Da Mozart a Beethoven
di Eric Rohmer, Mimesis, 202 pp., 18 euro
di
28 MAR 17

Il regista Jean Marie Maurice Schérer e il regista Eric Rohmer erano la stessa persona. Personaggio bizzarro e poliedrico, Schérer adottò lo pseudonimo di Eric Rohmer per firmare i suoi articoli quando iniziò l’attività di critico cinematografico sul finire degli anni 40. Poco dopo, a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta, il debutto come regista. Da allora, anche dietro la macchina da presa, non smise mai di fare critica cinematografica elaborando e applicando le sue teorie ai suoi film (varrà la pena rammentare il premio della giuria a Cannes per “La marchesa von O.” nel 1976 e il Leone d’oro a Venezia per “Il raggio verde” nel 1986). Appassionato di musica, Schérer/Rohmer fu anche compositore per le sue stesse pellicole firmando le proprie partiture con un altro pseudonimo: Sébastien Erms. Quando si trattava di musica, dunque, Schérer/Rohmer/Erms non era propriamente uno sprovveduto (non guasta ricordare l’utilizzo del tutto atipico e raffinato che Rohmer fece della colonna sonora nei suoi film: lesinata, quasi impercettibile). Per questo, risulta oltremodo appagante l’approdo in Italia, a cura di Andrea Mello, del trattato rohmeriano “Da Mozart a Beethoven. Saggio sulla nozione di profondità nella musica” del 1996. Non è un libro solo musicologico, benché la precisione con cui l’autore affronta il tecnicismo compositivo lascia di stucco: è un libro di estetica, di filosofia, di arte.
Nel dotto testo, mitigato da una prosa giornalisticamente concisa, Rohmer applica la sua “teoria delle forme” alla musica, in particolare di Mozart e Beethoven. Le loro opere sono in grado di tradursi in forme, linee, direzioni, curve, colori, profondità. Ecco, è proprio nella profondità di Mozart e Beethoven la chiave di volta: è la loro musica, secondo il regista francese, ad aver aperto la strada a quello che, nel tempo, si è rivelato il felice matrimonio tra cinema e musica. “Il cinema”, scrive Rohmer, “non dirà qualcosa in più di ciò che il pittore più sensibile, più intelligente o inventivo possa dirci circa l’essere del mondo. Qualcosa che finora, solamente la musica era stata in grado di esprimere. L’arte del cinema, in fondo, è di farci scoprire questa melodia, questo canto segreto degli esseri e del mondo che la percezione ordinaria ci dissimula”. Compito del cinema è, dunque, far vedere la musica. Giunto a conclusione del suo studio, Rohmer può così affermare che la musica è “vera sorella” del cinema: “Ciò che le unisce non è il Tempo che, al contrario le allontana, ma l’Armonia o, se si preferisce, la loro comune musicalità”.
Nel dotto testo, mitigato da una prosa giornalisticamente concisa, Rohmer applica la sua “teoria delle forme” alla musica, in particolare di Mozart e Beethoven. Le loro opere sono in grado di tradursi in forme, linee, direzioni, curve, colori, profondità. Ecco, è proprio nella profondità di Mozart e Beethoven la chiave di volta: è la loro musica, secondo il regista francese, ad aver aperto la strada a quello che, nel tempo, si è rivelato il felice matrimonio tra cinema e musica. “Il cinema”, scrive Rohmer, “non dirà qualcosa in più di ciò che il pittore più sensibile, più intelligente o inventivo possa dirci circa l’essere del mondo. Qualcosa che finora, solamente la musica era stata in grado di esprimere. L’arte del cinema, in fondo, è di farci scoprire questa melodia, questo canto segreto degli esseri e del mondo che la percezione ordinaria ci dissimula”. Compito del cinema è, dunque, far vedere la musica. Giunto a conclusione del suo studio, Rohmer può così affermare che la musica è “vera sorella” del cinema: “Ciò che le unisce non è il Tempo che, al contrario le allontana, ma l’Armonia o, se si preferisce, la loro comune musicalità”.