 2017 alle 06:12

Aria da Scientology attorno a certi autori

Foto Elvert Barnes via Flickr

Nelle ultime settimane mi è arrivato un numero inatteso di messaggi e mail su un pezzo che ho pubblicato qui. Parlava di Bolaño, Wallace e Carrère. In particolare il mio tentativo – aforistico – di distinguere le molte pagine ammirevoli di Dfw dalle sue molte pagine pretestuose è stato considerato un’offesa allo scrittore. Ma di offensivo non c’era niente. Indicavo anzi i temi più autentici di Wallace: narcisismo, depressione, autocoscienza soffocante, coazione alla performance. Questo fraintendimento mi ha confermato che intorno a certi autori tira un’aria da Scientology.

 

Gli adepti hanno di solito dai quarant’anni in giù, e mostrano un pregiudizio positivo davanti a qualunque opera che appaia “intelligente”, ossia che ostenti il lavorio ingegneristico dell’intelligenza come contenuto primo. Fanno insomma una bandiera dell’esibizionismo che in Wallace rivela la sua natura infernale. A questi lettori non importa sapere se il lavorio è necessario: ammirano i casi in cui satura ogni spazio e sembra prevedere o assorbire ogni obiezione e ipotesi. Non avvertono che la capacità di giustificare tutto e tutto uguagliare a sé è appena una noiosa parodia di vittoria, che si può avere ragione sempre solo quando non si ha ragione mai perché si avanza in un terreno artificiosamente privo di ostacoli. Lo diceva Fortini di Manganelli, altro autore oggi mitizzato da sette di goliardi; e lo si può ripetere per Arbasino, modello di alcuni degli intellettuali migliori e peggiori delle ultime generazioni. Ciò che si venera è infatti un’uniforme, onnivora brillantezza in vero o falso oro, una recita dell’acume disinvolto e intimidatorio che ha le sue radici nel periodo del boom e nella inarrestabile accademizzazione e mediatizzazione della cultura.

 

I letterati nati dagli anni Sessanta in poi sono cresciuti tra i ricatti della scuola di massa, della tv e di subculture sedicenti antagoniste già risucchiate nei meccanismi pubblicitari. Perciò somigliano a eterni studenti eternamente ansiosi di ricevere l’approvazione di un Grande Fratello Docente sempre in agguato. Sono – siamo – cresciuti col mito della Cultura e lo spauracchio della Spontaneità, senza accorgersi – accorgerci – che così si diventa spontaneisti di secondo grado: si finisce, cioè, per credere all’aprioristica superiorità di chi esibisce un curriculum di studi che di fronte agli oggetti estetici e “umanistici” non garantisce nulla, dato che questi oggetti appartengono a campi impossibili da delimitare disciplinarmente ed esigono un sapere inscindibile da quello che si acquisisce nell’intera vita.

 

E’ da qui che viene un’idea non intelligente dell’intelligenza. E dico “non intelligente” perché non è solo fuorviante e angusta. Siccome questa intelligenza si vuole “totale”, dimentica che sul rovescio di qualsiasi forma di comprensione cresce per fatale dialettica un callo di stupidità. Così la sua peculiare stupidità, classificatoria e febbrile, essendo rimossa s’ingigantisce.

 

Per averne un esempio basta sentir parlare i troppi citazionisti compulsivi che ignorano il rapporto tra le nozioni acquisite e la propria esistenza. A chi serve l’intelligenza “se non a chi non capisce?”, domandava mezzo secolo fa un critico concludendo un pezzo su Cassola, autore che di quel rapporto era consapevole e che infatti oggi risulta incomprensibile ai più. Ma nel nerdismo autodifensivo e terroristico dei letterati del Duemila si trova anche un tratto inquietante già osservato dal Pasolini luterano in certi loro (nostri) padri, che mentre imparavano un italiano forbito regredivano “a una rozzezza primitiva”, che quando non usavano gerghi specialistici ricadevano in “urli gutturali” e interiezioni oscene, e che non sapevano più “ridere” ma solo “sghignazzare”. Quando sommergono i loro miti artistici sotto aggettivi come “supremo”, “schiacciante”, “definitivo”, questi letterati proiettano sugli interessi culturali un grumo d’istinti masochisti e sadici.

 

Molti miei coetanei hanno rivisto centinaia di volte il Costanzo Show di “Bene contro tutti”, dove a espandersi in un vuoto appositamente predisposto è appunto un artista trattato da essere soprannaturale, e superstiziosamente protetto da ogni critica tendente a separare nella sua opera le trovate geniali dalle prove malriuscite. A una cena, tempo fa, qualcuno ha riproposto il video. Intorno a me tutti sghignazzavano con immarcescibile entusiasmo, esaltati quando Bene umiliava un interlocutore, e ciechi al lampo tartufesco che lo illuminava quando fingeva di sfuggire alle lusinghe con uno svolazzo oratorio. Mentre gli sghignazzi diventavano un coro gutturale e sputacchiante, nella mia testa un ricordo lottava per emergere. Dove l’avevo già sentito, quel grido minacciosamente unanime? All’improvviso, con passetti da Hyde, si sono avvicinati i compagni di basket della mia adolescenza, che negli spogliatoi tenevano fermo un attonito rosso malpelo e gli pisciavano addosso frustandolo con le cinture dell’accappatoio. Ecco: nell’epoca di pancette e stempiature, stavo assistendo al soddisfacimento più felpato di un bisogno molto simile.

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