Che Style!

Alfonso Berardinelli

Il troppo lussuoso mensile del Corriere e l’elegante soluzione di Cacciari per la corruzione

Deve essere il caso, ma da più di un anno non mi succedeva di incappare in Style, lussuoso mensile del Corriere della Sera, in cui tutta la vita è lusso e stile. Una vita senza qualche lusso e almeno un po’ di stile sarebbe non solo umiliante e triste, sarebbe impensabile. Lo sanno anche i clochard, che a volte e appena possono si concedono alcune futili frivolezze da dandy, nel colore inusitato di un indumento o nella foggia mai vista della capigliatura, e soprattutto nel modo disperatamente filosofico con cui decidono di disincentivare la brama di vivere, lasciando che la più pura inerzia faccia il suo definitivo lavoro sul loro corpo. I poveri amano e sognano il lusso dello stile e della forma anche a costo di imbruttirsi e di rovinarsi la salute. Questo si sa. Ma quando tutto è stile e lusso, come nello Style del Corriere, francamente viene la nausea dopo qualche pagina. Giovani uomini e giovani donne immancabilmente giovani e in posa indossano indumenti immancabilmente giusti o studiatamente sbagliati, sorridono a tutta dentatura perfetta in perfetti luoghi di montagna, fra splendidi abeti e cime innevate, scattandosi un selfie di gruppo e impugnando calici del più luminoso vino bianco. Lei indossa anche un elegante cappello maschile. Lui un paio di femminili braccialetti.

 

Si va avanti fra orologi superlusso e occhiali da sole, penne stilografiche con pennino d’oro, vertiginosi skyline, auto sportive e bastoni da golf in spalla. I trolley sono sempre pronti per viaggiare in business class. Si gareggia in catamarano determinati a vincere la coppa. I nerissimi corpi africani sono superomistici come se li avesse inventati Leni Riefenstahl, la regista di Hitler. L’arte è tecnologica o non è, perché “le nuove tecnologie hanno liberato il design dell’illuminazione. Che non ha più confini” (?) e smaterializza il mondo con “infinite variazioni sul tema” (!). Niente conosce limiti, abiteremo nella luce. Viene pubblicizzato (ovviamente) il buddismo con le sue pratiche inarrivabili eppure (in fondo) accessibili a chiunque aspiri alla Mindfulness, alla più completa “intimità con il proprio essere”, grazie alla quale si guarisce da tutto, cioè dalla vita stessa, che è un gran fastidio. Qui mi fermo. Vedo che una perfetta ascesi della pura forma senza né un Dio né un perché riuscirebbe a deprimere perfino quella dozzina di modelli e modelle che lungo l’intero magazine fanno finta di godersela e ridere. E se la smania di stile a tutti i costi fosse la più pacchiana delle aspirazioni?

 

Una barba simpatica e brizzolata

 

Il solo e massimo filosofo metafisico, televisivo e politico che abbiamo, Cacciari, sembra diventato più simpatico da quando la sua barba si è fatta infine più umanamente brizzolata e le sue opinioni politiche più modestamente accomodanti. A volte l’età migliora i superbi. Lo si è sentito però, sempre in maxischermo tv, propinare al pubblico un ragionamento di una coerenza ontologica appena comprensibile, che ha lasciato muti e di stucco sia il conduttore Floris che due invitati come Marco Travaglio e Piercamillo Davigo. Si parlava (come evitarlo?) di politica e corruzione, un problema nazionale che in Europa ci sta rendendo esemplari. I conflitti di interesse, che un tempo sembravano monopolio del solo Berlusconi, pare che oggi siano la norma. Che fare? Disgustato dal fatto che nessuno salvo lui (ci risiamo!) avesse capito il problema “a monte” o “alla radice”, Cacciari ha dato la soluzione.

 

Per non compromettersi con nessun istinto repressivo e criminalizzante, per non dare sfogo e spazio ai lì presenti Travaglio e Davigo, il politico metafisico ha tagliato come Alessandro Magno il nodo di Gordio con un solo colpo di spada, affermando che la politica non va controllata dall’esterno, dai giudici e dai giornalisti: la politica deve controllarsi da sola. I politici devono autocontrollarsi, autocensurarsi, autopurificarsi del loro istinto a truffare, rubare e delinquere. L’elegante purezza di questa teoria meritava un applauso. In effetti dall’addomesticata platea l’applauso è esploso. Già, se ognuno di noi fosse buono, il mondo sarebbe buono. Se tutti fossero onesti, i tribunali potrebbero chiudere e il ministero della Giustizia essere abolito. Travaglio spalancava e strabuzzava gli occhi perché quella teoria lo rendeva superfluo. Davigo chinava il capo in un muto, desolato imbarazzo: anche lui un superfluo. In effetti è vero, cominciavano a credere tutti: se governo, Parlamento, magistratura e pubblica opinione non sbagliassero mai in virtù dell’autogena autocorrezione, non ci sarebbe bisogno della democrazia in quanto divisione e bilanciamento dei poteri. Basterebbe una sana dittatura onestamente capace di autocontrollo morale. Basterebbe in sostanza, in essenza, un buon governo dei filosofi presieduto da un filosofo come Cacciari massimamente politico nonché metafisico. Che chiarezza, che stile, che economia di mezzi!

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